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    The Hooded Claw at |

    Martin Wolf è decidamente una delle penne più interessanti del FT (un altro che leggo sempre volentieri è Janan Ganesh, quest'ultimo forse meno interessante per coloro che non sono affetti direttamente dalle vicende della politica d'oltre manica). Devo dire che ogni tanto mi trovo in disaccordo con MW, ma mi piace il suo approccio pragmatico e non-ideologico alle tematiche finanziarie mondiali e proprio per questo vale la pena leggerlo. Il suo supporto per la land value tax mi trova in accordo in principio anche se non ho idea di come sarebbe implementabile in paesi come l'UK senza causare proteste molto forti da parte delle lobbies terriere.

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    Anonimo at |

    GLI INGLESI DICANO LA VERITÀ SU PIAZZA FONTANA – NEL LIBRO “COLONIA ITALIA” TUTTE LE OPERAZIONI SPORCHE DELLA GRAN BRETAGNA IN ITALIA DAL DOPOGUERRA AGLI ANNI ’70 – LONDRA FACEVA GUERRA A ROMA PER IL CONTROLLO DEL MEDITERRANEO

    Tra i nomi dei giornalisti “amici” citati tratti dalle carte inglesi, si va da Gaetano Afeltra, direttore del Corriere della sera, a Ettore Bernabei, il superpresidente Rai. Ci sono gli "avvicinati" e gli "attenzionati" – Luciana Castellina piacque molto agli inglesi che si sperticano in elogi anche per Piero Ottone…

     

    IL LIBRO DI FASANELLA COLONIA ITALIA

    “Le armi da noi fornite hanno un effetto pari ad una pallina di ping pong scagliata contro Golia. Se vogliamo raggiungere qualche risultato, dobbiamo usare altri metodi, e sta a noi architettarli…”. Basterebbero queste 32 parole per giustificare il tomo di quasi 500 pagine scritto da Mario Josè Cereghino e Giovanni Fasanella (Colonia Italia, Chiarelettere) da ieri in libreria.

    È dedicato alla propaganda occulta e alle operazioni sporche condotte nel nostro Paese in nome di Sua maestà britannica nel Dopoguerra e fino agli Anni '70. Passando per la strage di Piazza Fontana fino al sequestro Moro.

    Il documento citato, uno delle centinaia di file desecretati e custoditi al Public Record Office di Kew Gardens, è la nota inviata nel gennaio del '69 da Colin MacLaren, alto funzionario dell' Ird (Information Research Department). Più che un allarme è l' annuncio di una guerra non dichiarata all'Italia. Le righe successive sono state cancellate.

     Ieri nel recensire il libro nelle pagine della Cultura Simone Paliaga ha riassunto al meglio la mappa dell' influenza e del controllo di Londra sui media italiani, addirittura dall' Unità d'Italia. Ma in questo secondo lavoro, dopo Il golpe inglese, Cereghino e Fasanella illuminano anche le grey e le black operations, il lavoro sporco. Il movente?

    Una questione di vita e di morte.

    Il ruolo egemone nel Mediterraneo, il controllo del Medio Oriente – toh, tutti temi di attualità – e la via del petrolio. Dalla Persia (Iraq) alla Libia e Malta l' ex impero britannico in declino stava perdendo le posizioni chiave. Sotto la spinta di Enrico Mattei, il padre-padrone dell' Eni, prima e poi dell' azione ancora più spregiudicata dell' allora ministro degli Esteri, di nome Aldo Moro.

    E veniamo alla strage alla Banca dell' agricoltura a Milano, 12 dicembre 1969. Nel 2001 – chiedo scusa per l' autocitazione – in un mio libro (Piazza Fontana:tutto quello che non ci hanno detto) concludevo che a Londra, come minimo, sapevano in anticipo. Poco più di un'intuizione. Il 7 dicembre sul settimanale inglese The Observer il corrispondente da Atene Leslie Finer pubblica il progetto dei colonnelli greci di estendere il golpe fascista anche in Italia. Il 14 dicembre '69, boom.

