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    jackallo at |

    Direi quindi che il piano del management di Telecom è perfettamente riuscito… 😉

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    Asterix at |

    Confermo l’ottimo risultato strategico ottenuto, ma esprimo la mia grande perplessità circa l’opportunità di una scelta di questo genere.
    La protezione delle produzioni e dei servizi stategici non si fa blindando l’italianità del management o della proprietà, ma garantendo il servizio.
    Invece rischia di perpetuarsi una tradizione di cattiva gestione da parte di un management spesso proveniente da carrozzoni politici e non scelto per il merito e le competenze specifiche.
    Al posto di imporre adeguate misure tecniche per la gestione della rete e stimolarne il miglioramento, sono pronto a scommettere che in futuro Telecom vedrà aumentare il numero delle sovvenzioni nazionali (che oggi paghiamo tutti noi in bolletta  attraverso uno specifico Fondo di finanziamento imposto a tutti i gestori), senza alcun vantaggio per il paese.
    Perchè, invece, non si sono estesi gli obblighi del servizio universale anche agli altri fornitori dei servizi di rete (ad es.: Vodafone, Wind, Fastweb, TeleTu, BT Italia), senza legarli ad una specie di golden share ma a precise norme tecniche di sicurezza?
    Peraltro, la tesi secondo la quale gli stranieri sono meno affidabili degli altri (oddio, i cinesi di 3 ci spiano!), mi sembra smentita dai fatti (vedi Tempora).
     

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    CaioDecimo at |

    Claudio Gatti sul Sole24Ore di oggi 19 novembre racconta cosi’ la cessione di Telecom Argentina

    I verbali delle ultime riunioni del Consiglio di amministrazione di Telecom Italia sequestrati dalla Guardia di Finanza su richiesta della Consob contengono alcuni dettagli finora mai resi pubblici. Che sollevano interessanti interrogativi sia per Telecom Italia sia per il suo consigliere in quota Generali, Gabriele Galateri di Genola, protagonista di un’imbarazzante rettifica.

    L’Aula Mario Baratto è una delle sale più belle del palazzo fatto costruire a metà del ‘400 dal doge Francesco Foscari e ai più noto come Ca’ Foscari, sede ufficiale dell’università veneziana. Un tempo era l’Aula Magna. Oggi funge da sala conferenze. Assolutamente unica al mondo, essendo posizionata in volta del Canal, ossia sulla curva più ampia del Canal Grande e quindi con una vista che spazia dal Ponte di Rialto fino alle Gallerie dell’Accademia.

    Lunedì 11 novembre al convegno su “Cambiamento climatico e gestione del rischio” promosso da Assicurazioni Generali, nella Sala Baratto erano stipate una sessantina di persone. A dare loro il benvenuto, assieme al rettore Carlo Carraro, è stato il presidente di Generali Gabriele Galateri.

    Ma la gestione del rischio delle calamità naturali non era il problema che in quel momento doveva impensierire Galateri. Ce ne era uno molto più impellente. Ma che non avrebbe potuto affrontare pubblicamente quella mattina in quella sala. Era un affare che avrebbe trattato dopo pranzo al telefono. Da tenere assolutamente riservato. E infatti così è stato. Finora.

    L’unica traccia pubblica viene da uno stringato comunicato ufficiale messo in rete da Telecom Italia alle 20.30 di quello stesso giorno: «Il Consiglio di Amministrazione di Telecom Italia si è riunito oggi sotto la presidenza di Aldo Minucci per approfondire il processo di cessione delle partecipazioni dirette e indirette del Gruppo in Telecom Argentina, già oggetto di discussione nella riunione dello scorso giovedì 7 novembre. Al riguardo si conferma il mandato al management a finalizzare la cessione». Cinquantasei parole in tutto. Che non spiegavano molto.

    Il Cda di Telecom Italia si era riunito pochi giorni prima, il 7 appunto, quando aveva preso la decisione di conferire al management il mandato di chiudere l’operazione di vendita di Telecom Argentina. E in più, di emettere un prestito obbligazionario a conversione obbligatoria – l’ormai famoso “convertendo” che, dopo gli esposti dell’azionista di minoranza Marco Fossati e dell’associazione dei piccoli azionisti Asati, ha portato Guardia di Finanza e Consob negli uffici del colosso delle Tlc.

    Perché convocare un Cda a quattro giorni dal precedente? Per «confermare il mandato al management a finalizzare la cessione» di Telecom Argentina? Forse. Ma non solo. C’era un’altra vicenda da sbrigare.

