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    Jolly at |

    Trovo interessantissima la questione dell’impatto geopolitico dell’indipendenza energetica americana.
     
    Ciao
    J.
     
     

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    The Hooded Claw at |

    Hai ragione Jolly, potrebbe essere il nuovo paradigma con cui si misura molta della politica estera statunitense; oppure, come qualcun altro ipotizzava, una bolla di sapone (anche se personalmente ne dubito). In ogni caso un argomento che terrà banco per un po’ di tempo a venire.

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    mv at |

    Lettura senza dubbio interessante.
    Una frase da sola vale tutto il paper: the kill list will be determined by cost and price, not politics
    [En passant, faccio notare che Nicolazzi lo scrive e riscrive da anni. :) ]
    Sul fronte geopolitica, l’elemento più originale e paradossalmente più importante del pezzo secondo me è il fatto di mettere ben in evidenza i problemi dei produttori canadesi, spiazzati dalla produzione americana e dalla difficoltà di raggiungere i mercati finali. Per quando riguarda i produttori africani e il Venezuela, il problema non è il fatto che la produzione statunitense sia competitiva, ma il fatto che i loro costi di produzione sono troppo alti. Giova tenerlo a mente, soprattutto nel caso del Venezuela, dove è in parte una situazione autoinflitta e si vedono poche vie d’uscita. La questione della capacità di scorta è interessante, ma secondo me sovrastimata: la IEA indica domanda in crescita al 2020 a 94 milioni di barili al giorno (adesso siamo intorno ai 90). Ora, considerando che un milione di quei barili in più dovrebbe venire dalle sabbie canadesi, che come abbiamo visto saranno in parte spiazzate, e un paio di milioni da un mirabolante aumento di produzione irachena, è più che probabile che parte consistente della nuova offerta attesa non raggiunga i mercati nei tempi previsti. Quanto alla “minaccia” iraniana alla stabilità dei mercati via nuova offerta post-sanzioni, giova ricordare che i campi iraniani vengono da un decennio di sottoinvestimento selvaggio e di tecnologie arretrare. E’ dunque lecito attendersi che anche in caso di ritorno sui mercati internazionali, l’impatto sarà lento e progressivo. In ogni caso, la risposta alla domanda di quanta spare capacity i sauditi accetteranno è: dipende dal prezzo. Perché il problema dei sauditi non è arrivare a una certa soglia di produzione, ma di arrivare a far quadrare il bilancio pubblico. Secondo i dati IMF, le esportazioni compenseranno le importazioni fino al 2016, per poi aprire praterie al deficit pubblico. Naturalmente, all’avvicinarsi di questo rischio i sauditi avranno un’irresistibile tentazione di aprire i rubinetti per compensare in volume quello che eventualmente avessero perso sul lato prezzo (anche perché i costi di produzione sauditi sono imbattibili). Conviene a tutti che la sete cinese continui a crescere.

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      The Hooded Claw at |

      Matteo visto che nomini il Venezuela, se non ricordo male (quando ancora facevo lavori per l’industria petrolifera in una vita precedente) mi pareva che per raffinare il loro greggio ci si potesse rivolgere a pochi impianti al mondo data la qualità del materiale. Se non sbaglio la California aveva le facilities adatte, è ancora così?

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        mv at |

        According to OGJ, Venezuela had 1.28 million bbl/d of crude oil refining capacity in 2012, all operated by PdVSA. The major facilities include the Paraguana Refining Center (955,000 bbl/d), Puerto de la Cruz (195,000 bbl/d), El Palito (126,900 bbl/d), and San Roque (5,200 bbl/d). Through PdVSA and its subsidiary CITGO, Venezuela also controls significant refining capacity outside of the country (see chart) giving it a total global refining capacity of 2.8 million bbl/d.
        The largest share of Venezuela’s global downstream operations is in the United States. CITGO, a wholly-owned subsidiary of PdVSA, operates three refineries (Lake Charles, LA; Corpus Christi, TX; Lemont, IL), with a combined crude oil distillation capacity of 755,400 bbl/d. CITGO’s gulf coast refineries source most of their crude oil with PdVSA under long-term supply contracts. PdVSA also owns a 50-percent stake in the 189,000-bbl/d Chalmette facility in Louisiana.
        In 2009 ConocoPhillips exercised the option to purchase PdVSA’s share of their refinery in Sweeny, Texas. This move, coupled with Venezuela’s sale of its equity stake in Germany’s Ruhr Oel GmbH to Rosneft, constitutes a substantial contraction of Venezuela’s net global capacity. Minor equity acquisitions in the Caribbean have partially offset this change. Venezuela plans to expand domestic refineries and into other global refining markets. Domestically, Venezuela plans to add a capacity of more than 400,000 bbl/d by 2020. Notable planned global refinery builds include a 400,000 bbl/d joint venture with PetroChina in Guandong province, a 300,000 bbl/d joint venture with Petroecuador in Manabi, and a 230,000 bbl/d joint venture with Petrobras in northeastern Brazil.

        fonte: EIA, http://www.eia.gov/countries/cab.cfm?fips=VE.

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          The Hooded Claw at |

          Cheers!

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    mv at |
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    Morgana at |

    Silendo buongiorno,
    volevo augurare buon 4 luglio agli Stati Uniti e un una auspicabile nuova prospettiva per il futuro dell’Egitto.
    Codialmente,
                                                                                       Morgana

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    mv at |

    in the meantime…
     

    La Russia taglia l’export di greggio all’Europa
    Le spedizioni di greggio russo verso l’Europa sono scese al minimo degli ultimi dieci anni, costringendo le raffinerie del continente a pagare di più per un’offerta minore. Si è occupato di questo taglio il Financial Times, dove si legge che la Russia è pronta per inviare a luglio solo 2,1 milioni di barili al giorno verso l’Europa, visto che “la politica russa di aumentare le esportazioni di greggio in Cina ha portato frutto”. Uno dei risultati di questo cambio di assetto è che le raffinerie europee affrontano costi maggiori. “In Europa – si legge sul FT – il greggio Russian Urals è scambiato a un prezzo maggiorato rispetto al Brent Dated, benchmark europeo, secondo i dati forniti dal Platts, nonostante sia di una qualità inferiore”. Al contrario, l’esportazione verso l’Asia è salita rapidamente da quando nel 2010 inviava “poche gocce” a quasi 500 mila barili al giorno da quando Mosca ha preso accordi con Pechino per i rifornimenti che passano dal potenziamento del Siberia Pacific Ocean Pipeline. “Dal punto di vista della Russia ha senso dirottare le esportazioni verso la domanda crescente dell’Asia, ma ciò sta creando una carenza in Europa, dove anche la produzione del Mare del Nord è in calo”, ha detto Amrita Sen di Energy Aspects, come riporta il quotidiano economico. È del mese scorso l’accordo da 270 miliardi tra Rosneft e la Cina per il greggio (v. Staffetta 24/06).

     
     

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      mv at |

      fonte: Staffetta Quotidiana del 04/07/2013.

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