     Appena due giorni dopo la strage – che tempismo – sempre The Observer, a firma Neal Ascherson, Michael Davie e Francis Cairncross da Roma, conia un neologismo che sarà un tormentone: «Nessuno è così pazzo da accusare il presidente Saragat per le bombe. Ma oggi l'intera sinistra afferma che la sua "strategia della tensione" incoraggia indirettamente l' estrema destra nel proseguire con il terrorismo». È la madre di tutte le bufale, la matrice cui da noi si abbeverano per decenni la vulgata e perfino le inchieste giudiziarie.

     Cereghino e Fasanella hanno fatto di più. Hanno trovato le carte. Leslie Finer era anche corrispondente della Bbc da Atene, nutrito dalle veline dell' Ird: lo scoop, più che probabilmente, glielo hanno passato i servizi britannici. Quanto agli inventori della "strategia della tensione", Neal Ascherson è un ex Royal marines, il Mi6 voleva arruolarlo. Francis Cairncross è la nipotina di John Cairncross.

    Zio John, per 30 anni corrispondente da Roma, è uno dei superagenti inglesi che fa parte del celeberrimo "Ring of five", "il gruppo di Cambridge" che lavora anche per Mosca. Che altro? Il 12 dicembre '69 è il giorno della chiusura della basi aeree inglesi in Cirenaica. E la Banca nazionale dell' agricoltura è l' istituto utilizzato per le transazioni commerciali tra l' Italia e la Libia di Gheddafi.

     Ma com'è stato possibile, perché tanta acquiescenza acritica verso la propaganda d' Oltremanica? I documenti di Kew Gardens forniscono una risposta. È semplicemente impressionante la capacità inglese, che i due autori ricostruiscono, di infiltrazione e di condizionamento su giornalisti, sindacalisti, politici, giuristi, "opinion maker" italiani. Le parti più preziose del libro sono gli elenchi in appendice. I nomi.

     C'è la lista delle personalità in contatto con l' ambasciata inglese fino al '40 e degli agenti e dei collaboratori del Soe (Special operations executive) durante la guerra: tutto lo stato maggiore del partito d' azione, buona parte di quello repubblicano e liberale, diversi democristiani, qualche comunista o ex comunista. Poi ci sono i "clienti" o "contatti" (coloro ritenuti fidati che ricevono regolarmente i materiali informativi dell' Ird e tenuti a non rivelare le fonti).

    Tra i nomi citati tratti dalle carte inglesi, per fare qualche esempio, si va da Gaetano Afeltra, direttore del Corriere della sera, a Ettore Bernabei, il superpresidente Rai. Ci sono gli "avvicinati" (con i quali è stato stabilito un contatto) e gli "attenzionati" (quelli su cui vengono redatte note e schede).

      Dopo un incontro con Luciana Castellina nel '71 un funzionario dell' ambasciata di Porta Pia è entusiasta: «La gente del Manifesto è civile. Dobbiamo senz' altro mantenere i contatti con loro. Il clima qui non è deprimente come quello che si respira a Botteghe Oscure». Gli elogi per Pierleone Mignanego, più noto come Piero Ottone, un altro direttore del Corriere e opinionista del gruppo Repubblica-L' Espresso si sprecano: «Uno dei più influenti corrispondenti italiani» (1948), l' ultima nota del '78 lo definisce «un solido amico del Regno Unito. Ha l' hobby della vela e dimostra meno dei suoi 52 anni»…

    Sul Dossier Mitrokhyn, ovvero la (presunta) rete sovietica di spie e di intossicazione dell'informazione e della politica italiane, ci abbiamo fatto una commissione parlamentare. I nomi a volte sono gli stessi. Nel caso delle talpe inglesi nel Belpaese sarebbe auspicabile perlomeno un' ampia riflessione.

     Il Regno Unito è un Paese amico-rivale, il governo inglese potrebbe fare un bel gesto: togliere gli omissis alla nota di Mr. MacLaren. Cari amici inglesi, ora diteci la verità su Piazza Fontana (almeno). Solo tra 30-50 anni saranno consultabili i documenti su quello che è successo nel e contro il nostro Paese dal '92…

    B.A.

     

    Silendo  … e che fosse l'uscita di questo libro ora una strategia per la concquistare la conduzione dell'eventuale operazione in Libia ?

