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    Asterix at |

    Caro Silendo, mi sembra che ci sia troppa confusione e che almeno la stampa (ma, ho paura, anche i livelli istituzionali), confondano piani molto differenti tra loro.

    La cybersecurity non deve essere confusa con la sicurezza informatica, altrimenti rischiamo di elevare al massimo livello la sicurezza di ogni cellulare o di ogni nostro tostapane IOT, comparandola a quello degli SCADA che governano un sistema di chiuse di una diga o della rete elettrica.

    Ho ben chiaro che l’attacco alla prossima infrastruttura critica può partire (anzi, probabilmente partirà) proprio da qualche migliaio (o molti di più) di tostapane, televisori ed altre device oggi praticamente indifesi, ma per proteggerli dobbiamo parlare di sicurezza informatica e di consapevolezza, non di cybersecurity.

    Lo spazio cyber riguarda (sintetizzo) la protezione delle infrastrutture critiche (intese in senso più ampio rispetto alle definizioni europee e nazionali) e le reti di dati. Non dei tostapane.

    Per questi ultimi possono essere introdotte norme e regole tecniche (oggi praticamente assenti) che, a costo zero (o quasi), possono ridurre considerevolmente il rischio. Basta avere il coraggio di andare controcorrente rispetto alle proposte commerciali e a basso costo dell’industria diretta al mondo consumer.

    Invece si parla di “cyber” per qualsiasi circuito elettronico.

    E’ emblematica la vicenda degli Occhionero. Per quel che se ne sa, riguarda due personaggi da sottobosco politico-economico-istituzionale che hanno tentato di carpire le mail di soggetti di primo livello (e non solo), sottraendole da account da quattro soldi e di uso comune.

    Quest’ultima è la notizia che deve allarmare, non lo spionaggio di due sfigati. Aggiungo che probabilmente non sapevano nemmeno cosa farsene delle mail.

    Cosa ha a che fare questo con la cibersecurity? Cosa centra Renzi che chatta sull'iPhone sul palco (mentre Putin lo osserva) con il cyberspionaggio? Queste sono problematiche (vere e disperanti) di analfabetismo informatico della nostra classe dirigente (mio figlio di 12 anni è più attento), che non si rende conto della gravità del proprio comportamento, cioè del fatto che quasi tutta la nostra classe dirigente è un colabrodo di informazioni.

    Tutti imparino le basi della sicurezza informatica e di un comportamento consapevole. E' altrettanto necessario approfondire le delicate e complesse architetture da contrasto della cyberguerra o cyberspionaggio, ma questo non ha a che vedere con i decaloghi sulle password.

    Proprio perché sono convinto che la cybersicurezza sia una cosa veramente vitale per la vita del nostro Paese (per proteggere quegli SCADA dei quali parlavo e fa bene Gentiloni a preoccuparsi), vorrei utilizzare questo termine quando serve.

    E continuare a parlare di sicurezza informatica a mio figlio. Insegnargli a usare con cautela il cellulare. Senza illuderlo con frasi roboanti da 007 che alla fine sottendono un vecchio detto: “mal comune mezzo gaudio”.

    Grazie

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    Ettore at |

    Per quanto riguarda il framework sulla sicurezza i lavori vanno avanti. E' in preparazione il nuovo, con un focus sulle piccole imprese.Quelle che sebbene debbano proteggere dati sensibili non hanno risorse adeguate risorse tecniche per implementare il framework nella sua interezza.
    Ed è per questo che vengono individuati 15 controlli di sicurezza essenziali.Questi 15 item sono di pubblica consultazione ed emendabilità al seguente link

    http://www.cybersecurityframework.it/csr2016

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    CLoNe at |

    Concordo con Axterix, molto ben informato tecnicamente e preparato sul tema da quanto leggo..

    Il rammarico più grande a mio umile avviso è che nella "scuola" dell'azienda dovrebbero insegnare in primis le basi non banali della cultura del segreto e solo dopo che tutti imparano ad osservare una vera ed attenta disciplina anche nella vita quotidiana a privata fargli i corsi per utilizzare i gadget di mister Q… Alla fine sono proprio i big, i politici, i manager e i dirigenti i primi a dimenticare le regole e va a farsi friggere qualsiasi tecnologia per cybersecurity e sicurezza informatica.

