26 Responses

  1. avatar
    mv at |

    Dato molto interessante, ma che deve essere letto alla luce di quello relativo ai consumi interni: un conto è produrre tanto e esportare quasi tutto e un altro è produrre tantissimo ma essere comunque un importatore netto.
    Segnalo un mio post di risposta con qualche grafico fatto ad hoc.

    Reply
  2. avatar
    fausto at |

    salve senta ma se l’america è il maggior produttore di idrocarburi nel 2013, allora perchè il prezzo del petrolio non scende?

    Reply
    1. avatar
      mv at |

      Perché nel frattempo la domanda mondiale cresce, trainata dall’aumento dei consumi cinesi e – in misura minore -delle altre economie asiatiche in forte sviluppo.
      Per quanto gli statunitensi producano di più, il fabbisogno totale continua comunque ad aumentare.
      La maggiore produzione nordamericana ha in realtà contribuito a ridurre l’aumento delle quotazioni.

      Reply
  3. avatar
    mv at |

    Segnalo un’altra tendenza parecchio interessante: il deprezzamento delle valute di diversi Paesi emergeti rischia di compromettere la loro domanda petrolifera nei prossimi mesi/anni, considerando che le importazioni sono pagate in dollari e dunque rischiano di diventare insostenibili.
    Stando a quanto riportato dal WSJ, il primo ministro ha chiesto al ministro del petrolio di tagliare i consumi di 25 miliardi di dollari (l’India importa il 78% dei propri consumi).

    Reply
  4. avatar
    CaioDecimo at |

    Il progressivo deterioramento del saldo energetico cinese determina, in assenza di misure correttive al sistema di tutela degli interessi nazionali, anche un indebolimento di Pechino. Oggi sul FT: 
    Middle East Oil Fuels Fresh China-U.S. Tensions
    Beijing Depends on U.S. Military to Secure Middle East Imports
    http://online.wsj.com/article/SB10001424127887324755104579073283948517714.html?mod=e2tw

    Reply
    1. avatar
      mv at |

      Condivido solo in parte l’affermazione. Il progressivo deterioramento della componente di bilancia commerciale relativa alle materie prime energetiche è essenzialmente legato alla dinamica sul lato della domanda, non su quello dell’offerta. In altre parole, la Cina importa sempre di più perché consuma sempre di più, non perché produce sempre di meno (in realtà, in termini assoluti la produzione energetica cinese è in aumento). Nel contempo, questo aumento di domanda è collegato a una crescita economica, tra l’altro essenzialmente ancora legata alle esportazioni.
      Nei fatti, la la Cina importa sempre di più e aumenta la propria vulnerabilità, ma lo fa soprattutto per alimentare un sistema industriale che attraverso le esportazioni si rafforza, ampliando la base industriale e aumentando il livello di benessere del Paese.
      La necessità di mantenere la competitività del sistema sconsiglia peraltro qualunque pulsione autarchica in campo energetico, perché le attuali alternative tecnologiche comprometterebbero un importante vantaggio di costo per le industrie cinesi.
      Per usare una brutale semplificazione, per la Cina la vulnerabilità in campo energetico è il prezzo da pagare per un aumento della propria forza.

      Reply
  5. avatar
    CaioDecimo at |

    Dal 1978 ad oggi il saldo energetico americano e’ rimasto sostanzialmente immutato, nonostante la crescita dei consumi. In Cina nello stesso periodo e’ peggiorato di 6-8 volte (secondo i sistemi di calcolo utilizzati, e tenendo conto dell affidabilita delle statistiche cinesi), con PIL in forte crescita. La produzione mondiale di petrolio nello stesso tempo e’ cresciuta per una serie di ragioni (maggiore convenienza per le compagnie petrolifere, innovazione tecnica eccetera). 
    I cinesi hanno trovato nuovi fornitori ( penso all Africa, per esempio Sudan) disposti a cedere petrolio, spesso con contratti atipici: cambi merce, saldo debito commerciale tramite realizzaziome grandi progetti (ponti, strade).
    Gli USA hanno perseguito, soprattutto dopo l11 settembre, l indipendenza energetica, di cui ora qualcuno si stupisce.
    Dei russi e di alcune loro difficolta (gasdotti, rapporti con la UE) abbiamo recentemente parlato sul blog.
    Nel frattempo la Cina dipende sempre piu dalle importazioni.
    In questa situazione il nostro Paese ha carte interessanti da giocare: geografia, rapporti consolidati con paesi emergenti (penso alle riserve shale in Argentina, tra le prime nel mondo).
    Trovo tutto cio estremamente interessante.