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    Anonimo at |

    I servizi segreti italiani pubblicano un libro per raccontare (con ironia) la loro storia

    Il Messaggero, lunedì 4 gennaio 2016

    «La professione di spia ha perso ogni ragione di essere: adesso la sua funzione la svolge la stampa», diceva Oscar Wilde. E chissà cosa avrebbe detto oggi lo scrittore irlandese, nell’era dei social network, dove basta avere un computer o un cellulare a portata di mano per spiare le vite degli altri. Ma c’è stato un periodo, almeno fino alla seconda guerra mondiale, in cui quello della spia, o dell’agente segreto, veniva considerato un mestiere temuto dai governi e dall’opinione pubblica.
    Per scoprire quel periodo e conoscere la figura della spia nel tempo, attraverso gli occhi della storia, della letteratura, del cinema, del fumetto e dell’illustrazione, all’insegna dell’umorismo e della leggerezza, bisognerebbe leggere I colori dell’intelligence (pp. 300, 19 euro), appena pubblicato dalla Nuova Argos, marchio editoriale della stessa intelligence italiana, che ha voluto raccontare la propria attività affidandosi all’autoironia.
    GRANDE GUERRA
    Una delle paure della Grande Guerra era che qualcuno dicesse una parola di troppo. Nei manifesti e nelle cartoline illustrate che venivano inviate a casa, si invitava a tenere la bocca chiusa, a rimanere in silenzio, a non fidarsi di nessuno, perché potevano nascondersi ovunque dei nemici interni. In Italia gli illustratori mettevano in cattiva luce gli austriaci e i tedeschi, raffigurandoli come «barbari invasori, ottusi e sanguinari, dediti al saccheggio e alla distruzione», e sulla copertina del settimanale satirico francese «La Baïonnette» appariva il disegno di una donna con il volto preoccupato e triste, con l’indice puntato a chiudersi le labbra, e un piccolo messaggio in basso che diceva «Taisez-Vous! Méfiez-Vous!» («Tacete! Diffidate!»). E poi l’immagine leggendaria della danzatrice olandese Mata Hari, una delle donne più corteggiate dell’epoca, fucilata nel 1917 per la sua attività di spionaggio per conto dei tedeschi. Un po’ come Rowena, uno dei tanti personaggi inventati da Hugo Pratt, cui Corto Maltese dice: «Perché le donne che m’interessano si trovano sempre dall’altra parte?».
    PROPAGANDA
    Durante la seconda guerra mondiale le paure non cambiano, e la propaganda viene affidata ancora una volta ai security posters, dai manifesti di Gino Boccassile a quelli di Abram Games, che si accorge dell’effetto e della forza delle immagini, che colpiscono più degli slogan. Ma un ruolo più importante spetta ad Alan Turing, il famoso matematico che aveva lavorato come crittografo al servizio del Department of Communications inglese, e che grazie alla sua grande invenzione, la macchina Enigma, era riuscito a decifrare i codici usati nelle comunicazioni tedesche.
    LA CIA
    Nel corso del Novecento, quindi, anche grazie alla nascita della CIA, l’agenzia di spionaggio statunitense, l’agente segreto, un funzionario pubblico che difende gli interessi del suo paese, è pronto a diventare un personaggio letterario e cinematografico, e a finire nei fumetti e nelle vignette satiriche. Insieme a La spia di Maksim Gor’kij, vengono pubblicati i romanzi di spionaggio di Graham Greene, tra cui Il terzo uomo che diventerà un film interpretato da Orson Welles, fino ad arrivare all’agente segreto più famoso del mondo, James Bond, matricola 007, creato da Ian Fleming, e che al cinema si presenterà presto nelle sembianze di Sean Connery e di tanti altri. Ma intorno alla metà degli anni Cinquanta, Hitchcock si accorge che non serve lavorare per i servizi segreti o indossare uno smoking per diventare una spia. Basta rimanere a casa, sedersi davanti alla finestra e osservare attraverso un binocolo le vite degli altri.
    I FUMETTI
    Ma prima ancora di Fleming e di Hitchcock, nella seconda metà degli anni Trenta, è Topolino a vestire i panni dell’agente segreto, e viene incaricato dal Maggiore Beagle di recuperare i piani trafugati da Gambadilegno. Una ventina di anni dopo Jacovitti, fumettista geniale e innovativo, inventa una sorta di caricatura dell’agente segreto, il giornalista-detective Tom Ficcanaso, un personaggio buffo e pasticcione, che è preda della comicità del suo autore, che punta tutto sui giochi di parole e sul nonsense.
    I colori dell’intelligence si rivela un libro ricco e divertente, fatto più di immagini che di parole. Già dalla copertina, battezzata da un disegno di Altan, il lettore capisce che quello della spia è un mestiere così serio che è impossibile non scherzarci su. E viene in mente la scena finale di Burn after reading, diretto dai fratelli Coen, in cui il presidente della CIA parla con un suo agente, e alla fine gli confessa: «Forse abbiamo imparato a non farlo più, anche se non so che cosa abbiamo fatto».