    Nelle ricostruzioni giornalistiche del dibattito interno al Cda è stato riportato che due consiglieri di minoranza, i professori universitari Luigi Zingales e Lucia Calvosa, hanno votato contro l’operazione argentina. Il primo perché non avrebbe avuto informazioni sufficienti, la seconda per via di un potenziale conflitto di interessi di uno dei soci di Telco, il veicolo costituito da Telefonica, Intesa Sanpaolo, Generali e Mediobanca che con il 22,5% delle azioni ordinarie controlla Telecom Italia. Ed è stato spiegato che il socio in questione era Generali, che è in società con la famiglia Werthein, azionista di minoranza di Telecom Argentina

    La sintesi, nella sostanza, è corretta. Ma i verbali di quel Cda, sequestrati dalla Guardia di Finanza e ora nelle mani della Consob, contengono dettagli ulteriori. Il Sole 24 Ore ne è venuto a conoscenza e ha ora elementi sufficienti per una ricostruzione più precisa. In realtà, nel Cda del 7 novembre il consigliere indipendente Calvosa, prima di esprimersi, aveva chiesto agli altri membri di dichiarare se avessero un potenziale conflitto di interesse.

    E, puntigliosamente, aveva fatto mettere a verbale la propria disponibilità a esprimere un voto favorevole solo a condizione che non vi fossero tali posizioni di conflitto. In quell’occasione Galateri non aveva esplicitato fino in fondo la situazione di potenziale conflitto.

    Invece almeno potenzialmente un qualche conflitto c’era, perché Generali, di cui Galateri è presidente, con i Werthein non solo da lungo tempo condivide affari ma ha anche un grosso credito. La conferma è arrivata da Generali stessa, in una comunicazione all’ufficio legale della società telefonica. A quel punto è stato ritenuto necessario un intervento riparatorio.

    Nel weekend del 9 e 10 novembre è stato così convocato un Cda straordinario in conference call per l’11 nel primo pomeriggio per sanare la situazione. Telefonicamente Galateri si è dunque… spiegato meglio. Il Sole 24 Ore ne ha chiesto conferma allo stesso Presidente di Generali il quale, pur in poche parole, ha spiegato che «c’è stata una dichiarazione fatta nel consiglio del 7 e ulteriormente precisata nel consiglio dell’11. Questa è la realtà».

    Ma evidentemente quella “precisazione” non è stata ritenuta insignificante da Lucia Calvosa, che su quella base ha deciso di votare contro l’operazione. Anche perché c’erano buoni motivi per dubitare dell’opportunità di chiudere in fretta e furia. Aveva senso vendere senza gara a un fondo che aveva offerto 960 milioni di dollari quando – secondo quanto risulta al Sole 24 ore – nel 2010, in un’asta poi abortita, erano arrivate manifestazioni di interesse da parte di gruppi argentini che si aggiravano attorno agli 800? Telecom Italia ci ha spiegato che: «Le offerte non sono comparabili» e che che quelle del 2010 «si aggiravano sui 700 milioni…e non furono considerate soddisfacenti dal punto di vista …della garanzia del finanziamento».Resta il fatto che nel 2010 Telecom Argentina aveva 300 milioni di dollari di debito, mentre adesso ha circa 650 in cassa. Il che vuol dire che prima di chiudere tre anni in straordinaria crescita, Telecom Argentina era stata valutata quasi un miliardo di dollari in più! Possibile non ci fosse sul mercato un’opzione migliore? E chi poteva assicurare che i Werthein, soci di Generali, non finissero con trarre un qualche vantaggio da questa vendita così frettolosa?Insomma un dubbio era legittimo: che quella della vendita di Telecom Argentina dovesse essere considerata un’operazione con parti correlate e quindi essere trattata come tale. 
    Il management e la maggioranza del Cda del gruppo di Corso Italia non hanno pensato fosse così. Ma, Calvosa a parte, alla Consob il dubbio forse è venuto. A Il Sole 24 Ore risulta che proprio l’11 abbia contattato Telecom Italia chiedendo chiarimenti sulla vendita argentina ai sensi dell’articolo 115 del testo unico della finanza, quello relativo alle comunicazione verso l’Autorità.Il Sole 24 Ore ha chiesto a Consob l’ora esatta alla quale è stata comunicata questa richiesta, ma l’authority ha preferito non fare commenti. Telecom Italia ci ha comunicato che il cda dell’11 è iniziato alle ore 15, che «la richiesta di Consob è pervenuta nel corso dei lavori e che «il general counsel della società ne ha preso conoscenza a fine cda», quindi non ne ha potuto informare i consiglieri.A noi è stato invece detto che la comunicazione iniziale sarebbe arrivata prima che il Cda iniziasse e comunque sicuramente prima che si concludesse (cosa avvenuta attorno alle 16.30). Ma si sarebbe arenata per qualche motivo a noi ancora non chiaro. Un fatto è certo: la richiesta ex 115 non è stata comunicata ai consiglieri prima che si esprimessero proprio sull’operazione attenzionata dall’autorità di vigilanza. A rifletterlo sono i verbali di quel consiglio, nei quali non si trova traccia della richiesta Consob.

