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    Jolly at |

    Già letto il nuovo di Alduzzo. E’ sempre molto attento anche se il suo libro sull’uso politico della storia è stato criticato in dottrina (…in “naftalina”).

    Ciao

    Jolly 

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    mv at |

    Al netto dell’inevitabile giudizio negativo sulla nostra classe dirigente e della difficile situazione nazionale, devo dire che nel post ho trovato alcuni spunti che mi lasciano un po’ perplesso.
    In particolare, un passaggio mi fa storcere parecchio il naso: “Non ci vuole un grande dietrologo per capire che cosa implichi, in termini di interessi coinvolti, un progetto come South Stream: basta vederne il tracciato sulla carta geografica”. Parto da qui non ha caso: essendo il mio campo, ho un’idea piuttosto precisa delle possibili implicazioni del gasdotto. Mi ci sono tuttavia voluti anni di studio per capirlo: guardare una carta serve relativamente a poco. E forse più che un dietrologo ci vuole qualcuno che faccia una seria analisi di mercato.
    L’idea che basti conoscere un po’ di storia e avere una cartina colorata davanti – generalizzo, non conosco i lavori di Giannuli e non intendo mancargli di rispetto – è quanto di più deleterio si possa immaginare: il risultato sono analisi superficiali che colmano buchi nella preparazione (che necessariamente non può essere enciclopedica) con suggestioni geopolitiche e formule quasi-magiche (“la ritrovata assertività russa mossa da profonde aspirazioni eurasiatiche”, tanto per fare un esempio inventato su due piedi).
    “È alla geopolitica che in qualche modo bisogna tornare contro gli eccessi di specialismo”: se lo sentissi dire da uno studente, mi sembrerebbe tanto una scusa per non studiare.

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    The Hooded Claw at |

    Caro mv,
    mi sembra che lei abbia un po’ il dente avvelenato 😉 ogni qualvolta qualcuno cerchi di affermare l’importanza della geopolitica, sia esso Kaplan o Giannuli. Io non la vedrei in maniera così antitetica, non mi sembra che Kaplan o Giannuli dicano di scordarsi di tutte le altre discipline, semmai asseriscono che bisognerebbe non scordarsi della geopolitica che ha importanza e dignità a prescindere. Insomma, io vedo il loro messaggio come un richiamo alla complessità dei problemi che comunque sono spesso radicati nel territorio e nel ‘paesaggio storico’. In fin dei conti il conflitto in Afghanistan sta avvenendo in Afghanistan per ragioni che non esulano dalla complessa storia della regione; come il complesso scenario del Mare del Sud della Cina poteva solo emergere in circostanze storico-politiche come quelle del sud-est asiatico.

    Vedo dal suo sito web che per un anno abbiamo avuto uffici a poche decine di metri uno dall’altro. Mi avrebbe fatto piacere conoscerla di persona per fare due chiacchiere sui temi di cui parla.  :-) 

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      AllegraBrigata at |

      Vedo dal suo sito web che per un anno abbiamo avuto uffici a poche decine di metri uno dall’altro. Mi avrebbe fatto piacere conoscerla di persona per fare due chiacchiere sui temi di cui parla. :-)

      Anche per questo amo questo luogo virtuale.

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        Giovanni Nacci at |

        Assolutamente d’accordo! 
        Anche perchè questo è il network virtuale più reale che esista (il merito, tanto per cambiare :D, è tutto del Vate: al livello “ingegneristico-informazionale” questa è una operazione tutt’altro che semplice… 😉 )

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        Anonimo at |

        anche io! 😉

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      mv at |

      Lo confesso pubblicamente: soffro dell’atavico problema dei realisti strutturalisti! Se a questo si aggiunge una dose addizionale di utilitarismo ligure, il mix è letale. 😀 Detto questo, ho il dente avvelenato per forma mentis e per reazione: troppo spesso trovo motivazioni storiche e geografiche addotte al posto dell’analisi dei fattori causali (ancora, ci tengo a sottolinearlo, senza voler accusare alcuno di alcunché). A mio modo di vedere l’appello alla peculiarità storico-geografica troppo spesso corre il rischio di far venir meno l’urgenza di uno quadro teorico più forte e strutturato.
      Per venire ai suoi esempi, il mio punto di vista è che il conflitto in Afghanistan sta avvenendo oggi in Afghanistan perché quella è una regione con determinate caratteristiche geografiche e sociologiche, in un determinato tipo di assetto internazionale, in un certo contesto strategico e a un determinato punto del ciclo economico della potenza egemone (cito fattori in ordine sparso, senza pretesa di esaustività ma con molta pretesa di astraibilità… :) ).
      Nella misura in cui invece il richiamo è a considerare fattori che sfuggono ai modelli interpretativi… ben venga il buon senso! (di certo non sono un estremista quantitativista!).
      Riprendendo il commento di Silendo poco sopra, vedo un rischio di sovrapposizione tra il giustissimo (e sempre fondamentale!) momento sintetico dei contributi analitici e l’analisi geopolitica e storica). Queste ultime sono un dignitosissimo strumento specialistico, che al pari di altri può contribuire a costruire un quadro interpretativo ma non può sostituirvisi.
       