    Le basi della sicurezza vanno insegnate a TUTTI partendo dalle scuole (come fanno i russi…)

    E' inutile avere un antifurto supertecnologico se poi si lasciano le chiavi alla portiera 😉

    Saluti a tutti

     

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      raffaele at |

      clone ma secondo lei uno che lavora nell'azienda perchè dovrebbe imparare le basi del segreto anche nella vita privata ? penso che chiunque lavori in quel settore sappia il minimo indispensabile. Poi mi scusi ma lei come fa a sapere che tale materia non è trattata? Parla con le eminenze ? ovvio il solito……….. .

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    Anonimo at |

    Silendo,

    potresti rispondere Tu sul il Grosso problema del Segreto / Riservatezza nella vita privata ed in particolare con il Coniuge !!!

    Tanto che B.A. ritiene Nulli certi matrimoni inquanto il vincolo di Fedeltà è tradito sin dal momento del giuramento del Matrimonio  a causa del Tradimento che si realizza nel tenere nascosto al coniuge di quello fatto al momento di ingresso dei Servizi se fatto prima del matrimonio.  

     

    Ricordo che l'Ammiraglio Fulvio Martini rinunciò al più alto incarico alla NATO non potendo accettare di aver fatto un un Doppio Giuramento di Fedeltà "istituzionale" PATRIA e NATO.

    A Tale proposito anche il Libro Gladio del Generale PAOLO INZERILLI    "GLADIO LA VERITÀ NEGATA"

     EDIZIONI ANALISI

    …… Arrivati al CAG iniziava l'addestramento, intensivo, ed il sabato rientravano a Roma in tempo utile per essere a casa loro in serata. Tutta la pianificazione addestrativa veniva imperniata sul principio che era la centrale ad essere a disposizione degli esterni e non viceversa, come il sistema del richiamo consentiva di fare nel passato. Si programmavano una ventina di corsi all'anno, si comunicavano le date e si chiedeva se ed a quali volevano (e potevano) partecipare.

    Il sistema imponeva maggior impegno per gli istruttori (ma erano lì per quello), minor numero di frequentatori per ogni corso, tempi di completamento della preparazione molto più lunghi, ma garantivano completamente la sicurezza. L'altra strada imboccata e seguita per un po' di tempo era quella della «cattedra ambulante».

    Un paio di istruttori si recavano nella città ove esisteva una Rete e per una settimana, durante le ore serali, facevano addestramento a domicilio a chi ufficialmente aveva una riunione di lavoro, la partita a scopone con gli amici e altre giustificazioni simili. Con questo sistema ho fatto delle bellissime scorrazzate in barca a vela sul lago di Garda aspettando che arrivasse l'ora di andare a far lezione. Questa strada venne presto abbandonata perché era troppo dispendiosa e poco adeguata: due istruttori fuori sede per una settimana intiera per fare 3-4 ore di lezione al giorno, senza tutti i necessari ausili didattici e senza possibilità di fare pratica. Andava bene per rinfrescare la memoria a chi era già stato addestrato in precedenza, non certo per formare le nuove leve. L'altro aspetto dell'addestramento, forse il più importante, erano le esercitazioni. La pratica vale più della teoria, specie tenendo conto che col sistema della convocazione diretta tra un corso e il successivo passavano molti mesi, a volte anche un anno. E solo la pratica può confermare la validità della teoria o suggerire le necessarie modifiche, gli aggiornamenti. Fino agli anni 70 venivano programmate più o meno due esercitazioni all'anno. Una era un'esercitazione per Quadri, cioè fatta a tavolino, che coinvolgeva 2-3 elementi della Centrale e tutti i componenti di una Rete locale. Ogni anno si cambiava zona, mentre il tema era più o meno lo stesso e cioè la pianificazione di uno o più attacchi contro le forze nemiche che già da tempo avevano occupato il territorio nazionale od una sua parte. Si studiava come garantire l'infiltrazione e la successiva esfiltrazione di team di specialisti o di Forze Speciali, come e dove nasconderli, alloggiarli, sfamarli ecc… come raccogliere le informazioni relative agli obiettivi da attaccare e quelle di carattere più generale relative a tutta l'area per garantire la sicurezza di tutta l'operazione, le possibilità di movimento e così via.

