Mentre il BND tedesco, secondo fonti di stampa, avrebbe modificato la propria analisi sul conflitto siriano la notizia del sempre maggiore coinvolgimento degli Hezbollah negli scontri mi dà la possibilità di segnalare questo spunto di riflessione di John Alterman, del CSIS di Washington. Egli evidenzia come in Medio-Oriente sia ritornata l’epoca delle “guerre per procura” e non solo con riferimento al caso siriano.
[...] It is more accurate, however, to see the region entering an age of proxy wars, on a scale that is likely to dwarf the Arab Cold War that pitted Saudi Arabia against Egypt in the 1950s and 1960s.
While Iran and Saudi Arabia are major antagonists in the unfolding battles, they are not the only ones. The emerging wars are genuinely multipolar, and U.S. policy and practice will need to adapt to this emerging reality.
The most active proxy war is in Syria, where a range of regional and global powers seeks to shape the future of the country. What is surprising is not so much the scale of that assistance as its diversity. Support flows from governments, institutions, and individuals to a dizzying array of actors. Some are principally armed and others are principally political; some are disciplined and others seem determined to sow terror.
More than two years into the conflict, there is remarkably little strategic coordination among the parties supporting Syrian opposition forces, contributing to sustained disarray and infighting among the forces themselves.
Support does not follow clear sectarian or religious lines. Saudi Arabia and Qatar, two Wahhabi states, appear to support different clients in Syria. The Saudi government fears trained and networked jihadi fighters flowing back into the kingdom as they did after the Afghan war in the 1980s, and it fears inspiring a politicized Islamist opposition. It acts with some caution in Syria, and this avowedly religious government appears to favor secular nationalists.
Qatar appears confident that a jihadi wave will not threaten the emirate and is casting bets widely to hasten Bashar al-Assad’s fall. The United Arab Emirates, deeply distrustful of political Islam of any stripe, is among the most cautious of the Gulf states, seeking to check Iran without supporting Islamist fighters. Iran, of course, is betting heavily on the Assad government, while rumors spread that Russia is looking for a solution that preserves Syria’s integrity even if it does not preserve Assad. Western countries have their own preferences and red lines, and each has its own clients.
The proxy war extends far beyond Syria, however. Egypt’s major political parties reportedly receive extensive outside funding, with Qatar heavily bankrolling the Muslim Brotherhood and Saudi Arabia reportedly supporting salafi parties.
Among a range of Arab forces, Qatar and the United Arab Emirates invested especially heavily in the effort to depose Muammar el-Qaddafi in Libya, supporting different troops on the ground under the protection of NATO airstrikes. They backed different parties in 2011 and continue to do so.
There are many antagonists in tiny Bahrain—with only 600,000 citizens—but Saudi Arabia and Iran are the most active, supporting the Sunni and Shiʽite communities respectively. [...]
Una situazione molto complessa, insomma, che necessita di un’attenta analisi e di una puntuale pianificazione.
22 maggio 2013 - 2:53 pm | by Silendo | 1 Comment »
Tags: arabia saudita, egitto, hezbollah, iran, medio-oriente, russia, siria, stati uniti.
1 marzo 2013 - 2:52 pm | by Silendo | No Comments »
Tags: egitto, medio-oriente.
17 settembre 2012 - 10:00 pm | by Silendo | No Comments »
Tags: algeria, egitto, francia, germania, gran bretagna, italia, libia, medio-oriente.
… da qualche giorno è disponibile l’ultimo numero di Survival, la rivista dell’International Institute for Strategic Studies di Londra.
11 agosto 2012 - 7:26 pm | by Silendo | No Comments »
Tags: affari strategici, cina, cyber-mf, egitto, gran bretagna, guerriglia, nato, siria.
19 luglio 2012 - 2:52 pm | by Silendo | No Comments »
Tags: egitto, intelligence, medio-oriente, stati uniti.
Il Tempo di oggi, in occasione della c.d. riunione del 5+5, pubblica un articolo del nostro Ministro degli Esteri che assomiglia ad una dichiarazione strategica verso l’area del Mediterraneo.
Trattandosi di una merce rarissima in Italia (la strategia, intendo) non potevo esimermi dal segnalarlo qui, sul blog.
