4 Responses

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    Gladiator at |

    Questa sera mi pongo una domanda e come me credo se la stiano ponendo tutti gli Italiani che hanno visto la trasmissione "Quarto Grado"

    La domanda è la seguente come fa un capo della criminalità cinese ad arrivare a partecipare ai colloqui Cina Italia alla presenza di Gentiloni, a mio modo di vedere andava segnalata come persona non gradita. Silendo cosa ne pensi?

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  2. avatar
    Anonimo at |

    QUELLO CHE NON AVRESTE MAI OSATO CHIEDERE SULLE SPIE – PAOLO SALVATORI, EX DIRETTORE DEL CONTRO-TERRORISMO RIVELA: “PERCHÉ IN ITALIA NON CI SONO STATI ATTENTATI? PERCHÉ ABBIAMO POCHI MUSULMANI CON CITTADINANZA ITALIANA, QUINDI APPENA INDIVIDUIAMO UN SOGGETTO PERICOLOSO POSSIAMO ESPELLERLO. LO IUS SOLI PUÒ ESSERE CONSIDERATO DOVEROSO MA DAL PUNTO DI VISTA TECNICO SI RIVELEREBBE UN PROBLEMA”

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    Giulia Villoresi per “il Venerdì – la Repubblica”

     

    SPIE – PAOLO SALVATORI

    Accade che le spie in pensione scrivano romanzi. Ma che pubblichino un saggio sui servizi segreti è un' assoluta rarità. Come tale va considerato il libro di una piccola casa editrice romana, La Lepre edizioni, che «per una serie di fortuite coincidenze» si è trovata per le mani una vera chicca editoriale, Spie?, un contributo alla comprensione del "sistema intelligence" – con un occhio di riguardo alla prospettiva italiana – scritto da un insider di alto profilo, Paolo Salvatori, ex direttore del contro-terrorismo e della struttura per il contrasto alla proliferazione delle armi non convenzionali per conto dei servizi segreti italiani.

     

    PAOLO SALVATORI

    Si tratta di una pubblicazione "autorizzata", come attestano la prefazione di Robert Gorelick, capo della Cia in Italia durante l'amministrazione Bush jr, e la postfazione dell'attuale capo dell' intelligence italiana Alberto Manenti.

     

    In questo libro, dunque, il lettore non troverà indiscrezioni, ma potrà soddisfare molte curiosità e rivedere alcuni stereotipi, non necessariamente in favore di scenari meno intriganti. Ci si potrebbe chiedere, innanzi tutto, che aspetto abbia una spia.

     

    Salvatori risponderebbe: dipende dal tipo di spia. Ci sono le «fonti»; ci sono i cosiddetti walk in, cioè quelli che si presentano alle ambasciate dichiarando di voler rivelare informazioni sensibili; ci sono i «ricercatori di informazioni» e quelli che le analizzano chiusi in un ufficio. E poi ci sono quelli che gestiscono spie.

     

    Tecnicamente, i veri agenti segreti. Salvatori apparteneva a quest'ultima categoria.

    Sessantaquattro anni ben portati, una moglie e due figli, un'aria informale e addirittura ingenua che in altri contesti non desterebbe alcun sospetto.

     

    Come si diventa agenti segreti?

    alberto manenti

    «È l'organizzazione che ti sceglie, non il contrario. Io mi occupavo di commercio internazionale all'interno della macchina statale, in particolare di armi e alta tecnologia. All'inizio degli anni 80 è stato individuato il mio profilo e ho cominciato a svolgere per il servizio lo stesso tipo di attività, solo con metodologie non amministrative. Poi sono entrato nel settore operativo, cioè ricerca e analisi di informazioni».

     

    Che informazioni?

    «Informazioni riservate di interesse nazionale. È di queste che si occupano i servizi. L'intelligence, a differenza del servizio di sicurezza interna, opera all'estero, in Stati nemici o più o meno amici».

     

    In quanti Paesi opera l'Italia?

    «Questo è il segreto dei segreti. Nessun servizio ammetterebbe di avere agenti all'estero».

     

    A proposito di segreti: le hanno mai fatto la macchina della verità?

    «Non posso rispondere a domande così precise».

     

    Restiamo nella teoria. Che qualità deve avere una spia?

    «Potrei dire le qualità dell' attore, se non fosse che l' attore è un estroverso, il suo piacere di comunicare è reale, mentre la spia deve sapersi estraniare emotivamente. Quindi direi l'empatia dell' attore e il distacco dell' entomologo».

     

    In una parola, schizofrenico.

    LO SPIONAGGIO DELLA CIA

    «Esattamente».

     

    Esistono tecniche per imparare a esserlo?

    «Sì. L'addestramento è un percorso parallelo all' attività professionale».