    Gli elementi della Centrale indirizzavano, correggevano, suggerivano e facevano la parte dei cattivi inserendo nuove difficoltà (coprifuoco improvviso, aumento dei controlli, spostamenti di

    ………………………………………………………………………………………………………………………..    . Lettera del Servizio allo SME con l'elenco nominativo di quelli da richiamare durante tutto l'anno; lettera ed elenchi dello SME ai Comiliter, da questi ai Distretti e poi alle caserme dei Carabinieri o ai Messi Comunali fino all'arrivo agli interessati. Parenti, amici e paesani ovviamente al corrente più i datori di lavoro ai quali l'interessato doveva far vedere (e probabilmente dare copia) la cartolina per giustificare l'assenza e non perdere posto e stipendio. Forse era un po' troppo.

    La goccia che fece traboccare il vaso fu un Colonnello di un Distretto, piuttosto ficcanaso, che voleva sapere dai «richiamati», al rientro dove erano stati, cosa avevano fatto, in quale reparto ecc. Il primo provvedimento fu quello di intervenire per far trasferire immediatamente il ficcanaso. Ma questo non risolveva il problema alla base. Il punto essenziale era quello di eliminare le tracce che la prassi burocratica imponeva e non vi era altra soluzione che rinunciare ai richiami e affidarsi alla buona volontà e disponibilità degli affiliati.

    Il vantaggio della «convocazione diretta» era quello di poter estendere reclutamento ed addestramento anche a chi non aveva fatto il servizio militare, e per certi incarichi non c'era nessun bisogno di guerrieri, anzi. E questo allargamento del reclutamento risolveva un altro degli annosi problemi sempre dibattuti e mai risolti.

    Allo scoppio di un conflitto ci sarebbe stata la mobilitazione. Gran parte degli esterni sarebbe stata richiamata per cui l'organizzazione si sarebbe trovata decimata in partenza e costituita esclusivamente da vecchi o da non idonei al servizio militare e quindi non addestrati perché mai richiamati. A questi vantaggi si contrapponeva lo svantaggio della difficoltà da parte degli esterni di giustificare, in famiglia e sul lavoro, un'assenza specie se della durata di 15 giorni.

    Per risolvere il problema ci siamo mossi contemporaneamente su due strade. Innanzitutto è stato rivisto tutto il sistema addestrativo riprogrammando tutti i corsi in tre settimane, anziché in due, ma non consecutive. Il personale arrivava a Roma la domenica sera e la mattina del lunedì veniva trasportato al CAG col solito aereo oscurato. In precedenza il primo giorno gli esterni lo passavano nella cosiddetta «foresteria» di Cerveteri (5 camere a due letti) installazione che serviva quale camera di compensazione tra la vita normale e la prevista clausura. Solo a quel momento gli veniva spiegato chiaramente cosa avrebbero dovuto fare e li si faceva sottoscrivere la dichiarazione impegnativa (accettare i doveri, mantenere il segreto ecc.ecc.) Chi voleva rinunciare, perché solo allora aveva capito, poteva farlo e veniva riportato in città. Col nuovo sistema non c'era tempo e l'indottrinamento veniva fatto direttamente in aeroporto a bordò dell'aereo prima del decollo. Chi non se la sentiva poteva scendere e tornava alla Stazione Termini (che io sappia non è mai successo).

     

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    Il realismo dell'esercitazione, ed è l'aspetto più importante, era dato dal nemico che era costituito, e chiedo scusa, dalle Forze Armate e dalle Forze dell'Ordine, alle quali non veniva preventivamente data alcuna informazione.

    Ognuno agiva e si muoveva in un certo senso a proprio rischio e pericolo, sapendo che se veniva fermato da CC, PS ecc… doveva da solo giustificare credibilmente la propria presenza in quel luogo e a quell'ora. Solo in caso di arresto poteva tirare fuori una busta sigillata dentro la quale vi era un documento che attestava la sua partecipazione ad una esercitazione dello SMD e riportava il numero telefonico del centralino di una caserma nella quale era stata stabilita la Direzione Esercitazione.

    La procedura non valeva solo per gli esterni, ma anche per gli uomini della centrale, ai quali era vietato utilizzare il tesserino del Servizio (se non a 5 secondi dall'impiccagione) a differenza di quanto purtroppo continua a fare ancora oggi gran parte del resto del personale del Servizio che sbandiera il tesserino anche per avere informazioni dai portinai, oltre che a passare gran parte della giornata negli uffici della Questura o dei Comandi dell'Arma, «per un proficuo scambio di vedute».