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    ilconteleon at |

    Golden power, approvati i 2 regolamenti
    Il Cdm dà via libera definitivo, per “tutelare le attività di realizzazione e gestione delle reti”.

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    ilconteleon at |

    ASSET STRATEGICI E DECRETO GOLDEN POWER

    Come è noto il 15 agosto è entrato in vigore il nuovo decreto della presidenza del Consiglio dei ministri (Dpcm) che individua gli asset del settore Difesa coperti dal golden power, cioè i nuovi poteri antiscalata che hanno sostituito la vecchia golden share.

    Da venerdì scorso Telecom e la sua dorsale telefonica appaiono così meno blindate e restano coperte solo da eventuali scalate ostili dei player extra Ue e non dalle mire degli operatori europei, sottolinea oggi il quotidiano Mf/Milano Finanza. Sotto l’ombrello del nuovo Dpcm finiscono diversi comparti ad alto valore tecnologico.

    LA NOVITA’ PRINCIPALE

    Luisa Leone spiega in un articolo pubblicato oggi sul quotidiano finanziario Mf/Milano Finanza la novità principale del provvedimento, rispetto al precedente decreto che viene adesso abrogato: “Tra gli asset protetti non figurano più le reti e gli impianti utilizzati per la fornitura dell’accesso agli utenti finali dei servizi rientranti negli obblighi del servizio universale e dei servizi a banda larga”.

    LA MARCIA INDIETRO DEL GOVERNO
    “Una marcia indietro – scrive la giornalista di MF – rispetto alla norma inserita in fretta e furia nel golden power sulla Difesa nell’ottobre 2013 (con il decreto numero 129), come mossa difensiva rispetto al rafforzamento della spagnola Telefonica in Telco, primo azionista di Telecom Italia”.
    Secondo quanto si legge sul quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi l’esecutivo avrebbe preso tale decisione dopo che il provvedimento anti-spagnoli era finito nel mirino della Commissione Ue. “Senza contare – continua Leone – che tutti i pareri consultivi (da quelli del Parlamento all’Agcom, fino al Consiglio di Stato) avevano sottolineato la necessità di chiarire la nuova disciplina, che duplicava la protezione della rete telefonica, individuata come asset strategico sia dal Dpcm sul comparto Difesa che da quello su Tlc, Trasporti ed Energia”.

    UNA TUTELA MENO FORTE PER LA RETE TELECOM
    Con il nuovo decreto la dorsale rimane invece coperta solo dalle norme in merito a Telecomunicazioni, Trasporti ed Energia, correggendo così la sovrapposizione sopra elencata e prevedendo di fatto una tutela meno forte. Tali norme permettono infatti al governo “di intervenire ponendo veti e condizioni solo se le operazioni vedono coinvolto un operatore non europeo”, spiega Leone.

    LE NUOVE PROTEZIONI
    Oltre a confermare gli asset protetti in precedenza, il nuovo Golden power sulla difesa elenca all’articolo 2 quelli individuati dal Ministero dell’Interno da proteggere in quanto importanti per la sicurezza nazionale. Risultano protetti i sistemi di osservazione ottici e radar per la sorveglianza e il controllo del territorio, i sistemi propulsivi e di trasmissione di potenza e comando installati su veicoli marittimi, terrestri o aerei utilizzati ai fini della sicurezza nazionale. A questi vanno aggiunti gli asset relativi ai sistemi di protezione balistica e quelli di monitoraggio in tempo reale della radioattività di proprietà del Ministero dell’Interno.
    Sotto l’ala del nuovo decreto ricadono anche alcune reti Tlc: quelle di proprietà del Ministero dell’Interno, quelle di Interpolizia in uso alle forze di Polizia e quelle utilizzate dalle amministrazioni statali competenti in materia di ordine e sicurezza pubblica.