Scrive il Ministro:
Qual è la nostra visione delle relazioni tra l’Europa ed i Paesi mediterranei? Noi crediamo che i processi i democratici in corso in questa regione stiano creando le condizioni per un nuovo tipo di rapporto tra i paesi delle due sponde. Non più i vecchi ‘patti di convenienza’ e nemmeno le ricette etero-imposte da Bruxelles. Piuttosto la definizione di partenariati ‘veri’ e paritari basati sulla piena condivisione di valori – democrazia, stato di diritto, rispetto dei diritti umani e delle minoranze, in particolare le minoranze religiose – ed interessi (sicurezza nelle varie dimensioni, incluse la sicurezza energetica e quella alimentar; sviluppo economico e sociale).
Partenariati veri basati sulla piena condivisione degli obiettivi e dell`agenda politica. Intendiamo, attraverso questi partenariati, avvicinare progressivamente le due sponde del Mediterraneo e dar vita ad una ‘casa comune euro-mediterranea’. Ed è a questo concetto di integrazione ‘de facto’ e di ‘casa comune’ che, nella nostra visione, dovrebbero ispirarsi anche i diversi, e tra loro complementari, strumenti esistenti : dalla politica di vicinato dell`Unione europea, all`Unione per il Mediterraneo, al formato 5 + 5.
La riunione ministeriale del 5 +5 ( i cinque Paesi della sponda Nord: Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Malta ed i cinque della sponda Sud: Algeria, Marocco, Tunisia, Libia, Mauritania) che Italia e Tunisia co-presiederanno oggi a Roma si propone di riavviare su queste nuove basi il dialogo tra le due sponde attraverso nuove proposte di collaborazione concreta in una serie di settori, dalla sicurezza, allo sviluppo economico ed in particolare delle piccole medie imprese, agli scambi culturali e tra le società civili. Verranno, tra le altre cose, decise insieme, dai Paesi delle due sponde, le creazione di un sistema di early warning per far fronte alle minacce comuni nel Mediterraneo, di un dialogo tra le società civili e verrà stabilita la data di un Vertice del 5+5 a livello di capi di Stato e di governo per testimoniare la comune volontà politica di far compiere un salto di qualità alla cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo. In collegamento con l`Unione per il Mediterraneo, il 5 +5 lavorerà inoltre, d`ora in avanti, attraverso un meccanismo di consultazione permanente per poter dare seguito concreto alle iniziative di collaborazione in tutti i settori.
Il 5+5 intende diventare un fattore di impulso anche per rilanciare le politiche dell`Unione europea verso la regione, una sorta di ‘Gruppo degli amici del Mediterraneo’.
E` un momento storico nei rapporti con la sponda Sud Mediterraneo che l`Europa politica non può perdere se non vuole rischiare di finire ‘out of business’.
Non so a voi ma a me sembra un modo per riprendere l’iniziativa nell’area riducendo i margini d’azione di Francia e Gran Bretagna.
Interessante anche il “sistema di early warning“. Sono curioso di sapere come verrà strutturato.
Per maggiori dettagli consiglio l’audizione del Ministro del giorno 15 (qui il video) presso le commissioni riunite degli affari esteri. Ahimè ancora non è disponibile lo stenografico.
20 febbraio 2012 - 5:06 pm | by Silendo | 1 Comment »
Tags: affari strategici, classe dirigente, egitto, italia, medio-oriente, sicurezza nazionale.
… l’analisi della Stratfor: qui!
20 gennaio 2012 - 7:20 pm | by Silendo | No Comments »
Tags: egitto, estremismo.
La bella analisi di Roberto Aliboni pubblicata su The International Spectator di dicembre:
The Arab spring is a transition away from the long alliance between the West and the moderate Arab states, as well as a transition of these states from being more or less passive clients of the US and the West to more or less vibrant democracies with an assertive agenda in the region. The Western countries, while in principle welcoming the possibility of new democracies emerging in the region, reaped enormous advantage from their association with the previous regimes and do not seem prepared to deal with the new democracies’ more assertive agenda. But, as Western countries will be unable and unwilling to oppose this agenda, they should proceed with reshuffling their international objectives and policies to make a dialogue with these new democracies possible. In this perspective, an important stumbling block could be the Palestinian issue and the role of a growing chauvinist Israel in the region. Ironically, Western countries have done less than nothing in the past years to solve the problem and still look unprepared to take action. They have spoken of the ongoing crisis in the Middle East and North Africa as an opportunity. But, in reality, things are more complicated. If they do not change their course, the Arab spring could become not only a lost opportunity, but also a source of new tensions.