     

    E a cosa vi addestrano, nello specifico?

    «Non posso essere specifico».

     

    Vi insegnano a sparare?

    «Saper sparare non è essenziale. Tanto per intenderci, James Bond racchiude in una sola figura tutte le tipologie di agente. In realtà le condizioni tipiche di questo lavoro sono la solitudine e l'attesa. Si può restare ore in una stanza d'albergo aspettando una telefonata che magari non arriverà mai. E la tensione viene soprattutto dalla coscienza di non poter commettere errori. Non è una vita semplice».

     

    E infatti, come spiega nel libro, le intelligence attuano un costante monitoraggio sullo «stato di soddisfazione» dei dipendenti, per individuare eventuali malesseri che potrebbero renderli vulnerabili alle lusinghe di servizi avversari.

    «È una prassi delle intelligence avanzate. Che a tratti può risultare intrusiva».

     

    LO SPIONAGGIO DELLA CIA

    Immagino non possa essere più specifico.

    «Per esempio venendo sottoposti periodicamente alla macchina della verità».

     

    Quindi gliel'hanno fatta, la macchina della verità.

    «Mi sta chiedendo se siamo un'intelligence avanzata?».

     

    Mettiamola così.

    «La risposta attiene a uno dei motivi per cui ho scritto il libro. Nei servizi italiani è in corso un processo di sviluppo e oggi ci troviamo a metà del guado. Per la prima volta è stato nominato direttore dell'Aise (l'Agenzia informazioni e sicurezza esterna, che ha sostituito il Sismi con la riforma dei servizi del 2007) un professionista proveniente dall' intelligence (Alberto Manenti), invece che un ammiraglio della Marina o un generale dei Carabinieri. È una rivoluzione da cui potrebbe uscire un'intelligence davvero avanzata. Ma servono altre riforme. In questo senso, il mio libro si propone anche come spunto per gli addetti ai lavori».

    LO SPIONAGGIO DELLA CIA

     

    Si spieghi meglio.

    «In Italia manca una cultura d'intelligence. E non mi riferisco solo ai cittadini, ma agli stessi membri dei servizi, ai politici e ai magistrati. Se si conoscesse meglio la materia, l'opinione pubblica potrebbe contribuire in modo significativo al dibattito su temi essenziali come la sicurezza o la privacy. E chi legifera, d' altro canto, potrebbe migliorare l'organizzazione dei servizi, rendendoli finalmente efficienti».

     

    Qual è l'intelligence più efficiente?

    «Quella inglese. Lavorano tutti nella stessa direzione. Uno Stato perfettamente coordinato che ha nel servizio la sua punta di diamante».

     

    È possibile dire che ogni intelligence ha la sua personalità, un po' come ogni popolo?

    «Assolutamente sì».

     

    Allora le propongo un gioco: mi dia un aggettivo per i servizi italiani.

    MOSSAD images

    «Fantasiosi».

     

    I francesi?

    «Incomprensibili. Hanno linee di azione difficili da inquadrare».

     

    I russi?

    «Vecchi. Lavorano come se il mondo fosse ancora quello della Guerra Fredda».

     

    I tedeschi?

    «Ipertecnologici».

     

    Gli israeliani?

    «Diciamo determinati».

     

    E ora la Cia.

    «Sovrana. Oltre a condurre le proprie operazioni, presiede a quelle di quasi tutte le agenzie che condividono gli stessi valori».

     

    Sede dell\'MI5 servizi segreti inglesi

    Una domanda che molti si fanno: perché in Italia non ci sono stati attentati?

    «La polizia risponderebbe: perché abbiamo pochi musulmani con cittadinanza italiana, quindi appena individuiamo un soggetto pericoloso possiamo espellerlo, e questo impedisce la formazione di cellule di ispirazione jihadista».

     

    I musulmani italiani, e probabilmente non solo loro, non apprezzeranno questa risposta.

    «La jihad si sta de-globalizzando: c'è una jihad belga, una francese, e così via.

    Per questo, se dal punto vista politico lo ius soli può essere considerato un doveroso atto di civiltà, dal punto di vista tecnico si rivelerebbe un problema».

     

    A «saper sparare non è essenziale. più importante è riuscire a sopportare la solitudine» italia tutto sotto controllo Paolo Salvatori è un agente dei servizi segreti, ora in pensione.