    Giorgio Biferali

     SILENDO Buon Anno !

    Abbiamo la nuova casa editrice dell'Intelligence Italiana : Nuova Argos

    B.A.

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    Anonimo at |

    http://www.tpi.it/mondo/siria/perche-ha-successo-isis

     

    B.A.

    Il più grande alleato dell'Isis è la fortuna

    Il punto del professore Alessandro Orsini sulla situazione attuale dello Stato islamico

    di Alessandro Orsini

    L’intervento russo in Siria non produrrà risultati importanti nella lotta contro l’Isis. Dal settembre 2014 al settembre 2015, la coalizione statunitense ha condotto 7.200 raid aerei contro gli uomini di al Baghdadi, senza raggiungere esiti significativi. 

    Nei primi quattro giorni dall’inizio del suo intervento, la Russia ha condotto soltanto 60 bombardamenti aerei, la cui gran parte contro i ribelli democratici appoggiati dagli Stati Uniti. Al termine di queste operazioni, gli aerei russi sono riusciti a uccidere soltanto 14 jihadisti: due di al Nusra e 12 dell’Isis. 

     

    Se la Russia riesce a uccidere 12 militanti dell’Isis ogni quattro giorni, come farà a distruggere l’esercito di al Baghdadi che, secondo quello che ha affermato il comandante dell’esercito russo, il generale Valery Gerasimov, vanterebbe 70mila soldati?

    Mentre scrivo, giunge la notizia che l’Isis ha lanciato una serie di attacchi, conquistando alcuni villaggi nei pressi di Aleppo. Secondo gli analisti di al Jazeera, si tratterebbe dell’avanzata più significativa realizzata dallo Stato islamico negli ultimi mesi. È una notizia imbarazzante per l’immagine di Putin, ma anche per quella dell’Iran che ha perso Hossein Hamadani, il generale iraniano con il più alto grado in quell’area, sopravvissuto alla guerra tra l’Iraq e l’Iran del 1980-1988, ucciso dal’Isis durante la marcia verso Aleppo. 

    La paralisi dell’Occidente

    Il più grande alleato dell’Isis è la fortuna e per questo dovrebbe essere definito per quello che realmente è: l’organizzazione terroristica più fortunata del mondo perché, a causa di una serie di incredibili circostanze internazionali, i governi impegnati nella lotta contro il terrorismo si sono paralizzati a vicenda.

    La Russia non vuole distruggere l’Isis perché teme di rafforzare i ribelli democratici filoamericani che cercano di abbattere il fido Bassar al Assad. Gli Stati Uniti, dal canto loro, non vogliono eliminare l’Isis perché dovrebbero mandare a morire molti dei propri soldati per liberare un territorio che poi rimarrebbe sotto l’influenza russa. 

    Ciò che accadrà nelle prossime settimane è prevedibile. La Russia dovrà ridurre o interrompere i bombardamenti per mancanza di soldi. 

