Studi Strategici ed Intelligence… for dummies

“Libia: il Paese ormai è quartier generale di Al Qaida”

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Da un lancio di TMNews di ieri:

Dopo l’intervento francese in Mali, che ha costretto i miliziani di al Qaida a lasciare il Paese, la Libia è diventata la principale base dell’organizzazione terroristica nella regione. E’ quanto ha dichiarato un alto funzionario dell’intelligence libica al Daily Beast.
“La Libia è diventato il quartier generale di Al Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi)”, ha detto la fonte, riferendo di tre nuovi campi dei terroristi aperti nelle ultime settimane nel sud del Paese.
Fonti occidentali non hanno voluto commentare la minaccia posta dai jihadisti, sottolinea oggi il quotidiano Usa, ricordando però come la scorsa settimana sia stato invece il Presidente del Ciad, Idriss Deby, a denunciare l’inerzia del governo di Tripoli contro i combattenti, accusati di usare la Libia come terreno di addestramento delle nuove reclute, minacciando così la sicurezza della regione. Accuse respinte dal governo libico, che ha smentito l’arrivo dal Mali dei jihadisti. Sempre secondo una fonte dell’intelligence libica, dopo l’attacco dello scorso settembre al consolato Usa di Bengasi, un numero crescente di jihadisti libici sarebbe passato proprio sotto il comando di Aqmi. Secondo la fonte, lo stesso attacco contro il consolato americano non sarebbe stato ordinato o progettato direttamente da Aqmi, ma l’organizzazione terroristica avrebbe avuto un ruolo nella decisione di colpire l’obiettivo statunitense. Decisione presa da un comitato di leader jihadisti egiziani e libici e che ha visto coinvolte “cellule radicali di diverse milizie rivoluzionarie di Bengasi”.

7 maggio 2013 - 9:20 pm | by | 17 Comments »
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EU Terrorism Situation and Trend Report 2013

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L’Europol ha pubblicato qualche giorno fa il TE-SAT 2013, l’analisi strategica sullo stato della minaccia terroristica in Europa.
Due punti degni di nota (a modesto parere del sottoscritto):

1) la crisi economica, fino al momento, non sembra aver avuto un impatto negativo sulla minaccia terroristica nel continente. Scrivono gli analisi dell’Europol:

The current economic conditions in the EU do not appear to have had a significantly negative impact on the overall terrorism and violent extremism picture. In the face of the continuing challenges of the economic situation and the associated governmental austerity measures, attacks by terrorists and violent extremists have not markedly increased since 2008. Although financial institutions, government buildings and officials have been targeted in some EU Member States in 2012, principally by violent leftwing and anarchist extremists, attacks and violent demonstrations appear to have been relatively sporadic. However, this does not preclude the potential for a future increase in similarly motivated offences.

2) crisi nord-africane e, in prospettiva, crisi siriana costituiscono, invece, pericolosi focolai di tensione:

The situation in the Middle East and North Africa (MENA) is significant for the terrorist threat in the EU.
Two years on from the ‘Arab Spring’ uprisings, the situation in North Africa remains unstable. Two attacks in Benghazi, Libya – one in June against the UK Ambassador and the other in September against the US Ambassador, which resulted in his murder – underline the threat. The volatile situation in Mali also requires significant attention, as it offers a new theatre that may appear an attractive destination for those seeking to engage in armed conflict in support of religiously inspired insurgents. These individuals may pose a threat on their return to the EU. [...]
The current civil war in Syria has attracted a number of radicalised EU citizens. In recent years, such individuals seeking to engage in either fighting or training in conflict zones have travelled to the Afghanistan/Pakistan region, Yemen or Somalia – all regions that are relatively difficult to access. However, in 2012 there was a distinct rise in the number of EU citizens travelling to Syria, in a number of cases fighting alongside groups associated with religiously inspired terrorism. Comparative ease of entry and robust facilitation networks offer these individuals a smoother path to the country. The full implications of increased participation of EU citizens are currently unclear but may have an impact on the future security situation in the EU.

