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    The Hooded Claw at |

    Volevo seganlare un articolo su The Globalist a riguardo del completo fallimento nella gestione della situazione in Siria da parte dell'amministrazone Obama. Quel che è peggio è che stando all'articolo tutti i quadri sapevano che sarebbe degenerata così.

    http://www.theglobalist.com/united-states-syria-terrorism-muslim-brotherhood-sectarian-war/

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    Morgana at |

    Qualcosa che mi piacerebbe sapere!!!!

    Argomento: utilizzo della rete Internet nel mondo

    Interlocutore: Silendo….non hanno ancora finito di aggiustare l'aereo per farti tornare dalle ferie? Su quale isola sei naufrago? Ci dai la rotta? Ce l'hai la zattera? Quante noci di cocco hai mangiato?

    Ecco la rete Internet nel mondo non la usiamo allo stesso modo, c'è il rischio di un'idea universale che universale non è: blog, social network, fonti aperte e chiuse fanno i conti anche con la censura. Esperienze di humint: in Iran c' è il divieto di utilizzo dei social network per i minori e le informazioni sono controlla te dalle amministrazioni di cominicazione pubblica; nei Paesi Asiatici (Russia, Georgia e dintorni) dei social network non c'è un utilizzo ossessivo-professionale-hobbistico come in Europa: sono social indipendenti, non compulsivi e il web è strumentale, le telecomunicazioni sono in secondo piano rispetto alle esigenze della economia.

    Se non c'è un punto di vista universale rispetto alle telecomunicazioni, come può la sicurezza nazionale avere delle prospettive di difesa globale? Non si rischia di avere un punto di vista che è solo quello della propria nazione o del proprio continente? Se non c'è uniformità di fruizione della Rete, come si può pensare di avere la giusta dimensione della sicurezza? L'obiettivo primario della sicurezza nazionale non dovrebbe essere quello di fare una prima investigazione su se stessa e poi guardare alle altre aree geografiche? Siamo sicuri che non avere divieti e censure sull'utilizzo dei sistemi informatici (Computer, Tablet, Smartphone) e che un utlizzo di massa (centri wireless pubblici, internet point) non siano un pericolo?

                                                                                     Morgana

     

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    Anonimo at |

    Silendo,

    dobbiamo aspettarci qualcosa per domani ?

     

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      Anonimo at |

      Buona sera Silendo,

      da Il Tempo di oggi , il Dr. Domenico Sparandeo agente segreto dell'Aise ora in pensione, avrebbe fatto parte del Consiglio Decisionale Nazionale dell'Aise .

      Sai dire qualcosa di più su questo Consiglio ?

      Su il Dr Sparandeo gli articoli di oggi di Il Tempo sono alquanto "interessanti".

       

      mitato

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    Anonimo at |

    16/09/2016 08:43

    INTRIGO ALL'ITALIANA

    <!– –>La spy story fra vescovi, 007 e massoni <!– –>

    Inchiesta parallela sulla fuga del latitante Matacena e agenti segreti Traffici d’oro e associazione per delinquere. Spunta pure un alto prelato INTERVISTA  Scajola: «È solo uno sporco gioco politico»

     

    Un agente dei Servizi segreti italiani, affiliato al Grande Oriente d’Italia, accusato di aver favorito la latitanza di un ex parlamentare condannato per concorso esterno alla ’ndrangheta. Un monsignore che vuole vendere "in nero" centinaia di chili d’oro, custoditi nel caveau del Vaticano, frutto delle offerte dei fedeli. Un’imprenditrice corleonese che contatta un poliziotto in servizio presso la presidenza del Consiglio dei ministri per "piazzare" i lingotti. Sullo sfondo compaiono generali dell’Esercito italiano, politici di centrodestra, esponenti della famiglia Casamonica; mentre si intrecciano accordi per la vendita di petrolio "d2", gas liquefatto e giubbotti antiproiettile. Sono questi gli ingredienti di un’avvicente spy story internazionale, di cui si trova traccia nell’inchiesta della Dda di Reggio Calabria, coordinata dal procuratore distrettuale antimafia Cafiero De Raho e dal sostituto Giuseppe Lombardo.

