Studi Strategici ed Intelligence… for dummies

L’Intelligence ed il blitz in Algeria

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I punti di vista di Michael Scheuer, Jeffrey White e Larry Korb intervistati da Maurizio Molinari su La Stampa:

«Hanno pensato al petrolio, non a salvare i sequestrati». Davanti alla strage di ostaggi nel deserto del Sahara, Michael Scheuer, parla di errori dell’esercito algerino.
L’ex ex capo dell’unità della Cia che diede la caccia a Osama bin Laden parla di errori «causati dall’eccesso di velocità dovuta alla fretta». Perché «per l’Algeria contava più eliminare subito ogni minaccia nei confronti dell’industria energetica che non salvare le vite di ostaggi occidentali».

È una lettura che porta Jeffrey White, ex analista di intelligence del Pentagono, a enumerare «cosa può andare male in operazioni di questo tipo». «Anzitutto servono informazioni di intelligence minuziose su dove si trovano edifici, porte e guardie, e per raccoglierle serve tempo, pazienza e tanto lavoro», spiega, sottolineando che «in questo caso gli algerini hanno attaccato neanche 24 ore dopo il sequestro di massa e non potevano avere tutte le informazioni necessarie». Ma anche quanto tutto appare perfetto, qualcosa può andare storto, «come avvenuto alle teste di cuoio francesi nel blitz in Somalia di pochi giorni fa», osserva Scheuer. Da qui la necessità di «disporre di truppe ben addestrate», sottolinea White. «Il disastroso intervento della polizia tedesca alle Olimpiadi di Monaco del 1972 come le stragi di ostaggi causate da un paio di blitz egiziani negli Anni Settanta e Ottanta – ricorda White – si dovettero al fatto di non disporre di unità specializzate nel soccorso di ostaggi e l’esercito algerino ha dimostrato di avere oggi la stessa debolezza». Il fallimento più lampante di una «rescue operation» americana fu quello avvenuto nel deserto iraniano nell’aprile del 1980, quando un incidente fra elicotteri impedì alla Delta Force di tentare la liberazione degli ostaggi detenuti nell’ambasciata a Teheran. Larry Korb, ex vicecapo del Pentagono nell’amministrazione Reagan che si insediò dopo Carter, ricorda quell’episodio come «un evento che può drammaticamente avvenire, perché a ben vedere anche nel blitz di Abbottabad del 2011 in cui abbiamo ucciso Osama Bin Laden abbiamo perso un elicottero», ma la differenza sta «nella gestione dell’imprevisto negativo». «Sta a chi comanda l’operazione apportare in tempo istantaneo i cambiamenti necessari per evitare che al male segua il peggio», osserva Korb, secondo il quale i generali algerini «si sono curati poco delle conseguenze politiche perché, a differenza di quanto avvenne per Jimmy Carter, non devono rispondere ad un’opinione pubblica per gli errori commessi e le vite umane perdute».

Fretta di agire, preparazione carente delle truppe e intelligence insufficiente sono i fattori che Korb, Scheuer e White concordano nel definire «complementari per un fallimento sanguinoso» come quello avvenuto nel tentativo di liberare gli ostaggi nell’impianto petrolifero dell’Algeria meridionale. Ma Scheuer, veterano della guerra clandestina in Medio Oriente, aggiunge un altro dettaglio: «Se guardiamo bene a cosa è avvenuto ad In Amenas, ci accorgiamo che i jihadisti hanno separato i dipendenti algerini da quelli stranieri, di fatto mettendoli al sicuro». Si tratta di un «cambiamento netto nella strategia di Al Qaeda rispetto a quanto faceva in Iraq Abu Musab al Zarqawi, massacrando i musulmani senza alcuna remora», e ciò significa, a suo avviso, che «le cellule jihadiste nel Sahara» hanno «mutato approccio», evitando vittime musulmane «nel tentativo di riguadagnare popolarità» per una guerra finora disseminata di sconfitte.

