Studi Strategici ed Intelligence… for dummies

“Abu Omar: condanne a vertici Sismi”

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Dal Corriere.it:

MILANO – I giudici della Corte d’appello di Milano hanno condannato, nel processo d’appello bis per il sequestro di Abu Omar, gli ex vertici del Sismi. I giudici della Quarta Sezione della Corte d’Appello di Milano hanno condannato per il sequestro di Abu Omar, che avvenne il 17 febbraio del 2003, l’ex numero uno del Sismi, Nicolò Pollari, a dieci anni di reclusione, l’ex numero due Mancini a nove anni e altri tre agenti (Raffaele Di Troia, Luciano Gregorio e Giuseppe Ciorra) a 6 anni. Il sostituto pg di Milano, Piero De Petris, aveva chiesto 12 anni per Pollari, 10 anni per Mancini e 8 anni per gli altri tre. Il 1° febbraio scorso la Corte di appello di Milano aveva inflitto 7 anni all’ex capo della Cia in Italia, Jeff Castelli, che in primo grado era stato prosciolto sulla base dell’immunità diplomatica, come altri due agenti che hanno avuto 6 anni. La Cassazione ha già condannato 23 agenti Usa. (continua qui).

12 febbraio 2013 - 1:11 pm | by | 21 Comments »
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The Security Times

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In occasione del Conferenza sulla sicurezza, appena conclusasi a Monaco, è stato pubblicato questo interessantissimo numero speciale di “The Atlantic Times”, con interventi di David Sanger, y John Chipman, Wolfgang Ischinger, Michael Hayden, Dmitri Trenin, Ahmed Rashid ed altri.
Per la gioia del nostro Gio’, un’intera sezione è dedicata a questioni cyber…

5 febbraio 2013 - 9:30 am | by | No Comments »
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L’intervento in Mali: “Now what?”

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Una breve riflessione di Julian Lindley-French, docente di Scienze militari presso l’Accademia militare olandese:

[...] The French action in Mali was necessary to stop genocide but the use of force without an elaborated political strategy is a short step from failure. That was the lesson of Afghanistan. My sense is that France and its allies are now drifting towards the great unplanned with no real sense of what they want to achieve, no real sense of how to achieve it and no idea at all how long it is going to take or what cost they will incur in lives or money. Once again the solutions they are offering their publics exist purely in political imagininations.
This is action rather than strategy, heat rather than light. If the answers to my two questions can be both provided and demonstrated then there may be the making of strategy.As Professor Colin Gray once wrote, “If we neglect strategic theory, marginalise it as irrelevant or unworldly then we are utterly at the mercy of the perspective of the moment”.

2 febbraio 2013 - 12:00 pm | by | 2 Comments »
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L’Intelligence ed il blitz in Algeria

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I punti di vista di Michael Scheuer, Jeffrey White e Larry Korb intervistati da Maurizio Molinari su La Stampa:

«Hanno pensato al petrolio, non a salvare i sequestrati». Davanti alla strage di ostaggi nel deserto del Sahara, Michael Scheuer, parla di errori dell’esercito algerino.
L’ex ex capo dell’unità della Cia che diede la caccia a Osama bin Laden parla di errori «causati dall’eccesso di velocità dovuta alla fretta». Perché «per l’Algeria contava più eliminare subito ogni minaccia nei confronti dell’industria energetica che non salvare le vite di ostaggi occidentali».

È una lettura che porta Jeffrey White, ex analista di intelligence del Pentagono, a enumerare «cosa può andare male in operazioni di questo tipo». «Anzitutto servono informazioni di intelligence minuziose su dove si trovano edifici, porte e guardie, e per raccoglierle serve tempo, pazienza e tanto lavoro», spiega, sottolineando che «in questo caso gli algerini hanno attaccato neanche 24 ore dopo il sequestro di massa e non potevano avere tutte le informazioni necessarie». Ma anche quanto tutto appare perfetto, qualcosa può andare storto, «come avvenuto alle teste di cuoio francesi nel blitz in Somalia di pochi giorni fa», osserva Scheuer. Da qui la necessità di «disporre di truppe ben addestrate», sottolinea White. «Il disastroso intervento della polizia tedesca alle Olimpiadi di Monaco del 1972 come le stragi di ostaggi causate da un paio di blitz egiziani negli Anni Settanta e Ottanta – ricorda White – si dovettero al fatto di non disporre di unità specializzate nel soccorso di ostaggi e l’esercito algerino ha dimostrato di avere oggi la stessa debolezza». Il fallimento più lampante di una «rescue operation» americana fu quello avvenuto nel deserto iraniano nell’aprile del 1980, quando un incidente fra elicotteri impedì alla Delta Force di tentare la liberazione degli ostaggi detenuti nell’ambasciata a Teheran. Larry Korb, ex vicecapo del Pentagono nell’amministrazione Reagan che si insediò dopo Carter, ricorda quell’episodio come «un evento che può drammaticamente avvenire, perché a ben vedere anche nel blitz di Abbottabad del 2011 in cui abbiamo ucciso Osama Bin Laden abbiamo perso un elicottero», ma la differenza sta «nella gestione dell’imprevisto negativo». «Sta a chi comanda l’operazione apportare in tempo istantaneo i cambiamenti necessari per evitare che al male segua il peggio», osserva Korb, secondo il quale i generali algerini «si sono curati poco delle conseguenze politiche perché, a differenza di quanto avvenne per Jimmy Carter, non devono rispondere ad un’opinione pubblica per gli errori commessi e le vite umane perdute».