    Che di realismo vero si trattasse, e non di finzioni addestrative, lo dimostrano alcuni episodi caratteristici quali il mancato sbarco sulla Costa Smeralda e relativo fugone, di un team proveniente dal mare, frustrato dalle fucilate di un gruppo di solerti vigilantes, o il fermo provvisorio, sempre in Sardegna, su segnalazione di un pastore, di un Colonnello della Centrale sorpreso dai CC in atteggiamento sospetto. O l'irruzione della Polizia, armi alla mano, in una casa che evidentemente, ma a posteriori purtroppo, sicura non era.

    Il contraltare positivo è stato quello di riuscire a far infiltrare un team francese con un aviolancio notturno nei dintorni di Roma mentre le forze dell'ordine rastrellavano la zona a seguito del rapimento, avvenuto 24 ore prima, del figlio, un bimbo di 7 anni, di un noto personaggio.

    L'operazione riuscì perfettamente e nessuno si accorse di nulla. Il solo individuato fu il sottoscritto che venne fermato alle tre del mattino ad un posto di blocco alle porte di Roma mentre rientrava a casa. E mi toccò far valere il tesserino, dato che avevo a bordo della macchina il mio quasi omologo francese.

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            Un'altro simpatico episodio fu quando, durante il periodo del rapimento dell'On.le Moro, esfiltrammo da piazza Pio XI di Roma a Civitavecchia, un ufficiale della Centrale, seduto dentro una cassa aperta da un lato, sistemata in un furgone con altre casse piene di rottami, superando indenni tutti i posti di blocco presidiati lungo l'Aurelia, da ferocissimi guerrieri in assetto di guerra.

            In entrambi i casi le esercitazioni erano già programmate e nonostante le ben poco velate proteste di «So tutto io» mi imposi perché non venissero né cancellate, né spostate.

            Volevo verificare le vere capacità degli esterni in una situazione reale.
            Le corna sicuramente fatte, di nascosto, da «So tutto» ed un buon pizzico di fortuna mi consentirono di aver ragione e di tirare un gran sospiro di sollievo, e mi fecero salire nella considerazione di tutto il clan.
            Ho citato solo alcuni degli episodi e delle situazioni che ci hanno fatto correre qualche brivido o ci hanno costretto a bloccare o rimandare l'attività in corso, ma ve ne sono stati numerosi altri in Friuli, in Liguria, in Piemonte, in Corsica ecc. senza contare le volte in cui un team pregava perché una eiaculazione precoce riducesse i tempi di attesa allo sbarco su una spiaggia occupata, non dal nemico ma, visto nel buio, da un mostro sbuffante e gemente a due teste.

            Posso dire con tutta tranquillità che, quando a dicembre '86 ho lasciato la direzione di Gladio, ho lasciato una organizzazione entusiasta e capace di raccogliere le informazioni necessarie alla condotta delle operazioni e di infiltrare ed esfiltrare senza problemi piloti, specialisti e VIP, categoria dalla quale personalmente oggi escluderei quasi tutti gli uomini politici che ho conosciuto (meno uno).

            Guerriglia e sabotaggio erano diventati appannaggio esclusivo delle Forze Speciali e degli specialisti della centrale, tutto personale ad un altissimo livello di preparazione.

            (Se) vi è stato un calo di rendimento negli anni successivi, al mio successore non resta altro che battersi il petto per almeno tre volte.

     

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    6. GLADIO – LA SICUREZZA

    Se l'addestramento era l'aspetto più qualificante, la sicurezza era quello più reale ed ossessivo. C'era la sicurezza verso il mondo esterno, quella verso tutte le altre strutture all'interno del Servizio stesso, quella nei confronti degli esterni, quella degli esterni stessi tra di loro e verso gli altri.

    Una specie di polipo con numerosissimi tentacoli ognuno dei quali doveva parare una minaccia diversa, con la testa che doveva coordinarli e farli muovere in sintonia l'uno con l'altro.