    Ha raccolto la sua esperienza in un libro. Qui ci dà alcune dritte sul suo lavoro. Con vari omissis.Buona ettura …

    Buona Lettura ……

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    Anonimo at |

     

    INTRIGO INTERNAZIONALE – L’IRANIANO ASSASSINATO A FORMELLO COLLABORAVA CON I SERVIZI ITALIANI: GLI ERA STATO CHIESTO DI ASSUMERE INFORMAZIONI SULLA VENDITA CLANDESTINA DI ARMI A TEHERAN – UN SOTTUFFICIALE DEI SERVIZI ERA IL SUO CONTATTO RISERVATO. L’IRANIANO PENSAVA DI ESSERE FINITO IN MEZZO AD UN LITIGIO TRA DUE ANIME DEI SERVIZI IN CONFLITTO TRA LORO E SI E’ SENTITO TRADITO DAGLI 007 CHE NON SAREBBERO INTERVENUTI PER EVITARE CHE…

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    Giuseppe Scarpa per “il Messaggero”

     

    Said Ansary Firouz collaborava con i servizi segreti italiani.

    TRAFFICO D'ARMI OMICIDIO-SUICIDIO FORMELLO

    L' iraniano di 68 anni coinvolto in un traffico di armi con Teheran, assassinato il 20 ottobre a Formello da un connazionale che subito dopo si è suicidato, era vicino all' intelligence del nostro Paese. Gli 007 erano consapevoli e informati sulla trattativa clandestina che Firouz, a Roma, stava tessendo tra fabbricanti di prodotti bellici italiani ed esponenti del regime degli ayatollah. Un affare che avrebbe fruttato, tra il 2016 e il 2017, più di 300 milioni di euro.

     

    È stato lo stesso Firouz a spiegarlo agli inquirenti quando è stato interrogato il 7 maggio 2020, dopo che i carabinieri del Ros avevano scoperto il negoziato in atto all' hotel degli Aranci ai Parioli. Ma c' è di più, perché a conferma della versione offerta dal 68enne agli investigatori vi sono delle chiamate partite dal suo cellulare ad un numero intestato alla presidenza del consiglio dei ministri il 22 novembre del 2016, proprio nei giorni in cui avvenivano gli incontri con i delegati di Teheran.

     

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    TRAFFICO D'ARMI OMICIDIO-SUICIDIO FORMELLO

    L' UCCISIONE È necessario partire dall' epilogo misterioso e tragico di Said Ansary Firouz. L' uccisione dell' uomo, figlio dell' ambasciatore persiano a Roma ai tempi dello Scià, è solo l' ultimo giallo di una vita vissuta al limite. Ad assassinarlo un connazionale che accusava Firouz di non aver onorato un debito: per questo prima gli ha sparato e poi ha puntato verso di sé l' arma e ha fatto fuoco. Un omicidio-suicidio su cui pendono diversi punti interrogativi, sebbene questa sia la pista maggiormente battuta dai carabinieri di Ostia. Tuttavia per quale motivo un creditore dovrebbe uccidere il suo debitore e poi autoeliminarsi?

     

    INTELLIGENCE Ovviamente l' intrigo internazionale non è solo una suggestione visti i rapporti e gli affari intrattenuti da Firouz con spie di Teheran, faccendieri e criminali. Inoltre dall' informativa finale sull' inchiesta, in cui l' iraniano compare indagato per traffico d' armi, emergono anche i rapporti con l' intelligence nostrana. Servizi segreti da cui Firouz (risulta dalle carte) si sarebbe sentito tradito.

    TRAFFICO D'ARMI OMICIDIO-SUICIDIO FORMELLO

     

    Per l' uomo i nostri 007 non sarebbero intervenuti in due occasioni: per evitare che finisse sotto indagine dalla procura per la vendita di droni e fucili di precisione in Iran e, come conseguenza dell' inchiesta, per il blocco dei suoi conti correnti. Firouz pensava, inoltre, di essere stato abbandonato dal gruppo di 007 con cui si interfacciava, perché finito in mezzo a un guerra tra bande della nostra intelligence.

     

    «Voglio preliminarmente precisare che ho conoscenze dentro i servizi- spiega Firouz ai carabinieri che a maggio lo interrogano – in questo contesto (vendita di armi all' Iran) ho cercato di acquisire informazioni. In particolare avevo rapporti con un maresciallo che periodicamente incontravo e scambiavo informazioni, ho incontrato alcuni suoi superiori che mi hanno ringraziato per la collaborazione».

     

    TRAFFICO D'ARMI OMICIDIO-SUICIDIO FORMELLO

    A conferma della bontà, in questo caso, delle parole del 68enne, il ros nell' informativa allega i tabulati delle chiamate tra l' iraniano e il maresciallo dei servizi. Ma oltre all' interrogatorio a corroborare le parole dell' uomo ci sono le intercettazioni che dimostrano una volta di più il legame con gli 007. Ebbene lo scorso gennaio un preoccupatissimo Firouz parla con un dipendente della banca Ifigest dove l' iraniano ha un conto. Il bancario, come emerge dall' intercettazione, è a conoscenza dei rapporti tra il suo cliente e i servizi segreti italiani.