18 gennaio 2013 - 9:00 am | by | 6 Comments »
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Un altro rapporto sull’attacco al Consolato di Bengasi

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Dopo quello dell’Accountability Review Board è stato pubblicato anche il report dello U.S. Senate Committee on Homeland Security sui fatti dell’11 settembre scorso.
Vi consiglio di leggere entrambi i documenti per avere un quadro completo delle problematiche di funzionamento dell’apparato di intelligence americano.

 Flashing Red – A Special Report on the Terrorist Attack at Benghazi

2 gennaio 2013 - 3:22 pm | by | 1 Comment »
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Il rapporto sull’attacco al Consolato di Bengasi

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E’ stata pubblicata la versione non riservata del report della commissione di inchiesta sull’attacco al consolato americano di Bengasi nel quale vengono individuate serie responsabilità a carico del Dipartimento di Stato.
Anche in questo caso, come in molti altri episodi di failure, si sono evidenziate mancanze nel campo della warning intelligence di livello strategico:

 [...] The Board found that intelligence provided no immediate, specific tactical warning of the September 11 attacks. Known gaps existed in the intelligence community’s understanding of extremist militias in Libya and the potential threat they posed to U.S. interests, although some threats were known to exist.

Terrorist networks are difficult to monitor, and the Board emphasizes the conclusion of previous accountability review boards that vulnerable missions cannot rely on receiving specific warning intelligence. Similarly, the lack of specific threat intelligence does not imply a lessening of probability of a terrorist attack. The Board found that there was a tendency on the part of policy, security and other U.S. government officials to rely heavily on the probability of warning intelligence and on the absence of specific threat information. The result was possibly to overlook the usefulness of taking a hard look at accumulated, sometimes circumstantial information, and instead to fail to appreciate threats and understand trends, particularly based on increased violence and the targeting of foreign diplomats and international organizations in Benghazi.[...]

[...] Post-2001, intelligence collection has expanded exponentially, but the Benghazi attacks are a stark reminder that we cannot over-rely on the certainty or even likelihood of warning intelligence. Careful attention should be given to factors showing a deteriorating threat situation in general as a basis for improving security posture. Key trends must be quickly identified and used to sharpen risk calculations.

Il problema è sempre quello: il “sistema” è troppo orientato verso la current intelligence e dieci anni di contrasto al terrorismo non solo non hanno aiutato a ri-orientarlo ma, anzi, ne hanno esasperato alcuni aspetti.

 

19 dicembre 2012 - 7:11 pm | by | 2 Comments »
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L’evoluzione delle politiche di controterrorismo USA

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Proprio qualche giorno fa un illustre lettore sottolineava la necessità di riflettere sul futuro del contro-terrorismo. Il Washington Post avrà letto il suo invito poichè una settimana fa ha pubblicato la prima parte di una lunga inchiesta proprio su questo argomento: “Plan for hunting terrorists signals U.S. intends to keep adding names to kill lists“.

3 novembre 2012 - 4:33 pm | by | 2 Comments »
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“Blitz anti-terrorismo in Giordania”

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Di Guido Olimpio, dal Corriere.it:

WASHINGTON – Un gruppo qaedista era pronto a colpire in Giordania con un sofisticato piano che avrebbe potuto causare decine di vittime. I terroristi, sorvegliati da giugno, sono stati però arrestati. Secondo le autorità il progetto criminale organizzato da Al Qaeda in Iraq prevedeva diverse fasi: 1) Un’azione diversiva contro centri commerciali e negozi per attirare le forze di polizia. 2) Un attacco contro hotel e sedi diplomatiche, tra cui quella americana. 3) Tiri con colpi di mortaio e uso di attentatori suicidi. La formazione era composta da undici elementi locali (ma è probabile che dovessero arrivare degli altri) che hanno trascorso diversi mesi in Siria al fianco di una «brigata» jihadista.
Un soggiorno usato anche per mettere insieme il team d’assalto e l’equipaggiamento necessario. Durante le indagini sono state sequestrate armi in quantità, proiettili per mortaio ed esplosivo (artigianale e militare). In base alle informazioni raccolte dal Gid – il servizio di sicurezza – i terroristi volevano ripetere un’operazione simile a quella che nel 2005 fu sferrata contro alcuni hotel di Amman provocando 60 morti e decine di feriti.