Fretta di agire, preparazione carente delle truppe e intelligence insufficiente sono i fattori che Korb, Scheuer e White concordano nel definire «complementari per un fallimento sanguinoso» come quello avvenuto nel tentativo di liberare gli ostaggi nell’impianto petrolifero dell’Algeria meridionale. Ma Scheuer, veterano della guerra clandestina in Medio Oriente, aggiunge un altro dettaglio: «Se guardiamo bene a cosa è avvenuto ad In Amenas, ci accorgiamo che i jihadisti hanno separato i dipendenti algerini da quelli stranieri, di fatto mettendoli al sicuro». Si tratta di un «cambiamento netto nella strategia di Al Qaeda rispetto a quanto faceva in Iraq Abu Musab al Zarqawi, massacrando i musulmani senza alcuna remora», e ciò significa, a suo avviso, che «le cellule jihadiste nel Sahara» hanno «mutato approccio», evitando vittime musulmane «nel tentativo di riguadagnare popolarità» per una guerra finora disseminata di sconfitte.

18 gennaio 2013 - 9:00 am | by | 6 Comments »
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Un altro rapporto sull’attacco al Consolato di Bengasi

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Dopo quello dell’Accountability Review Board è stato pubblicato anche il report dello U.S. Senate Committee on Homeland Security sui fatti dell’11 settembre scorso.
Vi consiglio di leggere entrambi i documenti per avere un quadro completo delle problematiche di funzionamento dell’apparato di intelligence americano.

 Flashing Red – A Special Report on the Terrorist Attack at Benghazi

2 gennaio 2013 - 3:22 pm | by | 1 Comment »
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Il “Global Terrorism Index 2012″

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L’Institute for Economics and Peace ha pubblicato oggi il primo Global Terrorism Index, uno studio nel quale viene analizzato l’impatto del terrorismo in 158 Paesi, in un arco di   10 anni (2002 – 2011), valutandone le conseguenze economiche e sociali (per la metodologia impiegata si veda pag. 9 del report). Un lavoro interessante e che si basa sui dati raccolti dallo START nel suo Global Terrorism Database.
Spulciando tra i risultati si scopre (si fa per dire) che a livello globale l’impatto del terrorismo è cresciuto tra il 2002 ed il 2007, con il picco raggiunto in quest’ultimo anno. Nel periodo esaminato vi è stato un aumento del 460% negli attacchi, del 195% nei morti e del 224% nei feriti. Più di un terzo delle vittime si sono avute in Iraq che, quindi, possiamo considerare l’epicentro dell’ondata terroristica degli anni Duemila.
Nel 2011 ci sono stati oltre 4500 attacchi in tutto il mondo, con 7473 morti e quasi 14000 feriti. Bersagli preferiti sono, ovviamente, quelli “soft”. Solo il 4%, infatti, ha riguardato personale ed installazioni militari. Il 91% degli attacchi ha avuto successo. Percentuale veramente molto elevata
Si scopre (si fa per dire), inoltre, che la correlazione tra povertà e terrorismo non è così automatica e scontata come molti (!) hanno sostenuto. Il numero maggiore di episodi terroristici, infatti, si ha nei Paesi “middle-income” e non in quelli “low-income”.

Ma tra tutti i dati, uno in particolare mi ha colpito. Leggo che, secondo le statistiche, nel 2011 il 91% degli attacchi ha avuto successo. Nel corso del decennio tale dato si è mantenuto, addirittura, tra l’89 ed il 97% (!!!). Percentuali incredibilmente alte che, se incrociate con i livelli di letalità degli attacchi, dovrebbero far molto riflettere sul rapporto costi-opportunità degli attacchi terroristici, soprattutto rispetto ad altri tipi di (cyber)attacchi…

 Global Terrorism Index Report 2012

4 dicembre 2012 - 5:00 pm | by | 2 Comments »
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L’evoluzione delle politiche di controterrorismo USA

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Proprio qualche giorno fa un illustre lettore sottolineava la necessità di riflettere sul futuro del contro-terrorismo. Il Washington Post avrà letto il suo invito poichè una settimana fa ha pubblicato la prima parte di una lunga inchiesta proprio su questo argomento: “Plan for hunting terrorists signals U.S. intends to keep adding names to kill lists“.

3 novembre 2012 - 4:33 pm | by | 2 Comments »
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