    Nel mezzo di una crisi economica, Putin ha finanziato i bombardamenti in Siria prendendo 60 miliardi di dollari da un fondo segreto, a cui bisogna aggiungere i 40 miliardi già persi a causa delle sanzioni economiche contro l’intervento in Ucraina, in un periodo caratterizzato dalla caduta del prezzo del petrolio. Tagli ai bilanci della sanità, della scuola e delle infrastrutture sono stati già effettuati.

    L’Isis è una forza militarmente irrilevante, se paragonata allo strapotere dell’Occidente, ma prospera perché il contesto della politica internazionale le è favorevole. Anche in questo caso, i dati parlano chiaro: l’Isis ha avuto 7.200 possibilità di abbattere un aereo della coalizione americana ma è riuscita ad abbatterne zero, dato che l’aereo del pilota Giordano, poi bruciato vivo nel febbraio 2015, cadde per un guasto tecnico. Un esercito che non ha la possibilità di difendersi dai bombardamenti aerei non è un esercito moderno e, se attaccato seriamente, è destinato a morte certa.

    Le conseguenze per l’Europa 

    Le conseguenze per l’Italia e le altre democrazie europee sono prevedibili. Assisteremo a una crescita dei processi di radicalizzazione nei nostri paesi e del numero dei “foreign fighters” causata da quella che chiamo “l’illusione ottica dello Stato islamico”. 

    Migliaia di giovani credono che al Baghdadi sia imbattibile, dal momento che il mondo intero, coalizzato contro di lui, non riesce a scalfirlo. Questo crea una grande esaltazione negli estremisti islamici, i quali credono che l’Isis sia più forte di Stati Uniti e Russia messi insieme. 

    La lotta contro l’Isis non è ancora iniziata ed è difficile immaginare che inizierà a breve. Per questo motivo, dobbiamo abituarci a convivere con la presenza dello Stato islamico che – salvo cambiamenti repentini nella politica internazionale in Medio Oriente – è destinato a una vita più lunga di ciò che era stato inizialmente previsto.

    Un futuro drammatico?

    Nel breve periodo, questa situazione presenta un aspetto positivo perché, per quanto paradossale, la strategia di guerra dell’Isis ha protetto finora le nostre città. 

    Una delle differenze principali tra i capi dell’Isis e quelli di al Qaeda è che i primi vogliono creare un Califfato senza attendere un giorno in più; mentre i secondi, come dimostra la strage di Charlie Ebdo del gennaio 2015, sono ancora convinti che sia prioritario condurre attentati terroristici contro le nostre città. La conseguenza è che l’Isis e al Qaeda spingono i terroristi in direzioni opposte. Al Qaeda li spinge dal Medio Oriente verso l’Europa, mentre l’Isis li spinge dall’Europa verso il Medio Oriente. 

    Tuttavia, l’Isis potrebbe mutare la sua strategia, provocando una crescita dei complotti jihadisti contro le nostre città.

    Come dimostra l’esperienza di al Shabaab in Somalia e di Boko Haram in Nigeria, le organizzazioni jihadiste, che lottano per instaurare il Califfato in casa propria, accrescono il numero degli attentati terroristici all’estero quando sono costretti ad arretrare sul proprio territorio. La strage all’Università di Garissa in Kenya, il 2 aprile 2015, è avvenuta dopo che al Shabaab aveva perso le città più importanti ed era stata costretta ad arretrare nelle periferie della Somalia. Queste organizzazioni colpiscono in casa altrui con l’obiettivo di provocare una spaccatura tra coloro che sostengono il governo e coloro che chiedono il ritiro delle truppe. Il Kenya è parte della coalizione che attacca al Shabaab. Un altro esempio è quello della Spagna che subì un terribile attentato jihadista nel marzo 2004. La vicenda è complessa ma, subito dopo la strage, gli spagnoli elessero Zapatero che ritirò le truppe dall'Iraq. 

    Oggi l’Isis cresce a causa della paralisi della politica internazionale, ma che cosa accadrà se, un giorno, questo enorme esercito jihadista arretrerà sotto la spinta dell’invio delle truppe di terra dei più grandi eserciti del mondo?

    Una delle ipotesi più plausibili è che centinaia di militanti dell’Isis si butteranno nel Mediterraneo per cercare una via di fuga, arrivando nelle nostre città. 

    Questo fenomeno sembra essere già in corso. 