Come allora, l’obiettivo era quello di destabilizzare la Giordania in un momento di forti tensioni sociali e internazionali. Il blitz anti-terrorismo è stata preceduto, qualche giorno fa, dalla cattura alla frontiera con la Siria di due cugini di Abu Musab Al Zarkawi, l’uomo che ha guidato il braccio iracheno di Al Qaeda ed è stato poi ucciso dagli americani nel 2006. Sembra che la coppia facesse parte di un gruppo jihadista attualmente in azione sul territorio siriano. I due stavano tornando a casa per riposarsi o il loro rientro era legato a qualche attività eversiva in Giordania? Per ora non c’è risposta ma solo la consapevolezza che i pericoli di attentati sono cresciuti. Da quando è esplosa la guerra civile, il Gid ha intensificato la sorveglianza per prevenire attacchi sia da parte dei qaedisti che dei servizi segreti siriani, sospettosi nei riguardi di Amman per supporto alla ribellione. Una missione difficile che in passato è stato svolta da un’unità speciale, «i cavalieri della giustizia», creata per combattere i seguaci di Osama.

22 ottobre 2012 - 12:09 pm | by | 4 Comments »
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Il Qatar e la diffusione dello jihadismo…

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… secondo i Servizi francesi, di Gianandrea Gaiani:

ANSA – Lo Stato maggiore dell’esercito e i servizi segreti francesi hanno informato l’Eliseo che “organizzazioni non governative del Qatar finanziano i gruppi jihadisti sistemati nel nord del Mali, attraverso una banca islamica, come anche i loro ‘colleghi’ attivi in Siria”. Lo scrive oggi il settimanale satirico Le Canard Enchaine’, sempre molto ben informato sui retroscena della politica francese. ”Da tre mesi – prosegue il Canard – la Dgse (l’intelligence, ndr.) moltiplica le note allarmistiche con la speranza, si suppone, di convincere il presidente (Francois Hollande, ndr.) di ‘pretendere che il Qatar consacri i suoi petrodollari a migliori cause’, come ironizza un membro dello Stato maggiore dell’esercito”. Sempre secondo gli 007 francesi citati dal Canard i fondamentalisti islamici di Aqmi, Ansar Dine e Dujano, che agiscono nel nord del Mali, non sono i soli beneficiari della generosita’ del Qatar. Anche in Libia, Tunisia e Marocco, i loro fratelli salafisti sono ”ben foraggiati” da Doha. Dai tempi della presidenza di Nicolas Sarkozy, La Francia e il Qatar hanno stretto relazioni strettissime, coltivate anche da Francois Hollande. Il piccolo Emirato affacciato sul Golfo Persico e’ stato anche accolto, nei giorni scorsi, nell’ organizzazione internazionale della Francofonia, non senza suscitare polemiche. Da settimane, la Francia spinge per un intervento militare africano per combattere i fondamentalisti islamici nel Nord del Mali.

20 ottobre 2012 - 8:00 am | by | No Comments »
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Gli Stati Uniti preparano la risposta…

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… all’attacco che ha portato all’uccisione del loro ambasciatore in Libia.
Riporto l’articolo di Gianandrea Gaiani (Il Sole 24 ore) che sintetizza perfettamente le notizie provenienti da Washington e volutamente lasciate circolare.