    L'Amministrazione, alias SMD, mi mise subito a mio agio fornendomi una solida base sulla quale impostare il mio nuovo lavoro. Diramò a fine giugno il dispaccio di trasferimento che da Roma raggiunse Bolzano, sede del C.A. Alpino, da dove scese a S. Daniele del Friuli, sede del Comando Truppe Carnia Cadore, che lo mandò ad Udine, Brigata Julia, da dove proseguì per Tolmezzo, 8° Reggimento Alpini per arrivare finalmente a Tarvisio. Ovviamente ogni Comando aveva protocollato, registrato e archiviato il messaggio ricevuto e ne aveva ricompilato uno proprio, diretto al Comando dipendente. è la prassi. Il solo neo era che nel dispaccio era scritto a chiare lettere che ero trasferito al SID (Servizio Informazioni Difesa) e non ad un qualsiasi Ente militare di copertura.

    Per quanto riguarda il Nord-Est ero servito e, tenuto conto che il mio battaglione era tutto di abruzzesi, ero servito anche dalle parti dell'Aquila, Sulmona e paraggi. Con questo viatico a settembre approdai a Roma e cominciai a cercare casa. Tutti volevano sapere chi ero e quale lavoro facevo: Tenente Colonnello allo SMD ovviamente. Allora lei conosce X Y ? E il Generale… ? è tanto una brava persona. Nel palazzo di fronte abita un suo collega che lavora alla Cecchignola. E cosi via. Sempre ovviamente, nessuno aveva pensato a darmi qualche suggerimento ma, grazie allo slalom imparato al corso sci ad Aosta, riuscii a venirne fuori. Una volta trovata casa era una sciocchezza far fronte alle richieste degli inquilini sul trasferimento del

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    fante «X», la licenza al marinaio «Y» o il congedo anticipato all'aviere «Z» Ma…. Ma il mondo esterno era diviso in due, quelli che sapevano che ero ufficiale e quelli che non lo sapevano. Per tutti ero uno che si assentava troppo spesso da casa e che andava troppo all'estero.

    Perciò per i primi stavo ad un ufficio che trattava con la NATO, e dai ad imparare a memoria i cognomi degli ufficiali italiani che stavano a Bruxelles, Parigi ecc.., ma attenzione a glissare nelle conversazioni perché è tutta gente che non mi ha mai incontrato in vita sua, dato che i contatti li avevo nelle sedi dei Servizi o del CPC. Per i secondi ero un funzionario degli Esteri che si occupava di cooperazione internazionale, senza approfondire troppo. Anche qui mi sono dovuto imparare a memoria diverse pagine dell'annuario del Ministero. Una sera venni invitato ad un party. Arrivato supposta mi accorsi che nella sala c'erano conoscenze di tutte e due le categorie. Feci dietrofront e tornai a casa. Neanche Smiley se la sarebbe cavata.

    Il problema più grosso era quello rappresentato dall'ambiente del servizio. La posta andava e veniva alla Sezione senza che nessuno fosse autorizzato ad aprirla. La contabilità, controllata dal Capo Ufficio, andava direttamente a Palazzo Baracchini senza passare dal Nucleo Amministrativo dell'Ufficio. Gli appunti venivano portati a mano dal capo Sezione al capo Ufficio e da questo al Direttore del Servizio e viceversa. Cosa c'era di tanto segreto che gli altri non potevano sapere? E che ci facevano tutti quei paracadutisti o sommozzatori? E dove andava la gente che spariva per settimane intere? Al Servizio, per abitudine, ognuno si fa i fatti suoi e in genere non si guarda nel piatto degli altri. Ma tutte queste domande senza risposta, il non sapere neanche grosso modo di che si trattava, dava sui nervi a molti, e la cosa era acuita dalla compattezza della Sezione, una enclave di serenità, di tranquillità e di riserbo, immersa nel calderone borbottante di Forte Braschi. A volte era sufficiente essere bruschi e mandare a quel paese chi cercava di annusare troppo ma, normalmente, era sempre molto difficile raccontare cose credibili, sapendo di essere sotto osservazione da parte di gente che era in condizione di avere numerosi dati di riscontro. Al di fuori del Forte la situazione era più facile perché, per prassi, nessuno conosceva nessuno. Non ci si frequentava se non in casi eccezionali e comunque mai in compagnia di estranei. Se ci si incontrava per strada ognuno tirava dritto senza neanche abbozzare un mezzo saluto. Nessuno, neanche occasionalmente doveva poter collegare uno ad un'altro.