    LE OPERAZIONI INFRAGRUPPO
    Come il precedente, anche il nuovo decreto prevede che per le operazioni infragruppo non vengano di norma applicati i poteri speciali: “Se fusioni, scissioni, cessioni o trasferimenti di rami d’azienda avvengono all’interno di uno stesso gruppo ricorre l’obbligo di informativa al governo ma non si prevede un intervento”, spiega Leone.

    Attraverso i canali istituzionali, tra quali quelli dell’intelligence, possono essere però acquisiti alcuni elementi informativi per evitare che le informazioni infragruppo facciano da schermo per trasferire all’estero attività, tecnologie o informazioni protette dal Dpcm.

     

     

     

     

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    Anonimo at |
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    Anonimo at |

    ~~TELECOM IN TUTTA SICUREZZA – LA BOCCIATURA DI GONZALO ASCARRUNZ A CAPO DELLA SECURITY SI INSERISCE NELLA NUOVA GUERRA (A BANDA LARGA) SUL COLOSSO DELLA TELEFONIA – SULLO SFONDO, L’INGRESSO DI CDP IN TELECOM

    Ma il vero tabernacolo si chiama Telecom Italia Sparkle: salita agli onori delle cronache per lo scandalo della truffa Iva che ha portato a una raffica di arresti cinque anni fa, in realtà detiene la quinta rete mondiale di telecomunicazioni, controllando larga fetta dei cavi sotterranei o sottomarini… –

    Giorgio Meletti per il “Fatto Quotidiano”

    Nella nuova ondata di caos che si abbatte su Telecom Italia c’è un fatto solo apparentemente marginale. L’amministratore delegato Marco Patuano non è riuscito a nominare capo della security (la delicatissima poltrona che Marco Tronchetti Provera affidò a Giuliano Tavaroli) il fidato collaboratore Gonzalo Ascarrunz, boliviano con passaporto americano e una lunga carriera nelle controllate sudamericane del gruppo.

    Stoppato da resistenze anche esterne, cioè un certo malumore dei servizi segreti, Patuano ha designato un altro ex uomo di Tavaroli, Daniele Gulinatti. Viene dalla Pirelli e anche lui ha alle spalle anni in America Latina, dove l’attuale numero uno di Telecom Italia ha occupato posizioni di vertice dal 2003 al 2008. Proprio gli anni in cui è esploso lo scandalo delle attività irregolari della security guidata da Tavaroli. Gulinatti prenderà il posto di Damiano Toselli, nominato all’inizio del 2007.

    La storia di Ascarrunz è singolare. Durante il processo Tavaroli, il capo del Tiger Team Fabio Ghioni racconta una curiosa attività del boliviano: veniva in Italia a ritirare speciali telefonini da dare in uso ai dirigenti del Sud America per intercettarli. Era il 2006 e Ascarrunz lavorava in Argentina dopo aver lasciato tra le polemiche la Bolivia, dove era capo della sicurezza di Entel, controllata da Telecom Italia.

    Era accusato di fare intercettazioni in favore della Dea, la struttura Usa che combatte il narcotraffico. Poco dopo il presidente Evo Morales ha nazionalizzato Entel, dando luogo a un lungo contenzioso con Telecom Italia. Nello stesso processo, l’ex responsabile della sicurezza Telecom in America Latina, Angelo Jannone, ha strappato l’assoluzione dall’accusa di associazione a delinquere sostenendo di essere stato non complice bensì vittima di mobbing da parte di Tavaroli: tra gli atti ostili, avergli preferito Gulinatti per una posizione in Brasile a cui ambiva.

    Oggi Gulinatti è a Roma come capo del servizio antifrode, mentre Ascarrunz ha un ufficio accanto a quello di Patuano: ufficialmente Telecom Italia nega che sia stato in corsa per la promozione e che oggi è capo della sicurezza della controllata T.I. Sparkle, ma l’incarico non risulta dall’organigramma, e comunque non spiega la posizione del suo ufficio alla destra del capo supremo.

    Osserviamo la bocciatura di Ascarrunz nel quadro di altri fatti accaduti intorno a Telecom nelle ultime settimane.

    1) C’è un nuovo azionista di riferimento, la francese Vivendi, capitanata da Vincent Bollorè, che nei prossimi giorni ritirerà materialmente dalla spagnola Telefonica l’8,3 per cento delle azioni.

    2) C’è da mesi un braccio di ferro tra Telecom Italia e il governo Renzi: l’azienda ex monopolista è accusata in sostanza di non investire abbastanza sulla rete.