Intelligence e forze speciali statunitensi pronte all’azione in Libia per colpire i responsabili dell’attacco dell’11 settembre al consolato di Bengasi nel quale le milizie jihadiste uccisero l’ambasciatore Chris Stevens, un agente dei servizio segreti e due contractors americani.
Fin dai giorni successi al blitz terroristico satelliti, aerei spia e velivoli teleguidati statunitensi hanno iniziato a setacciare la Cirenaica alla ricerca degli uomini dei leader di al-Qaeda inviati l’anno scorso in Libia dal successore di Osama bin Laden, l’egiziano Ayman al-Zawahiri, per costituire una robusta cellula operativa.
Nelle ultime ore i principali media statunitensi hanno raccolto indiscrezioni circa l’imminenza di un raid . Ieri il Washington Post ha riferito di una serie di briefing tenutisi alla Casa Bianca per valutare la minaccia qaedista nel Nord Africa e la possibilità di lanciare attacchi militari. Meeting che hanno coinvolto Cia, Dipartimento di Stato e Comando forze speciali del Pentagono iniziati dopo che le milizie di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqmi) hanno assunto il controllo del Malì settentrionale e infittitisi dopo l’attacco a Bengasi dell’11/9. A confermare dell’0imminenza di azioni militari contribuisce anche la notizia che tutto il personale statunitense è stato evacuati da Bengasi.
Il giorno prima il Wall Street Journal aveva reso noto che Washington si prepara a rafforzare la lotta contro Aqmi. Il comandante dell’Africa Command , generale Carter H. Ham, ha escluso “piani per un intervento militare diretto” in Mali confermando però che gli Stati Uniti sono pronti a sostenere operazioni di antiterrorismo e peacekeeping di altri Paesi. Un chiaro riferimento all’offensiva che la forza africana di 3.300 militari dei 15 Stati riuniti nella Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas) dovrebbe scatenare contro i miliziani islamisti.
Cnn e New York Times riferiscono oggi che intelligence e Comando forze speciali hanno raccolto le informazioni necessarie per uccidere o catturare i miliziani coinvolti nell’attacco al consolato. I dossier, ormai in fase di completamento, verranno presentati presto a Obama per ottenere il via libera ai raids. La fonte anonima citata dalla Cnn ritiene che Washington cercherà di ottenere la collaborazione delle autorità libiche prima di lanciare attacchi militari. “Non pensate che sia ormai assodata una lista definitiva delle persone coinvolte” ha detto pur ammettendo che sono in fase di completamento i “target packages” che comprendono informazioni su siti e individui specifici oltre a valutazioni sui rischi, incluso quello di colpire civili (i cosiddetti danni collaterali).
Quattro le opzioni più probabili: il ricorso a droni armati, il lancio di missili da crociera dalle navi, i raid di forze speciali già basate nella base siciliana di Sigonella o missioni congiunte con le forze libiche. Tra gli uomini di al-Qaeda sotto tiro c’è senza dubbio Muhammad Jamal Abu Ahmad, egiziano di 45 anni con alle spalle l’addestramento in Afghanistan e il carcere al Cairo prima di costituire la rete Jamal che l’anno scorso ha costituito campi d’addestramento in Cirenaica. Jamal ha stretti rapporti con Aqmi, la milizia libica Ansar al-Sharia e le brigate Omar Abdul Rahman che a Bengasi hanno già attaccato la sede della Croce Rossa ed effettuato un attentato contro l’ambasciatore britannico e lanciato razzi contro il consolato statunitense.
La pianificazione di attacchi americani non stupisce specie tenendo conto che l’Amministrazione Obama utilizza da tempo il mix di strumenti militari e d’intelligence per colpire i jihadisti già in numerosi Paesi, dal Pakistan alla Somalia. Impossibile non notare invece l’ampia mole di indiscrezioni filtrate a tutti i principali media statunitensi circa le azioni militari in preparazione forse da mettere in relazione alle esigenze della campagna elettorale. Barack Obama , specie alla vigilia del primo dibattito televisivo con lo sfidante Mitt Romney, ha tutto l’interesse a far trasparire l’intenzione di agire e di rispondere agli attacchi terroristici soprattutto dopo che è emerso che le misure di sicurezza al consolato di Bengasi erano molto al di sotto degli standard minimi richiesti in un’area rischiosa coma la Libia e le voci secondo le quali lo stesso Stevens aveva chiesto invano maggiore protezione. Dubbi anche circa l’efficienza delle indagini sull’attacco poiché a tre settimane dai fatti il team dell’FBI inviato in Libia si trova ancora a Tripoli e non può recarsi a Bengasi a causa della “mancanza delle condizioni di sicurezza”. 

Aggiungo un ulteriore link alla notizia secondo la quale, a settimane di distanza dall’attacco, gli Stati Uniti non sono stati in grado di mettere in sicurezza l’installazione attaccata e devastata.

4 ottobre 2012 - 8:00 am | by | 5 Comments »
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