    Altro aspetto era quello delle relazioni con gli esterni. Dovevano sapere che eri uno della Centrale ma non dovevano sapere chi eri effettivamente e quindi dovevi stare attento a non fornirgli nessun elemento per identificarti, il che, ad esempio nella tua città natale, non è una cosa semplicissima. Di norma girando per l'Italia avevamo un documento di copertura

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    che era una patente di guida e serviva sopratutto a non farti individuare negli alberghi. Io ero l'ingegnere Induno e mi occupavo di PR e formazione. Le iniziali del nome e cognome coincidevano con quelle reali così non c'era la preoccupazione di controllare ogni volta che camicie, fazzoletti ecc… non avessero ricamate eventuali lettere o cifre. La cosa importante era ricordarsi, se ti fermava la polizia o i vigili urbani per un normale controllo, se la patente vera stava nella tasca sinistra e quella fasulla nella destra, o viceversa. In sintesi rappresentavo in contemporanea cinque personaggi diversi, oltre a quello vero, tenendo conto che oltre a fronteggiare gli amici del tipo A, quelli del tipo B, i colleghi e gli esterni dovevo anche fare fronte alla moglie e al parentado delle due parti (anche loro non dovevano sapere). Sembra facile.

    Quella di cui ho parlato sino ad ora si chiama sicurezza personale -serve a proteggere sia te che l'organizzazione. Esiste poi la sicurezza fisica. Si devono evitare gli stessi itinerari e gli stessi orari e osservare un sacco di altre regolette del genere. Le uniche abitudini che ho mantenuto sono quelle di dare un'occhiata distratta intorno quando esco di casa, guardare spesso nello specchietto retrovisore e non sedermi mai con le spalle ad una porta. Per il resto sono, tuttora, abbastanza professionista per sapere che se ti vogliono pizzicare sul serio non c'è sistema di sicurezza che tenga. Tra l'altro era mio compito insegnare come si doveva fare per superarli o forzarli. Quindi «Jnshallah».

    La sicurezza delle attività era invece un altro aspetto importante. Pianificazione, direttive, ordini di operazione per le esercitazioni ecc… non costituivano un problema perché la compartimentazione, i canali privilegiati ed esclusivi per lo scambio di documenti, la limitata disseminazione degli stessi, e solo a persone selezionate, erano provvedimenti sufficienti. Per i casi di emergenza era prevista la distruzione entro 24 ore di tutto il carteggio, utilizzando l'inceneritore che stava nel retro della palazzina, e se necessario bombe al fosforo dentro le casseforti. Una copia dei documenti essenziali per svolgere effettivamente le operazioni previste (piani dei collegamenti, cifrari, ordini di operazioni ecc.) era già impacchettata, per essere trasferita immediatamente con un elicottero in un luogo sicuro al di fuori del Forte.

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    Avevamo creduto in loro fino all'ultimo, avevamo creduto che le dichiarazioni fatte pubblicamente alle Camere da un Presidente del Consiglio avessero un valore reale. «Non esiste e non verrà opposto il Segreto su nulla che riguardi l'organizzazione Gladio eccetto che per l'elenco nominativo dei 622 affiliati, tutte persone che dai controlli incrociati effettuati risultano persone perbene, e che è giusto che non vengano esposte al pubblico ludibrio” Questo è più o meno il tenore delle dichiarazioni fatte al Senato nella seduta delle ore 18,00 dell'8 novembre 1990. Esiste perciò una colpa, indiscussa che si chiama «ingenuità» caratteristica colposa in qualunque Ufficiale delle Forze Armate, che oggi riconosco dolosa da parte degli appartenenti ai Servizi che in ogni momento ed in ogni situazione dovrebbero avere e mantenere quel tanto di buon senso che li confermi nella giusta regola che non bisogna mai fidarsi di nessuno, neanche dei propri congiunti, tanto meno dei superiori, specie se politici. Esiste anche un colpevole. Senza alcun dubbio sono io e solo io tenuto conto che ero il Capo di Stato Maggiore del SISMI e che ero stato responsabile della Gladio per 12 anni. Io, quando il Presidente del Consiglio ha dato incarico al Capo di Stato Maggiore della Difesa di svolgere una specie di inchiesta informale e di preparare una relazione sulla nascita, lo sviluppo e la situazione dell'organizzazione, non ho capito dove si sarebbe andati a parare. Sono pertanto colpevole di errata valutazione, e

