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      L’intelligence torni a lavorare sul campo <!– –>

      di Nicolò Pollari* Di fronte allo sconcerto ad al profondo sentimento di orrore, angoscia e di sdegno, cui tutti siamo accomunati per questo ulteriore attentato terroristico con finalità…

      D i fronte allo sconcerto ad al profondo sentimento di orrore, angoscia e di sdegno, cui tutti siamo accomunati per questo ulteriore attentato terroristico con finalità stragistiche, di dimensioni tanto estese, sorgono lecite alcune domande. Quale deriva sta subendo e sta caratterizzando il nostro mondo? Come si deve porre la civiltà giuridica e la democrazia di fronte a questo problema? Quali atteggiamenti e quali misure possono essere considerati propri ed adeguati per affrontare, risolvere e neutralizzare questa aggressione, senza incidere sui sacrosanti diritti e sulle conquiste sociali che, con tanto sacrificio, abbiamo ottenuto? In buona sostanza ci si chiede, come al solito, che fare?

      <!– –>

      Personalmente condivido questi sentimenti e mi pongo analoghe domande. A Parigi, dopo una preparazione durata mesi, è stata realizzata una vera e propria azione militare con commando addestrato e pronto a morire. Nessun obiettivo sensibile o simbolico. La strategia operativa e mediatica è stata quella di replicare sul suolo francese, colpendo solo soft target (un bar, un ristorante, un teatro, uno stadio), l’orrore del sangue, dei corpi straziati, delle esecuzioni di massa che avvengono ovunque arrivi l’onda lunga del Jihiad. Gli attentati di Parigi sottolineano non solo la debolezza dei sistemi occidentali, incerti e divisi sul contrasto a queste forme di aggressione, ma specialmente la crescita esponenziale di una nuova formula di lotta, regolata da altrettanto nuove forme di governance. Quanto ai parametri di ciò che è avvenuto, mi limito a sottolineare quello che è sotto gli occhi di tutti. Si è trattato di una vera e propria operazione militare perfettamente organizzata che si è giovata, con evidenza, di una rete organizzativa nazionale ed internazionale, rispetto alla quale il fattore sorpresa ha fatto premio, garantendo qualità ed esito degli attacchi. Accanto a qualche componente di origine medio-orientale o africana il personale che ha agito è, di massima, europeo o naturalizzato tale. Non pochi fra essi sono giovanissimi, se non addirittura bambini.

      Si tratta, dunque di un crimine attuato secondo percorsi e mezzi tipici del fondamentalismo islamico, opportunamente adeguati ed attualizzati, perpetuato, molto verosimilmente, in chiave reattiva per finalità di ritorsione, di vendetta e di affermazione egemonica e socio-politica.

      Al di là degli strumenti di politica generale che un Paese sinceramente democratico non può che affidare al Parlamento ed al Governo, esistono efficaci anticorpi, strumenti, mezzi e percorsi tecnico-operativi che consentono di misurarsi efficacemente con il problema, specie in chiave di prevenzione. E ciò senza incidere su alcun principio, alcun diritto ed alcuna libertà che la nostra Costituzione e le nostre Leggi considerano fondanti ed irrinunciabili. Per seguire questi percorsi bisogna però che ne venga riconosciuta la possibilità, ma specialmente occorre coraggio e capacità di misurarsi realmente con il problema, attribuendo al medesimo giusta evidenza, assoluta priorità e continuità nella relativa considerazione, senza mai abbassare la guardia.

      E perché tale azione abbia senso e sia realmente proficua è indispensabile mettere al centro il fattore umano, ma è altrettanto indispensabile che le competizioni politiche interne, le gelosie di appartenenza ed ogni altro confronto od intenzione estranei all’esercizio di tali funzioni, vengano tenute rigorosamente fuori dalle medesime.

      Ciò che invece deve permanere ed esprimere sicura incisività è l’esercizio del controllo democratico rispetto ad ogni attività svolta.

      L’innalzamento del livello di monitoraggio e la fine della marginalizzazione dei dispositivi di intelligence umana (Humint Intelligence) rappresentano una delle condizioni essenziali per esercitare una efficace ed effettiva attività di prevenzione. È sicuramente comprensibile che tale prospettiva di approccio professionale, tutt’altro che semplice, induca a maggiori pericoli, rischi e specialmente a pesanti assunzioni di responsabilità; d’altronde è proprio per questa ragione (oltre che per la intrinseca difficoltà di esercitare bene quest’«arte») che negli ultimi anni la stessa è stata sempre più frequentemente «messa ai margini».

      L’auspicio dunque è che la tragedia di Parigi, nelle sedi proprie induca, in questa prospettiva, ad una radicale inversione di tendenza. Condizione, questa, essenziale per rilanciare e rendere più concretamente efficace l’intelligence, permettendole di fare il suo mestiere, tornando a «mettere l’orecchio a terra» per conoscere e monitorare gli ambiti ostili e le minacce che possono derivarne, prevenendone anche le mosse.

      Humint, dunque e ancora humint!