     

    Gli dà però una notizia terribile, gli stanno per congelare il conto a motivo dell' inchiesta sulle armi.

    Questa la reazione dell' iraniano: «Per maggio (l' inchiesta) mi hanno garantito che è chiusa».

    DRONI2

    Dei «gruppi tra di loro (servizi) stanno litigando». Firouz, come spiegherà al suo interlocutore in un' altra conversazione, pensa di essere finito in mezzo ad un litigio tra due anime dei servizi in conflitto tra loro. E aggiunge: «Io sono un amico loro, e ho lavorato per loro punto e basta e ho fatto quello che loro mi hanno chiesto». Infine la minaccia: «Io per ste cose vado a finire sui giornali, io vado sui giornali, gliel' ho già detto a loro».

     

    2 – «LI HO PORTATI IO A QUELL'INCONTRO SUI NUOVI DRONI»

    Giu.Sca. per “il Messaggero”

     

    È deluso Sayd Ansary Firouz. Il blocco dei suoi conti correnti e l' inizio dell' inchiesta per traffico internazionale d' armi con il regime degli ayatollah ha, per lui, una sua genesi precisa. Il giorno non lo ricorda ma ha ben impresso l' episodio che segna la svolta negativa. Nella trattativa per la vendita dei droni militari, in cui accompagna la delegazione iraniana, si accorge che al tavolo dei venditori siede uno 007 che ritiene essere rivale al gruppo di agenti dei servizi italiani con cui lui lavora.

    DRONI1

     

    Ecco la conversazione che Firouz intrattiene con un dirigente di banca dove l' iraniano ha un conto che gli viene congelato. Il 68enne spiega tutto al bancario, che sembra essere ben informato del rapporto che il suo cliente ha con l' intelligence. Questo ciò gli dice il 31 gennaio 2020: «Allora ti spiego come sono andate le cose. Loro non lo possono dire ufficialmente, ero una persona a cui hanno chiesto dei favori. Stiamo parlando di servizi.

     

    ALI KHAMENEI NEL SUO UFFICIO CON UN RITRATTO DI KHOMEINI

    Allora sull' Iran hanno usato una rete per delle operazioni che purtroppo non si possono dire, è lì il problema. In una di queste riunioni in cui facevamo un verbale delle operazioni fatte il giorno stesso (con gli 007) c' era un altro gruppo (dei servizi italiani). E allora cosa è successo nell' altro gruppo c' era una persona, quando è finita la riunione sono andato a dire guarda che dall' altra parte (quando aveva accompagnato la delegazione iraniana a vendere i droni) c' era uno di voi lì dentro, dice ah no quello fa parte dell' altro gruppo freghiamocene».

     

    Firouz continua a spiegare: «Che cosa è successo? Questo gruppo dove io lavoravo ha avuto un grande successo di tutte le operazioni, perché c' ero io e c' era un po' di conflitto tra di loro». A questo punto cosa sarebbe accaduto secondo il 68enne: l' altro gruppo sarebbe «andato da questo giudice a dire guarda c' è Firouz che sta in questo gruppo, allora il giudice ha aperto l' inchiesta».

     

    AYATOLLAH ALI KHAMENEI

    A questo punto il gruppo di agenti vicino a Firouz, sempre secondo la sua versione, si sarebbe mosso per spiegare in procura che lui era infiltrato e non complice di una compravendita di armi a favore di Teheran. Tuttavia il giudice sarebbe andato avanti con l' inchiesta. «Dei miei amici sono andati, dato che il giudice non molla facciamo questa indagine e io fornisco il mio parere che Firouz non ha un ruolo, che era un persona vostra, fate una relazione». L' uomo ritiene, infatti, di aver «dato un aiuto al governo italiano, punto e basta!», fornendo informazioni riservate all' intelligence.

    HASSAN ROUHANI

     

    «Io (agli 007) li ho accompagnati in questa riunione dei droni, loro mi dicevano dove andare» tuttavia – spiega sempre l' iraniano – adesso sono loro che mi dicono «non possiamo andare contro questo giudice, a maggio (giorno in cui è fissato l' interrogatorio) viene chiusa» l' inchiesta con l' archiviazione.

     

    Ma in quella data non solo in procura viene deciso di proseguire con l' indagine, si stabilisce anche di formulare un' accusa definitiva. L' avviso di garanzia verrà consegnato al 68enne pochi giorni prima del suo assassinio. Ma a gennaio lui è ancora convinto di scampare all' inchiesta: «Non ci sono condanne! A maggio mi condannassero a morte ma io non fatto ho nulla».

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