 

EU Terrorism Situation and Trend Report 2013

1 maggio 2013 - 11:30 am | by | 5 Comments »
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Gli interessi italiani in Mali

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Un articolo di Alberto Negri pubblicato oggi sul Sole 24ore:

I governi cambiano ma gli interessi restano, aveva dichiarato al momento della sua investitura a ministro degli esteri l’esperto e pramatico Laurent Fabius, alludendo nel contesto africano all’implosione in atto nel Mali che metteva in pericolo l’influenza nell’area di Parigi e regimi locali come quello del Niger, un Paese da cui la Francia dipende per le sue forniture di uranio come gli Stati Uniti dal petrolio saudita.

Quali siano gli interessi italiani nel Sahel lo ha spiegato il leader libico Magarief al presidente della Repubblica Napolitano, assai preoccupato dopo l’agguato di Bengasi al console Guido De Sanctis. «L’Italia ha un interesse diretto all’intervento francese perchè l’instabilità dell’interno del Maghreb rappresenta per la Libia una grossa falla che Tripoli da sola non è in grado di arginare», ha affermato il presidente ad interim libico. Il Sud della Libia, il Fezzan, è fuori dal controllo delle labili autorità libiche, a Est la Cirenaica, dove c’è l’80% delle riserve petrolifere, invia segnali di costante disgregazione. Alla caduta del regime di Gheddafi, il ritorno delle milizie Tuareg in Mali e il saccheggio degli arsenali militari del Colonnello, è stata una delle cause che ha innescato il collasso maliano.

Il conflitto in Mali ha caratteristiche differenti da altri scenari di guerra in Africa che di solito hanno conseguenze marginali per l’Occidente. Le parole di Magarief confermano che l’intervento francese è comunque percepito come parte di un arco della crisi che investe tutto il Sahel, la fascia nevralgica che sotto il Sahara salda l’Africa bianca a quella nera, le risorse energetiche del Maghreb con quelle minerarie del Sud.

L’avanzata dei movimenti radicali islamici e di gruppi con il marchio di Al Qaida insieme ai postumi delle primavere arabe hanno creato una sorta di buco nero geopolitico in un’area dove non c’è soltanto uno stato fallito, il Mali, ma una vasta aerea grigia: dal Sahel, tanto per fare un esempio, passa il 60% della cocaina sudamericana venduta in Europa.

La guerra in Mali ci riguarda per i rapporti con la Libia ma anche con l’Algeria, il nostro secondo fornitore di gas. In Mali gli affari economici italiani sembrano trascurabili, soprattutto da quando l’Eni ha rinunciato alle concessioni petrolifere di Taoudeni in joint venture con l’algerina Sonatrach. Ma il fatto stesso che gli algerini avessero spinto l’Eni ad andare in Mali aveva un significato politico oltre che economico: Algeri coltiva ambizioni di potenza egemone nell’area e il Mali fa parte del suo cortile di casa. Gheddafi sosteneva con generose donazioni i bilanci di Bamako ma toccava agli algerini tenere d’occhio i movimenti Tuareg e i gruppi islamici cone l’Aqmi, Al Qaida nel Maghreb, e Ansar Eddine dove i capi sono vecchie conoscenze del Dis, i servizi di intelligence di Algeri.

Forse qui abbiamo la memoria corta ma l’Italia in Algeria è stata coinvolta in importanti questioni di sicurezza durante gli anni di piombo, quando lo scontro con gli islamisti provocò 10 anni di terrore con un bilancio di 200mila morti. Italiani e algerini hanno collaborato intensamente nel controllo dei gruppi islamici che si muovevano dalla sponda del Maghreb verso Nord.

Anche l’Italia è interessata al Sahel, altrimenti che ci facciamo in mezzo al Mediterraneo? Sulla sponda Sud abbiamo un interscambio di 57 miliardi di euro l’anno e siamo sempre tra i primi tre partner economici di tutti i Paesi affacciati sul Maghreb. La loro sicurezza è la nostra.
In questa operazione Serval – il felino africano che con un balzo indietro della storia compare anche nello stemma dei principi Tomasi di Lampedusa – ci sono già dei fallimenti e delle manipolazioni di stampo gattopardesco.

L’Algeria si è dimostrata incapace con gli agenti infiltrati in Mali e le sue relazioni storiche di bloccare l’avanzata prima dei Tuareg e poi degli islamisti, spingendo la Francia all’intervento per salvare Bamako.
Gli Stati Uniti hanno versato negli anni scorsi 500 milioni di dollari per addestrare un esercito maliano che si è dato a gambe ai primi scontri e uno dei loro uomini, il capitano Sanogo, che doveva essere il De Gaulle del Mali, ha condotto un colpo di stato inconcludente.