    3) Per un largo spettro di ipotesi, dalla statalizzazione della rete Telecom a un supporto pubblico per gli investimenti, è individuato come strumento la Cassa Depositi e Prestiti, per la quale Renzi sembra deciso a sostituire il presidente Franco Bassanini con Claudio Costamagna, per un ventennio banchiere di spicco alla Goldman Sachs. Bassanini si è messo di traverso sulle ipotesi di ingresso di Cdp nel capitale di Telecom. Se uniamo i puntini risulta uno nitido déjà vu.

    Nel settembre 2006 Tronchetti Provera si dimise dalla presidenza di Telecom Italia dopo la pubblicazione del “piano Rovati”, firmato dal consigliere economico del premier Romano Prodi, Angelo Rovati appunto, che, dopo essersi consultato tra gli altri con Costamagna, suo amico e testimone di nozze, aveva pensato a una sorta di nazionalizzazione della rete telefonica che lo Stato avrebbe rilevato attraverso la Cassa Depositi e Prestiti. Tronchetti considerava il piano Rovati un tentativo di scippo e riuscì a sventarlo, ma alla fine si ritenne costretto a mollare il controllo di Telecom Italia.

    Quello scontro violentissimo esplose in coincidenza con le indagini sui dossieraggi illegali della security di Telecom. Una settimana dopo la pubblicazione del piano Rovati, Tavaroli fu arrestato. Oggetto del contendere era con tutta evidenza l’affidabilità del sistema Tronchetti nella difesa della rete telefonica. Oggi il tema è tornato di attualità. Telecom Italia non è solo una partita economica, ma anche un grande nodo strategico. L’ex monopolista telefonico effettua materialmente le intercettazioni richieste da magistratura e servizi segreti.

    Ma il vero tabernacolo si chiama T.I. Sparkle: salita agli onori delle cronache per lo scandalo della truffa Iva che ha portato a una raffica di arresti cinque anni fa, in realtà detiene la quinta rete mondiale di telecomunicazioni. Tutte le comunicazioni telefoniche o Internet, anche quelle mobili, viaggiano per il mondo su cavi sotterranei o sottomarini. Pochi sanno che, tanto per fare un esempio non casuale, Israele è collegato all’Europa e all’America dal cavo sottomarino MedNautilus di Sparkle: si immerge a Tel Aviv e sbarca in Sicilia, poi raggiunge Milano e l’America.

    I nodi italiani di MedNautilus sono presidiati direttamente dalla Nato. Se qualcuno riuscisse a tranciare il cavo MedNautilus, Israele rimarrebbe isolato. Ma la security Telecom deve anche impedire che un servizio segreto ostile intercetti telefonate e mail tra Israele, Europa e America. C’è poi l’anello mediterraneo, che collega i Paesi nordafricani, e ci sono i cavi in fibra che arrivano dall’Oriente e dal Medio Oriente.

    Per tutte queste ragioni, sullo sfondo delle ipotesi di intervento statale sulla rete Telecom, si intravede nuovamente la questione dell’affidabilità. Dopo la stagione di Tronchetti Provera la rete Telecom è stata affidata per sei anni a un azionariato “sicuro” (Intesa, Generali e Mediobanca) e a un manager altrettanto “sicuro” come Franco Bernabè. Dopo l’uscita di Bernabè (fine 2013) è iniziata una turbolenza ai vertici di Telecom, con l’azionariato in fuga e un top management senza punti di riferimento.

    L’arrivo di Bollorè – francese ma anche abbastanza italiano da essere il principale azionista di Mediobanca, ben collegato a Silvio Berlusconi con il quale ha discusso l’ingresso in Telecom fin dall’inizio dell’estate scorsa – sembra rimettere le cose a posto anche dal punto di vista dell’affidabilità internazionale. Con viva soddisfazione del governo.

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    Anonimo at |

    Silendo,

    la Rete Telecom è strategica e noi cosa facciamo?

    B.A.  

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    ILCONTELEON at |

    Telecom, Asati insiste: "Su manovre francesi assordante silenzio della politica"

    http://www.corrierecomunicazioni.it/tlc/37522_telecom-asati-insiste-su-manovre-francesi-assordante-silenzio-della-politica.htm

    Telecom Italia, legge sulla sorveglianza francese, sicurezza nazionale, diritti

    http://blog.debiase.com/2015/11/01/telecom-italia-legge-sulla-sorveglianza-francese-sicurezza-nazionale-diritti/

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    ILCONTELEON at |

    Dietro Niel in Telecom Italia ci sono Bernabè e Renzi

    Dietro Niel in Telecom Italia ci sono Bernabè e Renzi

    L'arrivo di Xavier Niel potrebbe essere stato sollecitato da Franco Bernabè per conto del governo Renzi.