      *Ex direttore del Sismi

      Nicolò Pollari*

       

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    Parigi/ "Altro che lupi solitari, è un vero attacco militare"<!– –>

    INTERVISTA/ Alfredo Mantici, ex capo del dipartimento Analisi del Sisde, ad Affaritaliani.it: "Attacco militare pianificato nei dettagli. Nelle banlieue si è creato un esercito di guerriglieri. I servizi francesi? Rovinati da Hollande"

    Sabato, 14 novembre 2015 – 15:33:00

     

     

    di Lorenzo Lamperti
    @LorenzoLamperti

     

    &lt;a href=’http://adv.ilsole24ore.it/RealMedia/ads/click_nx.ads/advertising.ilsole24ore.com/zodiak/passback/affaritaliani-soloCoffeebreak/@VideoBox_2’&gt;&lt;img src=’http://adv.ilsole24ore.it/RealMedia/ads/adstream_nx.ads/advertising.ilsole24ore.com/zodiak/passback/affaritaliani-soloCoffeebreak/@VideoBox_2’&gt;&lt;/a&gt; Alfredo Mantici, ex capo del dipartimento Analisi del Sisde, ad Affaritaliani.it: "Attacco militare pianificato nei dettagli. Nelle banlieue si è creato un esercito di guerriglieri. I servizi francesi? Rovinati da Hollande".

    Alfredo Mantici, come va interpretato l'attacco a Parigi?

    Mi dispiace essere stato un facile profeta, ma purtroppo si è realizzato quello che avevo paventato nelle mie due precedenti interviste rese ad Affaritaliani.it. Come era successo con la strage di Charlie Hebdo, i servizi segreti francesi si sono fatti trovare con le braghe calate e, come avevo avvertito negli scorsi giorni, il terrorismo si sta muovendo per effettuare una rappresaglia su coloro che intervengono in Siria.

    Questo nuovo episodio segnano la definitiva sconfitta dei servizi segreti francesi?

    Quello che mi rammarica è che purtroppo si è confermato il fatto che la nuova intelligence francese continua a non avere il polso della situazione. La débacle passa anche e soprattutto attraverso la riorganizzazione portata avanti dal governo Hollande. Fino a gennaio 2014 la sicurezza interna francese era affidata a due servizi, la Dst (Direzione di sorveglianza del territorio) e la Rg (direction centrale des Renseignements généraux) che dipendevano dal capo della Polizia. Entrambe svolgevano non solo attività di intelligence ma anche di polizia politica e segreta. Avevano una riconosciuta e solida fama di efficienza. All'inizio dello scorso anno i servizi sono stati riformati ed è stata creata la Dgsi (Direzione generale della sicurezza interna) che opera in maniera analoga alla già precedentemente esistente Dgse (Direzione generale della sicurezza esterna), dipendente dal ministero della Difesa prima e da quello degli Esteri poi. La Dgsi, analogamente, è stata messa alle dirette dipendenze del ministero dell'Interno. Il processo di cambiamento a portato all'allontanamento di molti "anziani" e una riorganizzazione dello staff dirigenziale. Il risultato che ora i servizi rispondono alle indicazioni politiche del ministro e del governo mentre prima rispondevano alle esigenze tecniche del capo della polizia.

    Nei precedenti attacchi si era detto che era impossibile prevedere attacchi di lupi solitari ma qui sembra che ci troviamo di fronte a qualcosa di molto diverso.

    Assolutamente sì. Questo è un attacco militare portato avanti secondo strategie di guerriglia che sono state pianificate a lungo e preparate nei minimi dettagli, dalla logistica all'uso degli esplosivi. Un attacco del genere non lo si inventa dalla sera alla mattina. Ci vogliono tempo e risorse per metterlo a punto.

    Significa che all'interno della Francia c'è un'organizzazione in grado di fare tutto questo?

    E' vero che l'Isis ha rivendicato ma a mio parere l'Isis è più un marchio, un brand. Sono quasi certo che i circa 20 attentatori provengano dalle banlieue parigine. Abbiamo un reparto di guerriglieri che si prepara e si addestra in territorio francese.

    Una possibilità davvero agghiacciante.

    La cosa più preoccupante è che questa struttura è totalmente sconosciuta ai servizi francesi. Spiace dirlo ma è così. Questo attacco dimostra che in Francia è drammaticamente semplice procurarsi esplosivi, kalashnikov e addestrarsi. Ciò significa che le maglie della sicurezza francese sono larghissime. E allora Hollande o chi per lui dovrebbe pensare che magari prima di bombardare la Siria dovrebbe aumentare la sorveglianza sul territorio.

    Come si può contenere una situazione del genere?

    Con servizi così impreparati è molto difficile. C'è poi da dire che il fenomeno delle banlieue è tipicamente francese. Non sono quartieri dove gli immigrati vivono insieme ad altri cittadini, ma delle vere e proprie cittadelle chiuse dove musulmani di seconda o terza generazione vivono separati dal resto della città. Si alimenta un clima d'odio e risentimento nel quale l'Isis o chi per esso trova terreno molto fertile e la politica in questo senso ha molte responsabilità. In ogni caso questo attacco segna purtroppo un salto di qualità organizzativo dei terroristi. Dal nucleo familiare si è passati a un esercito di guerriglieri.

    *Alfredo Mantici è ora direttore editoriale della rivista Lookout News

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    M2W3 at |

    Osservando l'evoluzione dei fatti di Parigi, c'é un'altra domanda che sorge spontanea: come fa l'Europa a fronteggiare individui che si muovono liberamente entro i confini Schengen e possono permettersi di preparare un attentato in una nazione e compierlo in un'altra?

    Se la risposta é in una maggior comunicazione tra agenzie di intelligence europee, bisogna chiedersi fino a che punto siamo disposti a condividere le nostre informazioni.

    Questo sará inevitabilmente un nuovo motivo di tensione in sede EU.

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