Ogni tanto i think tank americani realizzanoanalisi che, prendendo spunto da un eventuale fallimento degli sforzi di prevenzione, si concentrano sulle strategie volte a contenere un Iran dotato di armamento nucleare. In altre parole: cosa fare per limitare i danni qualora Teheran raggiunga la famosa “soglia”?
Un post del nostro Matteo Verda che sintetizza un articolo pubblicato pochi giorni fa sul New York Times:
La conseguenza globale della crescente produzione non-convenzionale statunitense e della tanto agognata indipendenza energetica? Più instabilità politica nel sistema internazionale.
Questa è la chiave di lettura proposta da Benjamin Alter e Edward Fishman nel loro editoriale The Dark Side of Energy Independence, pubblicato sul New York Times il 28 aprile. Il legame tra questi due fenomeni sarebbe, manco a dirlo, il prezzo del petrolio.
Un aumento della produzione domestica statunitense produrrebbe pressioni ribassiste sul prezzo del greggio, per il quale alcuni analisti si spingo a prevedere un ritorno verso quota 50 dollari al barile nei prossimi due anni (oggi siamo intorno a quota 100). Prezzi così bassi sarebbero ossigeno per l’economia americana (meno per quelle europea e giapponese, come nota giustamente Macello Colitti su Staffetta Quotidiana), ma sarebbero una maledizione per molti Paesi produttori, dipendenti dai proventi delle esportazioni di greggio.
I Paesi del Medio Oriente sono l’esempio più evidente: difficile pensare un’Arabia Saudita immune alle primavere arabe senza i ricchi proventi del petrolio con quotazioni alle stelle. Stesso discorso per altri Paesi dell’area, a cominciare dal Bahrein, dove ha base la V flotta statunitense. Un caso forse perfino più preoccupante sarebbe però quello della Russia: il sistema politico creato da Putin basa la propria stabilità economica sulle rendite delle esportazioni energetiche, in maggioranza petrolifere (ma anche il prezzo del gas russo è collegato tramite i contratti indicizzati, per l’eventuale gioia dei grandi clienti europei di Gazprom).
Un calo repentino del prezzo del greggio avrebbe effetti devastanti: basti pensare che il bilancio federale è previsto in pareggio nei prossimi anni solo con il petrolio sopra i 100 dollari. Prezzi internazionali pari alla metà comprometterebbero il relativo benessere raggiunto dalla Russia in questi anni e, al limite, la sua stabilità politica. Le probabilità di una discesa dei prezzi tanto repentina sono basse, ma nel caso gli effetti promettono di essere davvero globali. A futura memoria.
Ne avevamo già parlato lo scorso anno in relazione all’Iran (qui e qui) e prima ancora riguardo al fallimento iraqeno. Le attuali divergenze analitiche all’interno della comunità dei Servizi statunitensi non fanno che confermare l’estrema difficoltà nella raccolta e nell’elaborazione di informazioni nel campo della proliferazione nucleare con tutto ciò che ne consegue in termini di processo decisionale politico-strategico (si veda qui, qui e qui)
Nel giorno in cui, secondo alcuni esperti, la Corea del Nord potrebbe compiere un (pericoloso) atto dimostrativo ecco l’analisi di Stefano Silvestri pubblicata su Affarinternazionali.it.
Quasi dimenticavo che lo scorso 8 marzo, con apposito decreto, il Ministro dello Sviluppo Economico ed il Ministro dell’Ambiente hanno formalmente approvato la Strategia energetica nazionale la cui bozza era stata pubblicata nell’ottobre dello scorso anno e messa a disposizione per una pubblica consultazione. Qui gli elementi chiave del documento
Si è appena conclusa a Bruxelles l’annuale forum transatlantico organizzato dal German Marshall Fund.
Tra le diverse sessioni open (alcune, infatti, sono off the record) ho trovato particolarmente interessanti quella dedicata all’indipendenza energetica statunitense, quella sulla partnership economica tra Stati Uniti ed Europa, quella sul futuro del potere in Cina e, soprattutto, quella nella quale Christopher A. Kojm, chairman del NIC, ha presentato i risultati del Global Trends 2030.
Per chi fosse interessato sono disponibili i video e le trascrizioni degli interventi di tutte le sessioni aperte.
Tramite il sempre interessante blog del bravo Matteo Verda sono venuto a conoscenza di questa newsletter del GME. Nel numero 58 Stefano Clò analizza la dipendenza energetica del nostro Paese.
Come scrive Matteo: “Una buona lettura, che mette in luce il buon grado di sicurezza degli approvvigionamenti italiani, dovuto alla diversificazione.“