     

    [ZEUS Newshttp://www.zeusnews.it – 30-10-2015] Commenti (1)

    La notizia del giorno è l'acquisto da parte dell'imprenditore francese Xavier Niel di una quota intorno all'15% del capitale di Telecom Italia, dopo che la società francese Vivendi guidata da Vincent Bollorè nei mesi scorsi ha preso il controllo di Telecom con una quota intorno al 20%.

    La Consob italiana oggi ha aperto la procedura di verifica per scoprire se esiste un collegamento fra le due operazioni tale da far scattare l'obbligo di lanciare un'OPA se si supera una certa quota.

     

     

    Marco Patuano, attuale amministratore delegato di Telecom Italia, ha smentito che ci possa essere quella che ha definito una "liaison" fra i due soggetti imprenditoriali e le due operazioni.

    Probabilmente ha ragione: Vincent Bollorè, uomo di Mediobanca e di simpatie di centrodestra, sia in Francia che in Italia, in ottimi rapporti con Berlusconi, non ha niente a che fare con Xavier Niel, che ha fatto i soldi con la compagnia telefonica low cost francese Free dalle tariffe telefoniche a prezzi stracciati. Niel notoriamente ha simpatie di sinistra, è vicino a Hollande e, soprattutto, è in più che ottime relazioni con Franco Bernabè, gia amministratore delegato e poi presidente di Telecom Italia, e da sempre vicino a Matteo Renzi, di cui è il vero suggeritore in materia di politica delle Telco.

    A Niel Bernabè aveva venduto le attività francesi di Telecom Italia e probabilmente ha suggerito a Niel questo investimento per controbilanciare Bollorè, di cui Renzi non si fida troppo perché teme poco interessato a investire veramente nella banda larga italiana.

    Insomma è una "guerra" tutta francese, ma con gli italiani che si alleano ai francesi per farsi guerra fra loro: un classico negativo della storia italiana.

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    Clone at |

    Per come sono andate le cose fino ad oggi ( Giuliano for President!! ) non credo interessi a molti la sicurezza della rete Telecom, nel senso profondo del termine, mille smembramenti, tante srl, gestioni conto terzi e miriadi di attività strategiche in outsourcing solo per fare cassa???… Sicurezza delle informazioni?? Reti sicure? Strutture protette da eventuali attacchi informatici? Zero su tutta la linea? Queste sono le mie domande. Una barzelletta e un paradosso se chi sapeva gestire la cosa ha preferito guadagnarsi da vivere all'estero svendendo pseudo cifranti e servizi ad hoc a clienti diversi dalla solita casta? Misteri

    Io proporrei Ghioni, così formatta tutto e si riparte dalla SIP , fate voi 😉

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    Anonimo at |

    Il Sole 24 Ore di oggi (prima pagina di Finanza & Mercati) insinua che ci possa essere il finanziere Jeremie Berrebi come fil rouge dell'offensiva di Mikhail Fridman su Tim Brasil e Xavier Niel su Telecom Italia.

    Sembra strano che personaggi esogeni diano tutta quest'attenzione ad una società devastata dall'LBO di qualche anno addietro (e relativa galassia), che pur rimane in possesso di asset importanti. Sempre il quotidiano economico, di recente, ha riportato l'evoluzione dei maggiori azionisti da giugno a oggi. Cinesi compresi.

    Vedremo!

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    Anonimo at |

    Maxi attacco hacker allo Stato: violate 500mila email certificate

    Colpite 98mila utenze della PA. Gli 007: «È il più grave del 2018». Sullo sfondo il risiko sulla rete Telecom

    Luca Fazzo – Mar, 20/11/2018 – 09:08

    Una incursione provvidenziale, per così dire: un buco informatico che, con perfetta scelta di tempo, sembra dare corpo ai timori del governo (in particolare della sua componente 5 Stelle) sulla vulnerabilità del sistema di telecomunicazioni nazionale.

    Proprio mentre si intensificano le pressioni governative per riportare sotto il controllo pubblico l'infrastruttura delle comunicazioni, i servizi segreti – con procedura assai inconsueta – rendono noto che una settimana fa è stata violata la rete di posta elettronica certificata della pubblica amministrazione. Una incursione proveniente dall'estero, «non particolarmente raffinata» ma che ha coinvolto oltre mezzo milione di utenze e che ha costretto a congelare i sistemi di posta di novantamila caselle di pec del ministero della giustizia, comprese quelle di tutti i magistrati italiani. Sarebbero questi dei giudici i più delicati tra gli account violati dagli hacker.