    Quattro giorni dopo i bombardamenti russi, la stampa di tutto il mondo ha annunciato che 600 militanti dell’Isis, per lo più mercenari, stavano cercando di tornare in Europa attraverso il Mediterraneo. Che cosa accadrà se a fuggire saranno migliaia di militanti dell’Isis? È lecito immaginare che quel giorno arriverà perché nessun Paese al mondo ha un interesse ad assistere al consolidamento dello Stato islamico e, se l’Occidente lascerà passare troppo tempo, i jihadisti si moltiplicheranno.

    Tutto ciò crea una situazione psicologica paradossale. I cittadini italiani devono sperare che i militanti dell’Isis restino il più a lungo possibile nei confini dello Stato islamico, ma, più lunga è la vita dell’Isis, maggiore sarà il numero di jihadisti che rischia di fare ritorno a casa nostra. Questo significa che il pericolo di attentati terroristici nei nostri paesi resterà vivo per molti anni e la reazione più logica dovrebbe essere quella di aumentare, immediatamente, la spesa per finanziare i servizi di intelligence perché, come dimostra anche la strage di Charlie Ebdo del gennaio 2015, il terrorismo non si combatte. Il terrorismo si previene.

    Conclusioni

    Che cosa dovrebbe fare il cosiddetto “blocco occidentale” in questo momento? Gli Stati Uniti e i loro numerosi alleati dovrebbero considerare che Putin non può perdere la guerra in Siria per una serie di ragioni oggettive che operano in suo favore.

    Putin è animato da una determinazione molto più grande di quella dell’Occidente e, in guerra, la dimensione psicologica dei combattenti è una forza oggettiva al pari degli interessi economici.

    Putin si sente sotto assedio. Fino al 2003, esisteva un blocco filorusso nel nord del Medio Oriente che rasserenava la Russia. 

    Iran, Iraq e Siria erano Paesi amici e, in più, le relazioni tra la Turchia e la Russia si erano rasserenate, fino a sfociare in un accordo, firmato nel 2010, che impegnava la Russia a costruire una centrale nucleare in Turchia, ad Akkuyu, per 20 miliardi di dollari.

    Nel 2003, l’Iraq è stato conquistato dagli americani e, nel 2011, la Siria è precipitata nel caos, provocando, in una serie di reazioni a catena, un grave deterioramento nelle relazioni tra la Russia e la Turchia che è nemica di Bassar al Assad.

    Il crollo della Siria ha accresciuto la penetrazione dell’Occidente in Medio Oriente. Per Putin, invece, è stato un disastro. 

    Fino a pochi anni fa, la Russia poteva contare su Siria, Iraq, Iran e sul miglioramento dei rapporti con la Turchia. 

    Che cosa gli rimane oggi? Poco. Che cosa potrebbe rimanergli domani? Quasi niente. A ciò bisogna aggiungere che in Siria, a Tartus, la Russia dispone dell’unico porto che consente il rifornimento delle sue navi del Mediterraneo. 

    È inimmaginabile che la Russia perda la Siria senza combattere una guerra durissima. Ecco perché in Siria, almeno in potenza, esistono le condizioni per lo scatenamento di una guerra di dimensioni mondiali. 

    Se gli Stati Uniti decideranno di rispondere ai bombardamenti della Russia aumentando il proprio sostegno ai ribelli filoamericani, che cosa potrebbe accadere? Potrebbe accadere che, per sbaglio, un aereo americano abbatta un aereo russo o viceversa. La possibilità di un simile incidente è stata prevista anche dalla Russia, visto che Putin ha affermato l'esigenza di istituire un comitato per impedire che gli aerei delle due coalizioni si abbattano tra loro per errore. 

    E se accadesse? Quale sarebbe la reazione dei governi offesi? La Siria è stata sotto l’influenza della Russia per decenni e, negli ultimi anni, il blocco guidato dagli Stati Uniti è avanzato, in maniera significativa, in Medio Oriente. Se il blocco occidentale non conquisterà la Siria, non avrà perso niente di ciò che aveva prima che iniziasse la guerra civile. Se Putin perderà anche l’influenza sulla Siria, il suo arretramento in Medio Oriente diventerebbe enorme. 