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    quindi di aver fornito dati veri e reali senza camuffarli (tenuto conto che tale operazione si è svolta tra marzo ed aprile del 1990 e cioè mesi prima dell'intervento formale della Magistratura). Io sono colpevole di non aver tenuto conto che, avendo informato personalmente il Presidente del Consiglio, nonché il Capo della Polizia ed il Capo di Stato Maggiore dell'Arma dei Carabinieri, che durante i controlli c'erano state fughe parziali di nominativi, riprese da giornalisti locali a Torino e Rovigo, ad una esclamazione dello stesso Presidente del consiglio dei Ministri del tipo «questo non deve succedere» non era seguito, per quel che mi risulta, alcun provvedimento nei confronti di chicchessia. Io sono colpevole di omissione per non aver fatto distruggere tutta la documentazione esistente, come suggeritomi a livello battuta da qualcuno del Palazzo, per troppa buona fede ed eccessiva fiducia negli altri (anche se gli altri si identificavano nelle Istituzioni), quando ancora la documentazione era in esclusivo possesso del Servizio. Io sono colpevole di omissione anche per non aver dato disposizioni perché si controllassero e ripulissero gli archivi eliminando tutti quei documenti che, visti a se stanti e non nel contesto generale, avrebbero potuto (come è successo) dare adito a sospetti, strumentalizzazioni, false o falsate interpretazioni. Io sono colpevole, altra cosa rinfacciatami dai «gladiatori», di essermi attenuto (e di aver preteso altrettanto da tutta la «centrale») alle disposizioni ricevute di cessare immediatamente qualsiasi rapporto con gli esterni, di averli abbandonati a se stessi, senza consigliarli o indottrinarli.

    Alcuni degli esterni mi hanno detto che da bravi Ufficiali di Stato Maggiore eravamo riusciti a ripetere l’8 settembre '43 lasciando le truppe allo sbando e senza disposizioni. Ed è purtroppo vero. Io mi sento con la coscienza a posto, di fronte alla Patria ed al Paese, di fronte alla legge ed ai Magistrati, di fronte a me stesso. Ma contemporaneamente mi sento colpevole di tradimento nei confronti di quegli uomini che hanno creduto e si sono offerti in prima persona per cooperare a garantire la Libertà del nostro Paese. Non mi pesano i procedimenti giudiziari o gli articoli di giornale, ma l'idea che qualcuno possa veramente credere di essere stato scientemente tradito e scaricato dall'Organizzazione. L'altro elemento che mi pesa è il sapere che la pubblicazione dei nominativi ha avuto per alcuni conseguenze materiali, sia in ambito familiare (almeno un divorzio sicuro), sia nel campo del lavoro (licenziamenti, trasferimenti, cambi di incarico, danneggiamenti alle proprietà) sia nel campo sociale (emarginazione, scomparsa di amicizie ecc). Non posso piangere sul latte versato, che d'altra parte, in tutta onestà, non ho versato io ma qualcun altro, che oltretutto non se ne vergogna affatto. Per tornare all'argomento devo dire che la sicurezza ha fatto sempre premio su qualunque attività della organizzazione. Il silenzio sulla sua esistenza per oltre 40 anni ne è la dimostrazione anche a dispetto di quanto ne

    In uno dei primi colloqui faccia a faccia, il contatto della CIA a Roma (il numero tre o quattro credo) mi disse che il suo Servizio si aspettava che io continuassi a fornire i nominativi dei nuovi assunti. Risposta interlocutoria iniziale e poi risposta affermativa. Nulla contro a fornire i dati richiesti come nel passato (ma quale ?) però gli USA avrebbero dovuto fornire i dati relativi al previsto impiego in Italia delle loro Forze Speciali già pianificato e non concordato col Servizio o con SMD (all'epoca non esisteva ancora una pianificazione operativa in materia e non vi era quindi nessun coordinamento tra Servizio e Forze Armate). Il professionista ascoltò, prese nota, salutò e tornò in Ambasciata.