Certo tutti questi temi possono sembrare lontani dal dibattito politico nostrano. Per altro il caso della Libia, dove siamo stati colti di sorpresa proprio dall’attivismo dei francesi, ha già dimostrato che non solo non siamo quasi mai protagonisti delle vicende mediterranee ma neppure tanto bene informati su quanto accade sotto casa.

Aggiungo il link a questo documento dell’International Crisis Group. E’ della scorsa estate ed è un dossier sulla crisi in Mali molto ben fatto: “Mali: Avoiding Escalation“.

16 gennaio 2013 - 5:49 pm | by | 5 Comments »
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“L’Italia non è attrezzata per la competizione geopolitica”

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Lo afferma Aldo Giannuli ed ha, ovviamente e purtroppo, ragione:

 [...] Giannuli si dichiara apertamente anti-complottista e anti-cospirazionista: “I grandi processi non sono mascherabili” e costituiscono “la base di analisi per capire le singole notizie”. La capacità dell’operatore dell’informazione, analista o giornalista, sta nel tenere fermo questo sfondo fatto di solide e concrete realtà geopolitiche. Non ci vuole un grande dietrologo per capire che cosa implichi, in termini di interessi coinvolti, un progetto come South Stream: basta vederne il tracciato sulla carta geografica. È alla geopolitica che in qualche modo bisogna tornare contro gli eccessi di specialismo che, per esempio, fanno leggere la crisi come un fatto economico agli economisti e come un fatto politico-militare agli strateghi, mentre è dall’intreccio dei due piani che se ne coglie la complessità [...].
Il cumulo di informazioni produce, in modo sempre più complesso e stratificato, giudizi politici. È inevitabile purché, esercitando il raziocinio, il giudizio sia equilibrato e sfaccettato, consapevole della complessità degli interessi in gioco. Che ci sia una infowar in corso in Siria, per esempio, è innegabile. Come spiegare altrimenti, si chiede Giannuli, la presenza di tanti telefoni cellulari non intercettabili, pronti a trasmettere quello che succede in ogni punto di un Paese che era tra i più chiusi alle tecnologie informatiche? Ma lo scontro non è solo mediatico, la posta in palio è reale. Il singolo episodio (questa o quella strage, questo o quel bombardamento) può anche essere “costruito”, ma non lo è la rottura degli equilibri etnici che reggeva uno dei Paesi più complessi dell’area, la cui esplosione preoccupa perfino Israele. Va dunque respinta tanto l’ingenua pretesa che non ci siano manipolazioni quanto l’esagerata (specie da parte russa) sottolineatura di un complotto mediatico internazionale.
“Piaccia o no, nel Medio Oriente contiamo meno che in passato”, dice lo storico, “e di una politica per il Mediterraneo non vedo traccia”. La Libia è stata dunque una sconfitta (gradita, in un certo senso, visto il carattere dittatoriale del regime di Gheddafi) per i nostri servizi, che non sono stati in grado di anticipare le mosse anglo-francesi, di capire l’orientamento neutrale dell’etnia maggioritaria e di prevedere lo sfaldamento del sistema di potere di Tripoli. Forse per pigrizia, non si è stati in grado di rileggere la storia e vedere nelle trasformazioni sociali attorno al porto di Bengasi la miccia per il ritorno di un antico ribellismo cirenaico, di cui pure come potenza coloniale avevamo avuto esperienza diretta. Siamo ora di fronte al maggiore cambiamento epocale dopo il crollo del comunismo in Europa orientale (1989), ma con l’aggravante che “dopo vent’anni di diseducazione non abbiamo prodotto una classe politica di ricambio”.

6 gennaio 2013 - 4:00 pm | by | 73 Comments »
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Un altro rapporto sull’attacco al Consolato di Bengasi

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Dopo quello dell’Accountability Review Board è stato pubblicato anche il report dello U.S. Senate Committee on Homeland Security sui fatti dell’11 settembre scorso.
Vi consiglio di leggere entrambi i documenti per avere un quadro completo delle problematiche di funzionamento dell’apparato di intelligence americano.