A proposito, qui il punto di vista israeliano sui mutati scenari medio-orientali.
20 gennaio 2012 - 7:02 pm | by Silendo | 6 Comments »
Tags: affari strategici, egitto, israele, medio-oriente, palestina.
18 novembre 2011 - 9:00 am | by Silendo | 3 Comments »
Tags: affari strategici, arabia saudita, egitto, libia, medio-oriente, siria.
Dal New York Times:
"Egypt’s military rulers are moving to assert and extend their own power so broadly that a growing number of lawyers and activists are questioning their willingness to ultimately submit to civilian authority.
Two members of the military council that took power after the ouster of former President Hosni Mubarak said for the first time in interviews this week that they planned to retain full control of the Egyptian government even after the election of a new Parliament begins in November. The legislature will remain in a subordinate role similar to Mr. Mubarak’s former Parliament, they said, with the military council appointing the prime minister and cabinet" (continua qui).
16 ottobre 2011 - 12:05 am | by Silendo | 2 Comments »
Tags: egitto.
Grazie ad un articolo de Linkiesta ho scoperto l'esistenza di questo studio della società di consulenza strategica Geopolicity: "The Costs of the Arab Spring: a Roadmap for G20/UN Support?".
Il report contiene una stima dell'impatto economico delle recenti rivolte in Tunisia, Egitto, Bahrein, Libia, Yemen e Siria basata su dati del Fondo Monetario Internazionale.
Premesso che non avendo accesso al documento completo non sono in grado di valutarne l'attendibilità, secondo gli analisti di Geopolicity la Primavera araba avrebbe causato ai suddetti Paesi un danno economico di 55 miliardi di dollari. Sono esclusi dal conto i danni alle infrastrutture e quelli, incalcolabili, alle persone.
La cosa interessante, però, è che l'advisory firm calcola anche i benefici economici delle rivolte le quali, invece, avrebbero favorito Qatar, Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi con una crescita del PIL tra il 25 ed il 30%.
15 ottobre 2011 - 6:30 pm | by Silendo | No Comments »
Tags: arabia saudita, egitto, libia, medio-oriente.
Jon B. Alterman è il direttore del programma di studi sul Medio-Oriente del CSIS. Nel suo ultimo saggio pubblicato sul The Washington Quarterly Alterman sostiene, a mio avviso pienamente a ragione, che il ruolo dei social media (Facebook e Twitter) nella c.d. "Primavera araba" è stato sopravvalutato: "while the activists were a catalyst for the events of January and February, they did not drive them. Television drove them, framed them, legitimized them, and broadcasted them to a wide audience. There is no question that activists benefitted from social media (…) but social media do not seem to have been at the heart of the transformation from the ineffectual Kefaya and April 6 Movement protests to the sudden jolt of January 25."
E' errato quindi, afferma Alterman, considerare i social media come strumenti "rivoluzionari" in grado di sovvertire i precedenti assetti di potere i quali, infatti, rimangono tutt'ora forti e consolidati. "(…) the revolution has not yet happened. The events of January and February 2011 only opened the door to possibility (…).There is not yet a new phase in the political life in Middle East, but we can see it taking shape from here. Technology will play a role, but even more important will be more conventional organizations of people and ideas."
19 settembre 2011 - 7:00 pm | by Silendo | 17 Comments »
Tags: egitto, medio-oriente.
… secondo Ahmet Davutoglu, il Ministro degli Esteri turco:
"(…) Strikingly, he predicted a partnership between Turkey and Egypt, two of the region’s militarily strongest and most populous and influential countries, which he said could create a new axis of power at a time when American influence in the Middle East seems to be diminishing.
(…) “For the regional balance of power, we want to have a strong, very strong Egypt,” said Mr. Davutoglu, who has visited the Egyptian capital five times since Mr. Mubarak was overthrown in February. “Some people may think Egypt and Turkey are competing. No. This is our strategic decision. We want a strong Egypt now.”
Chissà come saranno contente Iran ed Arabia Saudita…
19 settembre 2011 - 11:00 am | by Silendo | No Comments »
Tags: arabia saudita, egitto, iran, israele, medio-oriente, turchia.
di Maurizio Molinari, su La Stampa del 19 agosto:
"L'allarme sul Sinai nuovo focolaio di terrorismo è suonato a Washington fra la fine di luglio e l'inizio di agosto quando in almeno una occasione gruppi di miliziani armati, mascherati e inneggianti all'Islam hanno attaccato la stazione di polizia di al Arish, nel Nord-Est del deserto egiziano, a breve distanza dal confine con la Striscia di Gaza, per affermare la capacità di operare alla luce del sole, reclamando il controllo del territorio.