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    Dopo la «civilizzazione» del Servizio, a seguito dell'entrata in vigore della legge 801, nel 1985 venne promulgata una norma transitoria che consentiva al personale di riacquisire lo status militare, con conseguente rico-

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    struzione di carriera, rimanendo comunque al Servizio . Riacquisire lo status militare significava rinunciare aprioristicamente a rimanere in servizio sino al 65° anno di età (come per tutto il personale civilizzato) ed accettare di andare in quiescenza allo scadere dei limiti di età del grado raggiunto (57 per i Colonnelli, 58 per i Gen. di Brigata, 60 per i Gen. di Divisione) con la pensione dei pari grado militari rinunciando quindi ai vantaggi delle pensioni del personale degli Organismi di Sicurezza, agganciate, come per i Magistrati, agli aumenti degli stipendi del personale in servizio. La contropartita? Avere la possibilità, ma non la certezza, di accedere all'incarico di Capo Reparto, massimo livello raggiungibile e all'epoca riservato ai soli militari veri (oggi concesso pare anche a chi ha buttato l'uniforme alle ortiche). Il secondo vantaggio era quello, morale, di sapere di essere Colonnello o Generale vero, cioè in servizio effettivo, e non «di cartone» (promosso nella riserva). Sulla base di questi parametri,se non ricordo male, su oltre 2000 effettivi, le domande di rientro in Forza Armata furono una decina in tutto. Uno dei dieci mentecatti è stato ovviamente il sottoscritto.

     

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    11. GLADIO E IL SERVIZIO

                                                                         

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  5. avatar
    CLoNE at |

    Secondo lei dal momento in cui si accetta di fare un mestiere e quindi si accettando tutte le condizioni e le clausole accessorie, nell'istante dopo che si è firmato un contratto, è proprio sicuro che esista veramente una propria vita privata che non possa copromettere in alcun modo il mestiere stesso? p.s. il minimo indispensabile non so davvero cosa significa, non credo che bisogna necessariamente dare tutto per scontato se le cose non vengono messe per iscritto, ancora oggi ci sta gente a cui senti dire "… non lo sapevo, non me l'hanno detto.. io pensavo che…". Non è necessario avere contatti con le eminenze come le chiama lei, perche "purtoppo" il paese è molto piccolo e la gente parla, e gran parte delle cose che dovrebbero restare chiuse in un cassetto escono fuori ai quattro venti e poi girano girano girano, sapesse quanto girano… Come pensa che gran parte dlle persone che scrivono su questo sito sanno cose che in teoria dovrebbero essere conoscenza esclusiva degli attetti ai lavori? L'amico mi ha detto che… etc etc.. vecchia storia e dramma quotidiano per quelli che ogni giorno davvero rischaino la vita giocando con la sorte (ultimo attacco a Kabul l'altro giorno… non so se leggete frequente i giornali).

    Se legge le mie frasi con superficialità mi dispiace ma percepisce solo la nota apparetemente polemica, ma se prova a leggere tra le righe come fa un buon analista o un semplice osservatore a cui piace apprendere più che criticare per partito preso,  capisce che la situazione è paradossale o a volte drammatica, solo questa è la mia preoccupazione per il futuro di questo settore.

    p.s. I Wannabe James Bond come dicono in molti, chissà se dicono il vero 😉

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    1. avatar
      The Hooded Claw at |

      Come pensa che gran parte dlle persone che scrivono su questo sito sanno cose che in teoria dovrebbero essere conoscenza esclusiva degli attetti ai lavori?

      "There are no secrets, only lazy researchers." — Richard Aldrich

       

      :-)

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    CLoNe at |

    Sinceramente non ho capito anonimo a quale Silendo si riferisce e non capisco nemmeno il discorso del matrimonio visto che in genere le moglio sanno che lavoro fa il marito anche se è nei Servizi e lo sa anche la Banca dove ti accreditano lo stipendio visto che da un momento all'altro lo stipendio aumenta e quardacaso l'intestazione dell'ordinante non è di certo tra le più anonime…:-)  Chiedo venia, ma cosa centra poi il libro di Inzerilli in merito al discorso ? … e che Ulisse fece un doppio giuramento mi suona nuova… che centrano le mogli, invidia per il mio bel Capitano con gli occhi a mandorla ? :)))

      p.s. il mio commento a raffaele di qualche gg fa è stato censurato???

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    Mattia at |

    Accordo tra politecnico e DIS per addestrare gli agenti (i nuovi?) alla Cybersecurity?

    Voci di corridoio e smentite varie ma….va ad inserirsi nel tema.

    http://torino.repubblica.it/cronaca/2017/02/12/news/il_politecnico_di_torino_da_lezione_di_difesa_dagli_hacket_agli_007_italiani-158115744/?refresh_ce

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      Anonimo at |

      Sì suol dire che una notizia smentita è una notizia data due volte…

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