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        The Hooded Claw at |

        Impossibile non condividere questo suo punto. Wise words.

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    mv at |

    ps: il piacere sarebbe stato reciproco! piccolo il nostro paese… :)
    meno male che ci sono i luoghi virtuali!

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      The Hooded Claw at |

      Se ho capito bene ci sarebbe bastato attraversare Library Road per trovarci… Le capitasse mai di ripassare da queste parti per ragioni accademiche e non, ed avere del tempo libero mi faccia sapere, io e mia moglie saremmo lieti di invitarla a cena.

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        mv at |

        Adoro quel posto, un po’ la invidio. Quando passerò nelle Midlands per una rimpatriata o per lavoro, accetterò con piacere l’invito. :)

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    half-baked at |

    mv,
    penso che il tuo fastidio provenga anche dal fatto che per come è impostata la scuola italiana (e l’università anche, per quanto alcune cose stiano cambiando) predomina nello studio di storia e geografia un’impostazione umanistica. Non che ci sia nulla di male in sè, almeno a mio avviso: è importante tener conto delle idee, è importante tener conto della presenza umana sul territorio con i risvolti culturali del caso, eccetera. Però talvolta, e solo talvolta perchè in fondo non siamo messi così male, questa impostazione viene vista come (1) “umanistico” = “letterario”, equivalenza di vaga ispirazione crociana ma per niente necessaria, per cui le suggestioni che tu citi vengono coltivate quasi per un piacere di stile; (2) contrapposta piuttosto che complementare rispetto ad un’analisi non per forza quantitativa alla maniera di certi economisti ultrà della formula, ma almeno vincolata a nessi logici di causa-effetto stringenti per quanto possibile, come capita nello studio del diritto.
     
     

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      mv at |

      Concordo circa la genesi del mio fastidio. :)
      Il problema è che questo gli effetti nefasti di un’impostazione eccessivamente umanistica non si limitano a ridurre la portata delle analisi di chi adotta questi metodi, per ragioni anagrafiche o di credenza epistemologica. Gli effetti si estendono anche ai meccanismi di selezione e finanziamento della ricerca e delle opportunità stesse di ricerca in Italia. E qui mi taccio.
       

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      The Hooded Claw at |

      Il crocianesimo in Italia ha fatto più vittime della guerra fredda. Esagero OK, ma credo rappresenti la summa di tanti dei problemi del nostro paese. In un certo modo lo vedo opposto al pragmatismo anglosassone.

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        mv at |

        concordo in toto.

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          Neno Profeta at |

          Concordo anche io.

          Per restare in tema sto leggendo: Historical Dynamics: Why States Rise and Fall (Princeton Studies in Complexity) di Peter Turchin.

          E’ un testo sui modelli matematici applicati allo studio di mega-trend storici, davvero profondo.

          mv, se Lei in relazioni internazionali e’ un realista strutturalista, questo libro lo deve assolutamente leggere.

          Saluti

          Nemo

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            mv at |

            grazie per il consiglio: attendo che Amazon UK faccia il suo dovere. :)

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        half-baked at |

        Su questo ho un’opinione più sfumata. Dannoso sì, per i motivi citati sopra e molti altri; d’altronde ne percepisco anche degli aspetti positivi, quando avrò capito come spiegarmi (credo intorno al 2017) lo farò. 😀

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          Giovanni Nacci at |

          Adoro quando seri esperti di dominio accettano di confrontare in questo modo i loro differenti livelli di astrazione. Bello, bello…

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            barry lyndon at |

            moooolto bello 😉

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          The Hooded Claw at |

          Sia chiaro, la mia opposizione al crocianesimo riguarda l’ostilità di BC alle discipline scientifiche che egli snobbava e considerava inferiori alla filosofia. Del resto ad uno che non conosce la meccanica quantistica come glielo fai capire che c’è più filosofia nell’equazione di Schrödinger o nel principio di indeterminazione di Heisenberg che non in tutto il post-modernismo francese del secondo dopoguerra. Ma queste cose le ha già espresse meglio di me Sokal nell suo ‘Imposture Intellettuali’.

