Dato che stiamo parlando di operazioni di contro-insorgenza quale migliore occasione per leggere questo studio della Rand sulla necessità di rivedere l’intero paradigma per la c.d. “all-source analysis”: “Military Intelligence Fusion for Complez Operations: a New Paradigm“.
Il documento è frutto di uno studio finanziato dal Pentagono e dall’intelligence militare.
WASHINGTON – I soldati afghani quasi non volevano crederci. Mohammad Ashan, capo talebano locale, si è presentato al posto di blocco con il volantino che sollecitava informazioni per arrivare alla sua cattura. «Eccomi, sono io. Mi consegno» ha detto il guerrigliero aggiungendo la sua richiesta «Adesso però voglio la ricompensa di 100 dollari indicata sul poster». L’ARRESTO – I militari hanno risposto mettendogli le manette, poi lo hanno trasferito in una caserma dove hanno verificato che fosse davvero Ashan. Il talebano era ricercato da tempo in quanto accusato di aver organizzato due attentati nella provincia di Paktika e per questa ragione era finito sulla lista dei most wanted. Come altri, nome e volto sono stati stampati su volantini diffusi nella regione con la speranza di ricevere una dritta da parte della popolazione. In cambio venivano promessi 100 dollari. E Ashan, per motivi che non ha spiegato, ha pensato di poterli incassare senza rischi. O forse non era troppo a posto con la mente, ha suggerito qualcuno.
LE RICERCHE – Il caso – raccontato mercoledì dal Washington Post – ricorda gli sforzi fatti dagli Usa per cercare di raccogliere informazioni sui terroristi. Molti i sistemi usati. Oltre che sui volantini, gli appelli di ricerca sono stati lanciati sulle tv e radio locali oppure stampati su scatole di fiammiferi. Ma solo in pochi casi avrebbero portato a dei risultati.
… secondo un recente National Intelligence Estimate.
Il NIE non è stato reso pubblico ma ne dà notizia, tra gli altri, il Los Angeles Time secondo il quale l'analisi dell'Intelligence Community statunitense sulla situazione in Afghanistan non sarebbe molto positiva.
"The U.S. intelligence community says in a secret new assessment that the war in Afghanistan is mired in stalemate, and warns that security gains from an increase in American troops have been undercut by pervasive corruption, incompetent governance and Taliban fighters operating from neighboring Pakistan, according to U.S. officials. The sobering judgments, laid out in a classified National Intelligence Estimate completed last month and delivered to the White House, appeared at odds with recent optimistic statements by Pentagon officials and have deepened divisions between U.S. intelligence agencies and American military commanders about progress in the decade-old war. The detailed document, known as an NIE, runs more than 100 pages and represents the consensus view of the CIA and 15 other U.S. intelligence agencies. Similar in tone to an NIE prepared a year ago, it challenges the Pentagon's claim to have achieved lasting security gains in Taliban strongholds in southern Afghanistan, according to U.S. officials who have read or been briefed on its contents. In a section looking at future scenarios, the NIE also asserts that the Afghan government in Kabul may not be able to survive as the U.S. steadily pulls out its troops and reduces military and civilian assistance. (…) Military and Pentagon officials argued that assumptions used by intelligence agencies were flawed."
"(…) in tema di traffico di armi arrivano le prime allarmanti conferme della preoccupazione Usa riguardo agli arsenali chimici e no di Muammar Gheddafi. L’intelligence americana infatti ha le prove che alcuni dei missili di contrarea SA-7 di fabbricazione sovietica scomparsi dagli arsenali libici si trovino in vendita sul mercato nero in Mali, paese africano che è uno dei territori dove opera al Qaeda nel Maghreb. Per scongiurare la possibilità che questi missili ed altre armi vengano acquistate dai terroristi, gli Stati Uniti potrebbero comprarle loro direttamente sul mercato nero".
"La sorveglianza delle armi chimiche, stimate dagli americani in centinaia di tonnellate di gas mostarda, avviene con satelliti e droni perché l'intelligence sa da tempo dove Gheddafi le conserva. Lo stesso vale per le 1100 tonnellate di concentrato di uranio «yellowcake». I negoziati condotti sulla loro consegna o distruzione, che il colonnello è sempre riuscito a rimandare, hanno consentito di sapere dove sono. In questo caso la preoccupazione di Washington è sulla possibilità che gruppi lealisti possano prelevare i gas nocivi per lanciare attacchi contro i civili.
Se il Pentagono afferma che «yellowcake e armi chimiche sono al sicuro» è perché non sono stati osservati movimenti sospetti nelle vicinanze ma fino a quando le forze ribelli non riusciranno a raggiungerli il pericolo resterà. Ultimo, ma non per importanza, è il rischio che gli arsenali di armi convenzionali, disseminati in più località, possano servire per alimentare la guerriglia oppure per armare gruppi pronti a pagare in contanti, consentendo a Gheddafi di continuare ad avere ingenti entrate. La rete di questi depositi è stata creata da Gheddafi a sostegno di guerriglie ed eserciti stranieri, soprattutto africani, e Washington teme che possano diventare predadichiunque, a cominciare dai gruppi jihadisti.
Tutto ciò spiega perché intelligence e Pentagono sono impegnati in una corsa contro il tempo per neutralizzare Gheddafi e scongiurare i rischi portati da armi convenzionali e non. «Ma c'è un altro scenario da considerare – conclude una fonte militare – la possibilità che lealisti oramai slegati da Gheddafi si impossessino di tali armi per giocare in proprio»"
Preannunciato da quasi un mese la Rand ha finalmente pubblicato questo libro nel quale alcuni dei migliori esperti del think tank californiano analizzano in profondità le strategie statunitensi di contro-terrorismo nel dopo 11 settembre: "The Long Shadow of 9/11".