 Flashing Red – A Special Report on the Terrorist Attack at Benghazi

2 gennaio 2013 - 3:22 pm | by | 1 Comment »
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Il Qatar e la diffusione dello jihadismo…

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… secondo i Servizi francesi, di Gianandrea Gaiani:

ANSA – Lo Stato maggiore dell’esercito e i servizi segreti francesi hanno informato l’Eliseo che “organizzazioni non governative del Qatar finanziano i gruppi jihadisti sistemati nel nord del Mali, attraverso una banca islamica, come anche i loro ‘colleghi’ attivi in Siria”. Lo scrive oggi il settimanale satirico Le Canard Enchaine’, sempre molto ben informato sui retroscena della politica francese. ”Da tre mesi – prosegue il Canard – la Dgse (l’intelligence, ndr.) moltiplica le note allarmistiche con la speranza, si suppone, di convincere il presidente (Francois Hollande, ndr.) di ‘pretendere che il Qatar consacri i suoi petrodollari a migliori cause’, come ironizza un membro dello Stato maggiore dell’esercito”. Sempre secondo gli 007 francesi citati dal Canard i fondamentalisti islamici di Aqmi, Ansar Dine e Dujano, che agiscono nel nord del Mali, non sono i soli beneficiari della generosita’ del Qatar. Anche in Libia, Tunisia e Marocco, i loro fratelli salafisti sono ”ben foraggiati” da Doha. Dai tempi della presidenza di Nicolas Sarkozy, La Francia e il Qatar hanno stretto relazioni strettissime, coltivate anche da Francois Hollande. Il piccolo Emirato affacciato sul Golfo Persico e’ stato anche accolto, nei giorni scorsi, nell’ organizzazione internazionale della Francofonia, non senza suscitare polemiche. Da settimane, la Francia spinge per un intervento militare africano per combattere i fondamentalisti islamici nel Nord del Mali.

20 ottobre 2012 - 8:00 am | by | No Comments »
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Gli Stati Uniti preparano la risposta…

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… all’attacco che ha portato all’uccisione del loro ambasciatore in Libia.
Riporto l’articolo di Gianandrea Gaiani (Il Sole 24 ore) che sintetizza perfettamente le notizie provenienti da Washington e volutamente lasciate circolare.