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            Giovanni Nacci at |

            A proposito di “ostilità”… per chi – me compreso – avesse voglia di approfondire (magari anche divertendosi un po’) le varie frizioni scaturite dal lavoro sokaliano citato da Hooded propongo questo vecchio ma interessante link del (fu…) Sito Web Italiano per la Filosofia. 😉

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            half-baked at |

            Ecco, su questo sono del tutto d’accordo! L’equivalente contemporaneo sono i vari personaggi che proclamano orgogliosamente “non mi nascondo dietro i numeri!” perchè di essi non capiscono nulla. 😀

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    Morgana at |

    “Forse per pigrizia, non si è stati in grado di rileggere la storia e vedere nelle trasformazioni sociali attorno al porto di Bengasi (…)”.

    Piacevole questa argomentazione, ma nell’analisi strategica non sarebbe opportuno usare anche un’altra chiave ermeneutica? Spesso e volentieri, mediante il “si dice e si fa”(IN UN APPROCCIO ANTI-HEIDEGGERIANO della conoscenza), siamo abituati a leggere la realtà per quel che non si riesce ad avere, ad es. “nel Medioriente contiamo ben poco (…)”. Culturalmente sembriamo dei bambini che non hanno ancora avuto la loro porzione di patatine, quando invece, se è vero che possiamo essere aristotelici animali sociali, allora dobbiamo per forza imparare a fare quel che possiamo con i mezzi che abbiamo. L’analisi strategica, a mio modesto parere necessita di una inversione polare: non un’ermeneutica negativa (sapere di avere sempre il bicchiere mezzo vuoto), ma un uso appropriato degli strumenti orientato verso una meta. 
    Quanto all’uso proprio della geopolitica, come tutte le discipline, un approccio in termini di “bildung” (formazione e autoformazione nell’accezione tedesca) può essere utile: la storia e la geografia hanno senso se i documenti storici sono funzionali nel presente e possono dare un significato alla realtà (la critica della storia non ha carattere di scientificità in tal senso, ma aggiunge elementi di indagine alla bildung, ed ha un valore prospettico piuttosto che qualitativo) e la geografia oltre ad essere fisico- politico- misurabile comprende l’applicazione della razionalità geografica (utilizzo di razionalizzatori geografici per comprendere la realtà, i quali favoriscono una misurazione in termini economici, possibilità concreta di vivere uno spazio geografico).

    Non so se sono stata chiara, ma l’analisi strategica è davvero una possibilità per cambiare questa comprensione del mondo: se nel Medioriente contiamo ben poco, la prima domanda che mi pongo è “qual’è la strada più breve ed efficace (in termini di costi/benefici) per permettere all’uomo di arrivare a Newton? Una consapevolezza di sè e dei propri limiti, un uso adeguato degli strumenti e una corretta analisi permettono all’uomo di essere più simile a Newton e meno testardo di un bambino che non ha ancora mangiato le sue patatine”.

    Morgana

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      mv at |

      Buongiorno Morgana!
      Di primo acchito mi pare che ci sia un problema di autopercezione e obiettivi politici alla base della questione delle patatine. Ossia, elaborare la propria concezione del posto nella politica internazionale (o nel contesto strategico, a seconda della prospettiva preferita) in funzione dei mezzi che si hanno a disposizione è l’equivalente politico dello svuotamento del sé, che della storia come significato (o parte del significato) della realtà è la nemesi.
      Al netto di chi cerca di fare la guerra coi cannoni di cartone, i mezzi tendono a essere più una funzione dell’obiettivo politico che non viceversa.
      Tra l’altro, la butto lì, ma mi pare che la costruzione europea abbia come fondamento (almeno in molto retorica) proprio in un approccio che in ultima istanza è quello della priorità del mezzo sull’obiettivo politico: chi ha contato i papers in cui si dice che l’Ue serve ad agire sul piano internazionale in un contesto fatto di grandi potenze che i singoli stati europei non possono fronteggiare. Siamo all’estremo della ridefinizione del sé politico in funzione dei mezzi che si riescono a mettere insieme.
       

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      mv at |

      ps: cosa intende per “razionalizzatori geografici”?

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    SG at |

    Mi arrendo. Non capisco una parola di quello che state dicendo. Che sia un complotto? E’ una cospirazione contro di me (ma non è la stessa cosa?). Vi siete messi d’accordo confessatelo! 
     
    complotto
    complòtto s. m. [dal fr. complot, di etimo incerto]. – Cospirazione, congiura, intrigo ai danni delle autorità costituite o (meno com., e solo in senso estens. e fig.) di persone private: c. militare; fare, organizzare, ordire un c. contro il capo del governo; sventare un c.; si sente vittima di un c. mediatico. In usi scherz.: siete tutti d’accordo nel darmi torto: ma questo è un complotto!