    Al centro di tutto, la centrale Telecom di Pomezia, cui è stata appaltata dallo Stato la gestione di questa infrastruttura dalla delicatezza facilmente immaginabile. Sono stati i muri di guardia del sistema informatico di Telecom a venire «bucati» dagli attacchi degli hacker. Una violazione che inevitabilmente riporta ai maldipancia che da tempo agita gli ambienti grillini e soprattutto i loro non pochi referenti nel mondo dell'intelligence: come può la sicurezza nazionale resistere al fatto che informazioni di importanza tattica e strategica viaggino su canali controllati da un paese straniero?

    Proprio sulla rete gestita da Telecom nella centrale a ridosso della costa laziale si sarebbe concentrato l'attacco hacker. Sei giorni fa le prime indiscrezioni, riportate dal Corriere della sera, avevano segnalato l'emergenza che aveva fatto scattare il black out sulle caselle di posta dei magistrati. Ieri, con procedura di (relativa) urgenza si riunisce il Comitato interministeriale per la sicurezza pubblica, presieduto dal premier Giuseppe Conte (che ha tenuto per sé la delega alla direzione dei servizi segreti). Convocazione e ordine del giorno del Cisr trapelano quasi in diretta, anche qui con procedura non frequente. E al termine il vicedirettore del Dis con delega alla cybersicurezza, Roberto Baldoni – un accademico prestato allo spionaggio, insediato da Paolo Gentiloni nel posto che Renzi aveva disegnato su misura del suo amico Marco Carrai – rende noti i dettagli e la gravità della crisi: «Il 12 novembre alle 17 – ha spiegato – i server sono stati bloccati a titolo precauzionale mentre il giorno dopo è stato avviato il primo protocollo di allerta. Alle 00.00 del 14 si è deciso il blocco dei tribunali, nelle ore successive è stato avvertito il premier ed è stato convocato il Nucleo di sicurezza cibernetica straordinario per monitorare la situazione, adottare le contromisure del caso e procedere al ripristino. Una stima dei danni? Al momento non è possibile scattata». L'unico dettaglio su cui Baldoni si avvale del segreto istituzionale sono le ipotesi sui moventi e sul bersaglio dell'incursione: «Chi è entrato voleva prendere certe cose. Non dico di più, c'è un'indagine in corso», ha detto il vicedirettore del Dis, lasciando capire che qualche traccia c'è ed una indagine giudiziaria pure, verosimilmente affidata alla Procura di Roma. Ma quello che conta è lanciare l'allarme, soprattutto perché «l'attacco ha interessato infrastrutture considerate sicure». E annunciare che si correrà presto ai riparti con «misure di carattere giuridico, organizzativo e operativo da attuare nel più breve tempo possibile».

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    Anonimo at |

    CITTADINI

    19/11/2018 19:12 CET | Aggiornato 22 ore fa

    Attacco hacker alle pec, violate 500mila caselle di posta

    Quasi 100mila sono della Pubblica Amministrazione

     

    Tremila tra soggetti pubblici e privati, oltre 30 mila domini e mezzo milione di caselle email, 98 mila delle quali della pubblica amministrazione. E' Roberto Baldoni, vicedirettore del Dis responsabile del cyber a fornire i numeri dell'attacco hacker ad un fornitore di servizi di posta elettronica certificata che ha avuto, tra le sue conseguenze, il blocco dei tribunali italiani.

    "Si è trattato di un attacco grave, il più grave dal gennaio 2018 – ha ammesso Baldoni – portato sicuramente da fuori Italia, da una serie di ip sparsi per il mondo. La Polizia postale sta indagando ma per ora è possibile dire che sono stati esfiltrati i dati personali e le password cifrate dei titolari delle pec ma non documenti".

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    Violate le mail certificate di Ministero Giustizia e Interno, possiamo stare tranquilli? Forse NO

    | 15 novembre 2018   Umberto Rapetto

    Le infezioni informatiche e gli attacchi cibernetici somigliano molto a determinati malanni che si manifestano solo a distanza di tempo. E così certi assalti hacker vengono a galla quando qualcuno tra le vittime si accorge (tardi) che è successo qualcosa.