    Reply
    1. avatar
      mv at |

      Occorre però notare che dal 1980 e oggi (non ho sotto mano la serie storica precedente) il Pil statunitense è cresciuto di 2,3 volte in termini reali, quello cinese di 22,6 (sempre con tutte le cautele del caso sulla qualità del dato cinese) (fonte: IMF).
      Un punto che non è mai stati sollevato (che io sappia) è la misura di quanto le strategie di approvvigionamento cinesi abbiano contribuito a ridurre le quotazioni di greggio a livello globale. Mi spiego: ricorrendo all’importazione di greggio da stati-paria (Sudan, Birmania, Iran, etc.) e dunque scaricando parte dalla propria domanda di import su produzioni che altrimenti non sarebbero arrivate sui mercati internazionli, i cinesi hanno nei fatti allentato la pressione sui mercati “convenzionali” e dunque evitato almeno in parte ulteriori spinte rialziste.
      Torna ancora una volta in ballo il tema del valore economico di comportamenti ideologici sul piano internazionale. Non penso solo alle transazioni con stati “canaglia”, ma penso anche alle occasioni di sviluppo: in Asia centrale e in Africa la penetrazione delle nostre aziende (come quelle di tutti gli altri paesi) dipende da una cooperazione non-convenzionale con le autorità politiche locali. Ora, se ogni volta che un’azienda italiana vince una commessa o si aggiudica un giacimento arriva prontamente la procura di Milano/Roma/Canicattì a bloccare le operazioni, non ci sono fattori o rapporti consolidati che tengano (e all’estremo opposto, vedi la demenza con cui è stato gestito il caso-Kazakhstan).
      Non sto istigando a delinquere, sto semplicemente riflettendo sul fatto che le norme commerciali differiscono da paese a paese e pensare di comportarsi all’Esselunga come in un suk di Gerusalemme è un errorre materiale (prima ancora che un retaggio ideologico vagamente coloniale). La competitività dei nostri operatori parte dalla madrepatria.
      Per quanto riguarda l’Argentina, non ci metterei 5 euro, viste le confische/nazionalizzazioni che lo stato sta portando avanti in questi anni (chiedere a Repsol). 

      Reply
  6. avatar
    CaioDecimo at |

    Assolutamente d’accordo con lo strabismo del “sistema paese”, procure che si comportano – ed impongono comportamenti – dando chiaramente la sensazione di non avere la piu pallida idea di come ci si muova fuori dai confini nazionali.
    Sull’Argentina certamente i fatti di YPF hanno un peso negativo sulle prospettive di investimento, cosi come altre condizioni locali ( svalutazione, impossibilita di esportare gli utili, controlli valutari rigidissimi, corruzione eccetera). La recentissima norma sull’obbligo di comunicare al governo centrale quantita prodotte e progetti futuri nono e stata accolta favorevolmente dagli operatori. Siamo infatti uno tra i pochi paesi non ancora presenti su quel mercato. C’e’pero da dire che quasi tutti gli altri (francesi, tedeschi, americani…) sono gia’ presenti, e negli ultimi mesi ci hanno messo non 5 euro, ma hanno assunto impegni per miliardi di dollari. Vedremo come andra a finire.

    Reply
  7. avatar
    The Hooded Claw at |

    Il quadro globale sembra essere ancora a favore dei paesi del Golfo comunque, a settembre hanno registrato un massimo di produzione di 16.4 mln di barili al giorno, mentre l’insieme dei Paesi non del Golfo (ma pur sempre OPEC) sono in discesa: 13.6 a settembre 2013. Non metterei i sauditi fuori gioco troppo in fretta.

    Reply
    1. avatar
      mv at |

      Poco ma sicuro, soprattutto coi loro costi (assoluti e marginali) di produzione.

      Reply
  8. avatar
    CaioDecimo at |

    I sauditi edi paesi del golfo in generale hanno le spalle ben coperte ( classifica fondi sovrani: http://www.swfinstitute.org/fund-rankings/ ), possono sostenere con sufficiente tranquillita’ parecchie battaglie.

    Reply
    1. avatar
      mv at |

      vero anche questo, anche se in chiave congiunturale più che strutturale… tuttavia il dato interessante che non si considera mai è il livello di liquidità: quanto mercato reale c’è in situazione d’emergenza per il patrimonio?
      prendendola un po’ più da distante, ipotizzando che si verifichi un crollo dei prezzi tale da spingere i fondi sovrani a dismettere patrimonio per rimpiazzare le rendite, quali possibili cause del crollo potrebbero avere al comtempo un impatto sulla vendibilità degli asset in cui i fondi sovrani hanno investito, creando così una tempesta perfetta che porterebbe a una spirale di instabilità per i paesi produttori?

      Reply
  9. avatar
    CaioDecimo at |

    E’ disponibile da oggi ” Oil Security and Conventional War”, diciotto pagine, se ne parla ( il link alla fine) nell’articolo sotto,  che si intitola “Oil Security, China, and Taiwan”.
    Il testo prende spunto dai fatti verificatisi durante la 2GM e legati alla necessita di assicurare i rifornimenti energentici.  Prosegue immaginando uno scenario di guerra, cosi descritto: ” This paper analyzes a specific conflict scenario—an air war between the People’s Republic of China (PRC) and Taiwan (also known as the Republic of China or ROC)—to enhance broader knowledge about fuel requirements in wartime “.
    http://blogs.cfr.org/asia/2013/10/15/oil-security-china-and-taiwan/