     

    LA LATITANZA DI MATACENA Lo scorso aprile gli uomini della Dia hanno perquisito da cima a fondo le abitazioni di Domenico Sperandeo, agente dell’Aise di origine palermitana ora in pensione, e Franco Ciotoli, l’assistente capo della Polizia di Stato in servizio presso la presidenza del Consiglio dei Ministri, sequestrando pc, Ipad e hard disk. Entrambi sono indagati per associazione di tipo mafioso "in concorso necessario" con Amedeo Gennaro Matacena, ex deputato forzista condannato in via definitiva quale decisivo concorrente esterno della ’ndrangheta reggina e latitante da circa tre anni, Chiara Rizzo e Maria Grazia Fiordelisi, rispettivamente moglie e segretaria di Matacena, Martino Antonio Politi, considerato il suo factotum, l’ex ministro forzista Claudio Scajola e la sua segretaria Roberta Sacco, nonché Vincenzo Speziali, latitante in Libano sposato con la figlia di un ex presidente libanese e nipote dell'omonimo senatore Pdl. Sono tutti accusati dai pm calabresi di far parte di «un’associazione per delinquere segreta collegata all’associazione di tipo mafioso e armata denonimata ’ndrangheta da rapporto di interrelazione biunivoca al fine di estendere le potenzialità operative del sodalizio in campo nazionale e internazionale». «In particolare – si legge nel capo d’imputazione – hanno posto in essere, consentito o comunque agevolato condotte delittuose dirette ad agevolare l’attività di interferenza di Speziali su funzioni sovrane (quali la potestà di concedere l’estradizione, in capo alle rappresentanze politiche della Repubblica del Libano), finalizzate a proteggere la perdurante latitanza di Matacena», in modo da «mantenere inalterata la piena operatività di Matacena e della galassia imprenditoriale a lui riferibile, costituita da molteplici società usate per schermare la vera natura delle relazioni politiche, istituzionali e imprenditoriali da lui garantite a livello regionale, nazionale e internazionale».

     

    I RAPPORTI CON LA MASSONERIA Dall’attività di intercettazione della Procura reggina emerge «in maniera inequivocabile» che, subito dopo le perquisizioni degli uomini della Direzione investigativa antimafia, «la direzione dell’Aise aveva invitato Sperandeo affinché si pensionasse», così come poi è accaduto. Sperandeo «risulta inserito – si legge nel decreto di perquisizione – in una loggia massonica, verosimilmente il Grande Oriente d’Italia, sin dai tempi in cui era ancora in servizio all’Aise». «Tale eventuale appartenenza – precisa il pm Lombardo nel decreto – viola i limiti imposti dalla legge in ordine all’iscrizione alle logge massoniche di un soggetto che riveste lo status di militare in servizio». Sperandeo, che dalle carte risulta difeso dall’avvocato Daniele Francesco Lelli (penalista noto per aver difeso personaggi di spicco in processi alla criminalità organizzata), viene intercettato mentre parla al telefono con avvocati, dipendenti Rai e professionisti romani, di riunioni con tutti i "fratelli" che ogni martedì si incontrano per la "tornata rituale" in un "tempio" diverso.

     

    L’ORO DEI FEDELI IN VENDITA Nelle carte dell’inchiesta emerge anche come Sperandeo e Ciotoli abbiano fatto da intermediari per "piazzare" ligotti d’oro per conto di un prelato del Vaticano, avvalendosi del supporto dei soci del gruppo Goldiam (società di diritto maltese, nonché "mandate" del gruppo Viloro, con sede in Romania, Svizzera e Dubai). Il 7 ottobre 2015 viene interrogato dagli inquirenti uno di questi imprenditori: «Nel periodo di Pasqua dello scorso anno fui invitato a Roma perché un alto prelato del Vaticano era intenzionato a vendere un consistente quantitativo di oro. (…) Il Monsignore mi disse che aveva la necessità di effettuare un’operazione riservata che prevedeva la vendita di un primo stok di 400 chili. (…) Richiedeva il pagamento in contanti o attraverso il deposito presso una cassetta di sicrezza estera». Un altro dei soci della Goldiam riferisce ai pm: «A dire del Monsignore l’oro era custodito nel caveau del Vaticano. Appresi che proveniva dalla Svizzera ed era frutto della fusione di oro donato dai fedeli alla Chiesa».

    Matacena: servizi segreti, massoneria e il monsignore con l’oro vaticano. Nuova inchiesta su latitanza dell’ex deputato Fi

    di F. Q. | 16 settembre 2016

    'ndrangheta

     

    Un colonnello dell'Aise e un poliziotto in servizio a Palazzo Chigi accusati di concorso esterno alla 'ndrangheta dai pm di Reggio Calabria. Avrebbero protetto la fuga del politico ancora irreperibile due anni dopo la condanna. Indagati – rivela Il Tempo – anche diversi personaggi già coinvolti nel filone principale, a partire dall'ex ministro Scajola. E dalle carte emerge il presunto tentativo, da parte di un alto prelato, di vendere in nero 400 chili d'oro "frutto dei dono dei fedeli alla Chiesa"

    di F. Q. | 16 settembre 2016

     