«Sin dall'ultimo periodo della presidenza di Hosni Mubarak sapevano che gruppi jihadisti alleati a tribù beduine gestivano traffici illegali nel Nord-Est del Sinai – spiega Jeffrey White, ex analista dell'Intelligence americana ora in forza al Washington Institute sul Vicino Oriente – ma non era mai avvenuto nulla di simile».
Secondo una ricostruzione curata da Dina Guirguis e Eric Trager, che seguono quanto avviene nel Sinai per conto del Washington Institute incrociando i rapporti della sicurezza egiziana con le valutazioni americane, «gli uomini armati cantavano slogan jihadisti, hanno lanciato granate contro la sede della polizia, ucciso cinque persone e ferito altre 15, e nella stessa giornata hanno poi attaccato con i lanciagranate la stazione del gasdotto di Sheikh Zuwaid da dove si diramano le tubature che portano il gas naturale fino Israele e Giordania».
Lo stesso gasdotto era stato più volte in precedenza colpito da sabotaggi ma in questa occasione si è trattato di qualcosa di più: una prova di forza che ha sollevato inquietudine a Washington per via del fatto che in precedenza un gruppo sconosciuto denominato Al Qaeda nella Penisola del Sinai aveva annunciato la propria formazione su diversi siti jihadisti, facendo circolare nelle moschee di al Arish dei volantini che invocavano la creazione di uno Stato islamico nel Sinai con una fraseologia che ripete quella adoperata da cellule affiliate ad Al Qaeda nella Penisola arabica e in Iraq. «Trasformeremo un deserto di pietre in un Emirato del Profeta» si leggeva fra l'altro nel testo.
L'Intelligence israeliana ha condiviso con Washington una stima di «circa 400 miliziani di Al Qaeda» che sarebbero operativi nel Sinai grazie a margini di manovra superiori al passato, dovuti all'indebolimento della presenza della polizia egiziana seguita alla caduta di Mubarak in febbraio. Si tratterebbe di cellule in contatto anche con i trafficanti di uomini che gestiscono il passaggio attraverso il Sinai di clandestini provenienti dal Sudan e diretti in Israele. In assenza di conferme sull'entità delle cellule jihadiste, l'attenzione degli Stati Uniti si concentra sulla presenza nel Sinai di «network di tribù beduine» che operano a dispetto del governo del Cairo, gestendo gran parte dei traffici illeciti che alimentano la Striscia di Gaza.
Una recente inchiesta del «New York Times» ha descritto la floridezza di tali reti di trafficanti, la cui più recente evoluzione consiste nel far arrivare dalla Libia in preda alla guerra civile centinaia di automobili in eccellenti condizioni che vengono messe all'asta nell'area di al Arish, acquistate da palestinesi giunti dalla Striscia di Gaza e quindi fatte arrivare a destinazione attraverso un reticolo di tunnel sotto i confini con l'Egitto.
La compravendita di circa 250 auto a settimana alimenta un giro d'affari per centinaia di migliaia di dollari che consente alle tribù beduine di armarsi in maniera sempre più sofisticata alleandosi a gruppi jihadisti il cui interesse è sfidare l'autorità indebolita del governo ad interim egiziano, colpire Israele come avvenuto ieri nell'area di Eilat e soprattutto rafforzare i legami con Gaza, dove puntano a creare network in aperta concorrenza con Hamas.
«È lecito supporre che l'amministrazione Obama e l'Egitto stiano coordinando le mosse per impedire che il Sinai diventi una zona preda di terroristi», osserva White, secondo cui «sono state le richieste Usa nelle ultime settimane a spingere gli egiziani a far tornare alcuni contingenti di polizia». Ma gli attacchi di ieri provano che non è bastato: che si tratti di un blitz dei jihadisti del deserto o proveniente da Gaza, il retroterra logistico è nel Sinai."
21 agosto 2011 - 6:43 pm | by Silendo | 1 Comment »
Tags: al qaeda, egitto, israele, sicurezza nazionale, stati uniti, terrorismo.