    Reply
  10. avatar
    CaioDecimo at |

    Il NYT sul recente accordo Chevron-YPF in Argentina, e piu’ in generale sulla situazione per gli investitori nel settore petrolifero di quel paese
    http://www.nytimes.com/2013/10/22/business/energy-environment/argentinas-oil-ambitions-create-unlikely-alliance-with-chevron.html?partner=rss&emc=rss&utm_source=twitterfeed&utm_medium=twitter&_r=0&pagewanted=print

    Reply
    1. avatar
      mv at |

      Grazie per la segnalazione, me l’ero perso. :)

      Reply
  11. avatar
    The Hooded Claw at |

    Ed intanto BHP si è tirata indietro dall’affare in India, a causa del malfunzionamento del governo indiano…

    Reply
    1. avatar
      Anonimo at |

      9 su 10: praticamente una fuga… ma non mi stupisco, visto l’andazzo indiano: sento puzza di nazionalizzazioni e ulteriore svalutazione (solo il mae può seriamente millantare l’esistenza dello stato di diritto in india, peraltro).

      Reply
  12. avatar
    CaioDecimo at |

    Parecchio movimento in Argentina: ora un miliardo di dollari dai francesi di Total. Manchiamo solo noi.  http://total.com/en/media/news/press-releases/20131024-Total-sanctions-Vega-Pleyade-offshore-field-development-in-Tierra-del-Fuego-Argentina

    Reply
    1. avatar
      mv at |

      “solo noi”… lavori per Eni? :)
      Direi che le priorità di Eni come società (legittimamente) autonoma e le priorità di politica energetica italiane vanno in direzioni diverse… Il principale legame rimasto sono i dividendi pagati da Eni, che al 30% vanno in cassa allo Stato.
      Per il resto, se anche Eni sviluppasse tutto il gas argentino, questo non avrebbe nessun impatto specifico sul mercato italiano.
      Valutando quindi la strategia di Eni come un qualunque investitore, direi che in regime di risorse scarse dedicare risorse all’esplorazione e allo sviluppo di campi (Mozambico, Australia) più vicini ai mercati dove si concentra la nuova domanda (Cina e Sud Est Asiatico) possa essere una strategia molto sensata.

      Reply
  13. avatar
    CaioDecimo at |

    No, non lavoro per ENI, mi ci sono trovato a collaborare ma robetta. Concordo sul ragionamento relativo alla esplorazione e sviluppo. Osservo che in Argentina nel settore energia abbiamo potenziali sinergie – rispetto anche alla rilevanza delle riserve presenti stimate – come in nessun altro paese: nel settore degli oleodotti col gruppo Rocca, in quello della distribuzione con Camuzzi. Non ho la sfera di cristallo, ma ne vedremo delle belle. E noi ci divertiremo a commentare su questo interessante blog.

    Reply
  14. avatar
    AllegraBrigata at |

    Io adoro questo blog! L’ho già scritto??? Ah sì è vero 😀

    F.

    Reply
  15. avatar
    CaioDecimo at |

    Sara’ una mia fissazione, ma l’Argentina mi pare sempre piu’ interessante. Tra l’altro nel frattempo ( il post era iniziato ad ottobre 2013) la situazione YPF si e’ risolta. “Non ho la sfera di cristallo, ma ne vedremo delle belle. E noi ci divertiremo a commentare su questo interessante blog.” 
    Avanzan las negociaciones entre YPF y ENI para firmar acuerdo por Vaca Muerta
    Nicolás Gandini | El Inversor Online
    Si bien Miguel Galuccio, presidente de YPF, admitió ayer que, en el frente externo, los cañones de la petrolera bajo control estatal apuntan a cerrar un acuerdo de inversión con la malaya Petronas para explorar Vaca Muerta, la compañía también está negociando con otra productora de calibre internacional la firma de un memorando de entendimiento (MOU, por sus siglas en inglés). Se trata de la italiana ENI, una de las principales compañías de energía de Europa.
    Según confirmaron a El Inversor Online allegados a esas tratativas, en las últimas semanas una comitiva conformada por ejecutivos y técnicos de la petrolera italiana llegaron a Buenos Aires para empezar a definir con sus pares de YPF las características del desarrollo conjunto de un campo no convencional de hidrocarburos en Neuquén.
    “El contacto con ENI ya pasó la instancia de lo meramente protocolar. Las negociaciones ya están entabladas en el plano técnico”, precisaron las fuentes consultadas. “Aún así, las gestiones más avanzadas son con Petronas”, agregaron.
    El intercambio es supervisado incluso por Galuccio, que la semana pasada –en el marco de una recorrida por Europa- viajó a Roma para analizar con los máximos directivos de la petrolera italiana los últimos avances de las negociaciones.
     
    En concreto, el área de interés objeto de acuerdo preliminar es ‘La Amarga Chica’, ubicada al Noroeste de Loma Campana, una zona de 187 kilómetros cuadrados con potencial para ‘shale oil’. Dada su cercanía y analogía con Loma Campana, esta área forma parte del conjunto de áreas centrales con potencial no convencional de Vaca Muerta en las que YPF participa.

    Reply

Leave a Reply to Anonimo Click here to cancel reply.


(obbligatorio)