    Un colonnello – massone – dei servizi segreti e un assistente capo di polizia in servizio a Palazzo Chigi avrebbero favorito la latitanza di Amedeo Matacena, l’ex deputato di Forza Italia condannato definitivamente a tre anni per concorso esterno alla ‘ndrangheta e tutt’oggi irreperibile per la giustizia italiana. Riparato – a quanto si sa – a Dubai. Ma nel nuovo filone d’inchiesta della Procura di Reggio Calabria, rivelato oggi da il quotidiano Il Tempo, compare anche un monsignore che – secondo la testimonianza di alcuni imprenditori – ha tentato di vendere in nero 400 chili di lingotti custoditi in un caveau del Vaticano e frutto “della fusione di oro donato dai fedeli alla Chiesa”. Non basta. Nelle carte comparirebbero riferimenti al clan Casamonica e a una imprenditrice di Corleone – citata per l’affare dell’oro – e vari commerci fra gas, petrolio e giubbotti antiproiettile. L’inchiesta è coordinata dal procuratore capo Federico Cafiero de Raho e dal sostituto Giuseppe Lombardo. E trae origine da quella che ha portato a processo – ancora in corso – fra gli altri l’ex ministro berlusconiano Claudio Scajola, anche lui accusato di aver protetto la latitanza di Matacena (e che su Il tempo definisce il nuovo filone “uno sporco gioco politico”).

    L’uomo di servizi finito sotto inchiesta per associazione mafiosa – in concorso con altri soggetti – è il colonnello Domenico Sperandeo, all’epoca dei fatti in forza all’Aise (l’agenzia per la sicurezza esterna) e, secondo quello che scrivono i pm, pensionato anzitempo dal sevizio proprio in seguito all’indagine. Il poliziotto iscritto per lo stesso reato è Franco Ciotoli, assistente capo della Polizia di Stato presso la presidenza del Consiglio dei ministri. Ad aprile la Direzione investigativa antimafia ha perquisito le loro abitazioni , portando via computer, tablet e dischi rigidi. Sono accusati di far parte di “un’associazione per delinquere segreta collegata alla ‘ndrangheta da rapporto di interrelazione biunivoca al fine di estendere le potenzialità operative del sodalizio in campo nazionale e internazionale”, insieme ad altri personaggi già coinvolti nel caso Matacena. Oltre a Scajola, la moglie del politico latitante Chiara Rizzo, la sua segretaria Maria Grazia Fiordelisi, il suo factotum Martino Antonio Politi e Vincenzo Speziali, anche lui latitante e nipote omonimo del senatore Pdl.

    Secondo l’accusa riportata nel capo di imputazione, il gruppo “ha posto in essere o comunque agevolato condotte delittuose dirette ad agevolare l’attività di interferenza di Speziali su funzioni sovrane (quali la potestà di concedere l’estradizione, in capo alle rappresentanze politiche della repubblica del Libano) finalizzate a proteggere la perdurante latitanza di Matacena”. Con l’obiettivo, secondo i pm, di “mantenere inalterata la piena operatività di Matacena e della galassia imprenditoriale a lui riferibile, costituita da molteplici società usate per schermare la vera natura delle relazioni politiche, istituzionali e imprenditoriali da lui garantite a livello regionale, nazionale e internazionale”.

    Il colonnello Sperandeo, scrivono i magistrati nel decreto di perquisizione, “risulta inserito in una loggia massonica, verosimilmente il Grande Oriente d’Italia, sin dai tempi in cui era in servizio all’Aise”. Circostanza che, “viola i limiti imposti dalla legge in ordine all’iscrizione alle logge massoniche di un soggetto che riveste lo status di militare in servizio. Nelle intercettazioni, l’uomo dei servizi parla con avvocati, dipendenti Rai e professionisti romani di “riunioni” che si tengono ogni martedì “in un tempio diverso”. “Il mio assistito è sempre stato un fedele servitore dello Stato e si dichiara estraneo ai fatti, e siamo pronti a dimostrarlo”, afferma il legale di Sperandeo, l’avvocato Daniele Francesco Lelli, contattato da ilfattoquotidiano.it. Ma per entrare nel merito delle accuse bisognerà attendere le fasi successive del procedimento.

     

    Sperandeo e Ciotoli sono anche indicati dalla Procura di Reggio come intermediari nel presunto tentativo di vendita dei lingotti vaticani, in contatto con i soci della Goldiam, azienda di diritto maltese nel settore dei preziosi. Sentito dagli inquirenti nel 2015, un imprenditore ha messo a verbale che un “monsignore mi disse che aveva la necessità di effettuare un’operazione riservata che prevedeva la vendita di un primo stock da 400 chili (…). Richiedeva il pagamento in contanti o attraverso il deposito presso una cassetta di sicurezza estera”. Un socio della Goldiam precisa poi agli inquirenti: “A dire del monsignore l’oro era custodito nel caveau del Vaticano. Appresi che proveniva dalla Svizzera ed era frutto della fusione di oro donato alla Chiesa”.

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    Anonimo at |

    Silendo, silendo…..quante volte abbiamo letto che non lo hai "letto"?…..perchè dormi sul pavimento?

     

                                                                                  Morgana

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