    A quanto pare è toccato in sorte a due dicasteri in prima linea sui temi della sicurezza e del contrasto alla criminalità. Il Ministero della Giustizia avrebbe diramato una comunicazione a magistrati e a personale non togato per informare che il servizio di comunicazione mail “certificato” è inutilizzabile. In pratica la “PEC” ha cambiato il proprio significato in Posta Elettronica… Compromessa.

    Questa la momentanea traduzione di un acronimo che da qualche anno simboleggia l’inviolabilità della mail e che è stato congegnato per mandare in pensione le raccomandate (nel dire “beate loro” ci si deve riferire alle lettere spedite con particolari modalità e non alle colleghe d’ufficio forti di appoggi politici o di altri pregi non desumibili da curriculum).

    Il sistema ha una enorme valenza perché i suoi requisiti tecnici comportano il riconoscimento della certezza del mittente, dell’originalità e della immodificabilità del testo del messaggio e degli allegati a questo acclusi, della data e dell’orario di inoltro e di recapito. I meccanismi digitali che meglio di timbri, bolli e registri possono validare l’autenticità di una comunicazione “ufficiale” perdono la loro forza (o addirittura spaventano) al verificarsi della sottrazione delle chiavi di accesso alle caselle mail di giudici, pubblici ministeri, cancellieri o operatori di polizia giudiziaria.

    A voler semplificare, l’acquisizione fraudolenta delle “credenziali” (account o identificativo personale e password) da parte di malintenzionati si va a tradurre nella possibilità di sostituirsi ai legittimi intestatari di quegli indirizzi postali nell’invio e nella ricezione di messaggi “in carta bollata”.

    Se Atene (il ministero della Giustizia) piange, Sparta (il Viminale) non ride. Gli utenti del dicastero dell’Interno, infatti, una volta collegati al sistema di posta accessibile anche via web, si sono trovati dinanzi ad un avviso inequivocabile:

    “Clicca qui per leggere l’informativa sulla possibile compromissione delle credenziali personali di accesso al servizio PEC”

    Il gestore del servizio – in ossequio a quanto stabilito dall’articolo 33 del Regolamento Europeo in materia di tutela della riservatezza dei dati personali (il numero 679, noto ai più come GDPR) – deve allertare il Garante della Privacy e tutti i soggetti cui si riferiscono i dati così da informarli dell’avvenuta violazione.

    Chi ha cliccato sul link evidenziato sulla pagina di “login” al servizio ha trovato una lettera indirizzata al “Gentile Utilizzatore” (che forse in questo momento rischia di essere legittimamente poco “gentile” ma piuttosto infuriato) con cui gli si dice che “a fronte delle azioni di controllo di sicurezza svolte sulla piattaforma PEC” è stata individuata “una possibile compromissione delle credenziali personali di accesso al servizio PEC, precedentemente acquisite attraverso violazioni messe in atto da soggetti terzi ignoti”.

    La lettera – inquietante come una cartella Equitalia dall’inconfondibile busta verde – cerca di tranquillizzare il destinatario asserendo che “non vi sono comunque evidenze che siano stati violati o prelevati i contenuti delle caselle di PEC”.

    PEC ..CATO

     

    La “missiva” pubblicata online è in realtà il seguito di una comunicazione preliminare che sicuramente è stata inviata non appena è stato riscontrato il “buco” nella recinzione virtuale del sistema. Il testo prosegue con le solite e ritrite raccomandazioni a cambiare la propria password, scegliendone una che corrisponda a requisiti di “robustezza” tali da impedirne l’individuazione da parte di qualche manigoldo.

    Peccato che non sia stata “indovinata” o carpita una singola parola chiave di un utente svogliato che aveva scelto la password “Pippo” (comoda da ricordare e anche da digitare vista la sequenza IOP sulla tastiera), ma che la violazione abbia riguardato una inadeguata protezione degli archivi delle credenziali presso il gestore del servizio.

     

    La chiusura della lettera (semplicemente firmata con il nome della società, quasi non vi fosse un responsabile “umano” in grado di sottoscrivere la comunicazione) riduce l’entità dell’accaduto ad un evento di basso profilo: leggere quel “nello scusarci per l’inconveniente occorso, inviamo i nostri migliori saluti” induce a immaginare come il destinatario abbia mentalmente replicato lasciandosi scappare un “ma vaffa…” echeggiato anche su molte scrivanie accanto.

    E allora, confortati dalla circostanza che un attacco informatico sia semplicemente un “inconveniente” e non un “gran casino”, possiamo stare tranquilli? Forse NO

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