    Bassar al Assad deve essere posto nella condizione di non uccidere più i suoi cittadini, ma è difficile immaginare di sottrarre la Siria al controllo della Russia. 

    Il realismo politico impone al blocco occidentale di ripensare la propria strategia in Siria, alla luce delle forze oggettive che operano in quell’area, prima che abbia inizio un’escalation inarrestabile.

    Nel novembre 2011, i giornali occidentali commentavano, impressionati, la notizia che in Siria erano morte 3.500 persone dopo nove mesi dall’inizio della guerra civile. Sembrava una cifra enorme. Oggi, i morti sono circa 250.000 e si è verificata l’ascesa di una gigantesca organizzazione terroristica. In alcuni casi, i numeri esprimono il fallimento di una strategia politica meglio di qualunque analisi.

     

    *Alessandro Orsini è Direttore del centro per lo studio del terrorismo dell'università di Tor Vergata e Research Affiliate al Massachusetts Institute of Technology (MIT) 

     

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    http://www.blitzquotidiano.it/libri/servizi-segreti-mario-mori-e-la-storia-dellintelligence-2338879/

    ROMA – “Servizi segreti”: questo il titolo del saggio del generale Mario Mori che ripercorre i fatti e i momenti salienti attraverso cui si è venuta costituendo e si è nel tempo sviluppata l’intelligence italiana, condita da una sintetica descrizione di leggi, strutture e tecniche di carattere generale. Mario Mori ha passato una vita intera al servizio delle istituzioni. Ufficiale nel controspionaggio del SID italiano durante i difficili anni Settanta, è cresciuto nei nuclei speciali antiterrorismo del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. È il fondatore del ROS dei Carabinieri, nonché promotore di innovative tecniche investigative. Generale dei Carabinieri, è stato direttore del SISDE e Prefetto della Repubblica italiana. Dall’epoca preromana, passando per la Roma di Cesare, dal Medioevo allo Stato Pontificio fino ad arrivare ai giorni nostri attraverso l’epoca fascista, il generale Mori segue la formazione dei servizi segreti italiani e il loro intreccio con gli omologhi internazionali. In un momento storicamente così delicato, il libro di Mario Mori cerca di chiarire l’esistenza di queste strutture, la loro funzione all’interno dei governi e della politica e intende tratteggiare il loro futuro alla luce di quello che avviene al giorno d’oggi. Ricostruendo i fatti con la precisione dello storico, ma arricchendoli con la conoscenza diretta di chi li ha vissuti dall’interno, Mario Mori ci accompagna in un viaggio tra le pieghe di uno dei più misteriosi organismi dello stato italiano, che ha da sempre segnato la nostra Storia –

    B.A.

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    La verità di Mori: "I servizi segreti? Un carrozzone"

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    15 gennaio 2016

     

    L'ex generale e capo del Sisde: la politica non sa a cosa servono

    di ALESSANDRO FARRUGGIA

     

     

    L’ex generale Mario Mori e il colonnello Luigi Verde, comandante dei CC di Sondrio

    (De Giorgi)

     

    Roma, 15 gennaio 2016 – «I SERVIZI in Italia sono poco più che un carrozzone burocratico che ha paura di agire». La franchezza non manca a Mario Mori, generale e prefetto, già direttore del Ros Carabinieri e, dal 2001 al 2006, del Sisde. Mori ha appena pubblicato un ponderoso libro (Servizi e segreti, 247 pagine, ed. Grisk) che lui, con vezzo, chiama «un Bignami dell’intelligence». Un libro d’inquadramento, che sollecita a ulteriori letture. E con il quale il generale si toglie qualche sassolino dalle scarpe.

    Generale Mori, lei dice: in Italia il comparto sicurezza è considerato marginale, e in quanto tale non ha molti mezzi.