Intelligence e forze speciali statunitensi pronte all’azione in Libia per colpire i responsabili dell’attacco dell’11 settembre al consolato di Bengasi nel quale le milizie jihadiste uccisero l’ambasciatore Chris Stevens, un agente dei servizio segreti e due contractors americani.
Fin dai giorni successi al blitz terroristico satelliti, aerei spia e velivoli teleguidati statunitensi hanno iniziato a setacciare la Cirenaica alla ricerca degli uomini dei leader di al-Qaeda inviati l’anno scorso in Libia dal successore di Osama bin Laden, l’egiziano Ayman al-Zawahiri, per costituire una robusta cellula operativa.
Nelle ultime ore i principali media statunitensi hanno raccolto indiscrezioni circa l’imminenza di un raid . Ieri il Washington Post ha riferito di una serie di briefing tenutisi alla Casa Bianca per valutare la minaccia qaedista nel Nord Africa e la possibilità di lanciare attacchi militari. Meeting che hanno coinvolto Cia, Dipartimento di Stato e Comando forze speciali del Pentagono iniziati dopo che le milizie di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqmi) hanno assunto il controllo del Malì settentrionale e infittitisi dopo l’attacco a Bengasi dell’11/9. A confermare dell’0imminenza di azioni militari contribuisce anche la notizia che tutto il personale statunitense è stato evacuati da Bengasi.
Il giorno prima il Wall Street Journal aveva reso noto che Washington si prepara a rafforzare la lotta contro Aqmi. Il comandante dell’Africa Command , generale Carter H. Ham, ha escluso “piani per un intervento militare diretto” in Mali confermando però che gli Stati Uniti sono pronti a sostenere operazioni di antiterrorismo e peacekeeping di altri Paesi. Un chiaro riferimento all’offensiva che la forza africana di 3.300 militari dei 15 Stati riuniti nella Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas) dovrebbe scatenare contro i miliziani islamisti.
Cnn e New York Times riferiscono oggi che intelligence e Comando forze speciali hanno raccolto le informazioni necessarie per uccidere o catturare i miliziani coinvolti nell’attacco al consolato. I dossier, ormai in fase di completamento, verranno presentati presto a Obama per ottenere il via libera ai raids. La fonte anonima citata dalla Cnn ritiene che Washington cercherà di ottenere la collaborazione delle autorità libiche prima di lanciare attacchi militari. “Non pensate che sia ormai assodata una lista definitiva delle persone coinvolte” ha detto pur ammettendo che sono in fase di completamento i “target packages” che comprendono informazioni su siti e individui specifici oltre a valutazioni sui rischi, incluso quello di colpire civili (i cosiddetti danni collaterali).
Quattro le opzioni più probabili: il ricorso a droni armati, il lancio di missili da crociera dalle navi, i raid di forze speciali già basate nella base siciliana di Sigonella o missioni congiunte con le forze libiche. Tra gli uomini di al-Qaeda sotto tiro c’è senza dubbio Muhammad Jamal Abu Ahmad, egiziano di 45 anni con alle spalle l’addestramento in Afghanistan e il carcere al Cairo prima di costituire la rete Jamal che l’anno scorso ha costituito campi d’addestramento in Cirenaica. Jamal ha stretti rapporti con Aqmi, la milizia libica Ansar al-Sharia e le brigate Omar Abdul Rahman che a Bengasi hanno già attaccato la sede della Croce Rossa ed effettuato un attentato contro l’ambasciatore britannico e lanciato razzi contro il consolato statunitense.
La pianificazione di attacchi americani non stupisce specie tenendo conto che l’Amministrazione Obama utilizza da tempo il mix di strumenti militari e d’intelligence per colpire i jihadisti già in numerosi Paesi, dal Pakistan alla Somalia. Impossibile non notare invece l’ampia mole di indiscrezioni filtrate a tutti i principali media statunitensi circa le azioni militari in preparazione forse da mettere in relazione alle esigenze della campagna elettorale. Barack Obama , specie alla vigilia del primo dibattito televisivo con lo sfidante Mitt Romney, ha tutto l’interesse a far trasparire l’intenzione di agire e di rispondere agli attacchi terroristici soprattutto dopo che è emerso che le misure di sicurezza al consolato di Bengasi erano molto al di sotto degli standard minimi richiesti in un’area rischiosa coma la Libia e le voci secondo le quali lo stesso Stevens aveva chiesto invano maggiore protezione. Dubbi anche circa l’efficienza delle indagini sull’attacco poiché a tre settimane dai fatti il team dell’FBI inviato in Libia si trova ancora a Tripoli e non può recarsi a Bengasi a causa della “mancanza delle condizioni di sicurezza”. 

Aggiungo un ulteriore link alla notizia secondo la quale, a settimane di distanza dall’attacco, gli Stati Uniti non sono stati in grado di mettere in sicurezza l’installazione attaccata e devastata.

4 ottobre 2012 - 8:00 am | by | 5 Comments »
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L’Intelligence statunitense sull’attacco di Bengasi

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La dichiarazione del portavoce dell’ODNI sulle attività di indagine compiute dall’Intelligence Community statunitense sull’attacco al consolato di Bengasi.

[...] As the Intelligence Community collects and analyzes more information related to the attack, our understanding of the event continues to evolve. In the immediate aftermath, there was information that led us to assess that the attack began spontaneously following protests earlier that day at our embassy in Cairo. We provided that initial assessment to Executive Branch officials and members of Congress, who used that information to discuss the attack publicly and provide updates as they became available. Throughout our investigation we continued to emphasize that information gathered was preliminary and evolving.
As we learned more about the attack, we revised our initial assessment to reflect new information indicating that it was a deliberate and organized terrorist attack carried out by extremists. It remains unclear if any group or person exercised overall command and control of the attack, and if extremist group leaders directed their members to participate. However, we do assess that some of those involved were linked to groups affiliated with, or sympathetic to al-Qa’ida. We continue to make progress, but there remain many unanswered questions. As more information becomes available our analysis will continue to evolve and we will obtain a more complete understanding of the circumstances surrounding the terrorist attack.[...]

29 settembre 2012 - 1:32 pm | by | 6 Comments »
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