    «Non lo affermo io, lo dice la nostra storia. I servizi segreti, in Italia, sono sempre stati tenuti a margine. Il politico italiano, l’uomo di cultura, l’imprenditore, non hanno la cognizione di cosa è e a cosa serve un servizio di sicurezza. Siamo ancora fermi alle veline sulle corna di qualche avversario. Invece, i servizi sono una cosa seria e consentono a uno Stato o a un Ente di conoscere la realtà in cui si muove, e a scegliere su basi concrete di conoscenza. Questo, glielo assicuro, il politico italiano non l’ha proprio capito, salvo qualche eccezione. Il presidente Cossiga ad esempio, o attualmente il sottosegretario Minniti».

    Ma gli 007 italiani funzionano? Lei scrive che «prassi e norme li hanno trasformati in poco più che un carrozzone burocratico con parvenze operative». Una critica pesante.

    «È la realtà. Delle leggi spesso inadeguate, delle polemiche continue sull’impiego dei servizi, delle crisi che hanno coinvolto i servizi perché la scelta dei loro dirigenti fatta dal mondo politico non è sempre stata all’altezza, ha fatto sì che veramente si creasse un carrozzone che ha paura di agire. Tenendoli in queste condizioni, verrebbe da dire che è meglio chiuderli. Ma se per assurdo lo facessimo, deve esser chiaro che ci escluderemmo dal mondo che conta».

    E se invece decidessimo di adeguarli alle necessità?

    «Non è tanto un problema di fondi, potrebbero anche andar bene i soldi che ci sono. Dovrebbe cambiare l’approccio, che dovrebbe essere più sistemico e puntare alla creazione di servizi che funzionano».

    Concretamente, che vuol dire?

    «Come prima cosa servirebbe la creazione di una scuola di alta formazione. Non può essere che ogni volta che cambia il governo cambia il direttore del servizio. Quando io ero direttore del Sisde, il mio omologo dell’Mi5 inglese era la signora Eliza Manninger che era entrata appena laureata e ha fatto tutta la carriera nel Mi5. E lei aveva l’orgoglio di dire: io non sono il capo del servizio del governo laburista o conservatore, io sono il direttore del servizio segreto di sua Maestà britannica. Che è una grandissima differenza. Questo è l’esempio. Il che significa, per l’Italia, che non si devono prendere direttori tra i gran commis dello Stato, che sono eccellenti prefetti, eccellenti generali ma non hanno mai fatto l’attività del servizio e quindi non capiscono quello che serve, ma che bisogna formarli. Loro e naturalmente tutti gli altri funzionari e operatori».

    Basta una scuola di formazione?

    «No, servono anche direttive precise. E sinergie in entrambe le direzioni. Un rapporto stretto con il governo. La Francia usa i servizi per fare una politica economica di potenza. L’Inghilterra fa la stessa cosa. Noi non lo facciamo. Forse perché c’è una sorta di pregiudizio…».

    Forse non si fidano fino in fondo. Sa, i fantasmi dei servizi deviati…

    «Citati a vanvera. Che vuol dire servizi deviati? Attribuiamo le responsabilità ai singoli, non al servizio».

    A proposito, nel suo libro non si parla degli errori dei servizi segreti italiani nel dopoguerra. Le opacità e i coinvolgimenti nella stagione delle stragi, l’uso disinvolto dei fondi riservati, fra i tanti. Come mai non ne ha parlato?

    «Ho voluto fare una storia dei servizi. Quello di cui lei parla è cronaca. Per affrontare queste vicende bisogna che le situazioni decantino. Quando saranno usciti di scena tutti i protagonisti e la situazione non ha più riflessi immediati sulla realtà si potrà fare una riflessione critica. Non prima. È un lavoro da storici».

    Come si fanno funzionare i servizi contro la minaccia del terrorismo, la minaccia numero uno oggi?

    «Se vuole far funzionare un servizio oggi, contro il terrorismo come contro ogni altra minaccia, si deve aver iniziato dieci anni fa a dargli mezzi uomini e materiali, perché l’attività informativa presuppone una base di conoscenza che non si acquisisce in un giorno. Quindi, serve programmazione, serve come ho detto una scuola che produca dirigenti preparati e servono risorse e direttive chiare. Altrimenti si fa quel che si può in casa, usando a livello internazionale soprattutto i dati dei servizi alleati».

    di ALESSANDRO FARRUGGIA

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