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      Linus at |

      SG, più che di un complotto si tratta di questo

      http://www.youtube.com/watch?v=_9MTJw5ctVE

      :) :) 

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    Morgana at |

    Buonasera MV, “razionalizzatori geografici” possono essere indicatori fisici: es. in una analisi geologica di superficie terrestre l’individuazione di un punto su una mappa mediante l’individuazione di pozzi e campanili e la conseguente individuazione delle coordinate geografiche. Se il Gps non funziona siamo comunque in grado di indicare la posizione di un luogo, in tal senso siamo più vicini a Newton. La razionalità geografica, nasce dall’interazione di razionalizzatori geografici fisici e climatici, antropologici ed economici, il cui effetto è qualitativo (differenza di razionalizzatori:es.fisici/antropologici) e quantitativo (costanti e variabili).

    “..L’UE ha una priorità del mezzo sull’obiettivo politico (…)”, mi scusi ma forse sono io troppo impregnata di pragmatismo, utilitarismo americano (insomma ho gli incubi, sogno Alexis De Tocqueville che esce dalla tomba e chiede perchè nel 2013 Depardieu ha la cittadinanza russa?)  ma attori diplomatici, mezzi e obiettivi hanno senso se funzionano…è inutile avere il mezzo e sparare ai piccioni.

    Morgana  

      

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      mv at |

      Grazie per la precisazione, ora mi è più chiaro. :)

      Dalla mia prospettiva, scegliere a che piccioni sparare – e da lì in su, fino alla guerra nucleare – è un’attività che tende a definirsi insieme alle risorse disponibili (forse prima, ma certamente non dopo: la questione è spinosa). In questo senso, il rischio del pragmatismo è una certa cecità rispetto alle strumentalizzazioni (a scanso di equivoci, continuo a tenere fuori dal discorso chi pensa di andare a fare la guerra coi cannoni di cartone).

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      Neno Profeta at |

      Morgana, non me ne abbia, ma trovo il suo intervento “squisitamente crociano” nel senso discusso finora.
       

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    The Hooded Claw at |

    Morgana, anch’io mi sono perso. Sarà che il mio GPS non funziona e neppure conosco l’indirizzo di casa di Newton. 😉

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    Aldo Giannuli at |

    L’affermazione su Southstream va presa con beneficio di inventario: so bene che per capire certe dinamiche servono studi seri ed approfonditi e non mi passa pert l’anticamera del cervello di dire che basta guardare una cartina e qualche nozione di storia per capire cosa c’è dietro. Volevo semplicemente dire che già da un accertamento così elementare, emergono certe tendenze di grandi dimensioni che possono essere intuite (poi capite e studiate è un’altra cosa)Giusto il rilievo di chi mi fa notare che diversi mie scritti hanno un taglio giornalistico, come questo libro, ma, appunto, questo voleva essere un testo divulgativo e non si dirigeva agli specialisti. Peraltro, io credo che anche un testo specialistico, per quanto curato e mantenuto al debito livello di astrazione, deve sforzarsi di mantenere un linguaggio accessibile anche a lettore non specialista, per quanto ciò sia possibile, ovviamente. Infine: non ho scritto solo libri divulgativi.Anche io sono molto diffidente sulla geopolitica ma il dibattito obbliga a farci i conti.Croce: non so se ha fatto più morti della guerra fredda. Sicuramente più della peste bubbonica si.

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      barry lyndon at |

      Ma il mio non voleva assolutamente essere un “rilievo”! :)
      Era una constatazione, conseguente alla lettura di molti Giannuli’s books….compreso l’ultimo, letto un paio di settimane fa.
      waiting for the next one 😉

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    Morgana at |

    Non me lo avevano mai detto che ero crociana…piuttosto eclettica e mercenaria! Ma non mi offendo, ad ogni modo spero che il mio angelo custode mi indichi sempre la strada verso Newton.

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    Morgana at |

    Scusate Hooded e SG, ma sono presissima da tutte queste interessanti indicazioni di Silendo su security-Iran-Cia, cosa non è chiaro?

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    1. avatar
      SG at |

      Ciao Morgana
      Il sottotitolo di questo blog è “Studi Strategici ed Intelligence… for dummies”. Ecco, di questo blog  io, probabilmente, sarei  il partecipante piu qualificato…
      Ho lavorato parecchi anni nel campo del software (scrivevo codice,anche di un certo livello, non installavo app nell’ipad..), allora era comune sentire frasi di  questo tipo “quel codice è complicatissimo, non si capisce niente, chi l’ha scritto deve essere un genio..”, ora prob la situazione è anche peggiorata. Faccio presente che un software per un’azienda è equivalente ad un disegno tecnico, è un capitale e deve servire a trasmettere e tenere memoria di un prodotto industriale, che sia una ruota o un algoritmo non fa differenza, se un tecnico mi presenta un disegno tecnico senza sqadratura, semza cartiglio o con una quotatura sbagliato lo licenzio in tronco (cosa che non succerà mai perche la cultura del disegno tecnico ha piu di cento anni e si è sempre evoluto negli anni, mentre nel software ha subito un’involuzione e questi casi sono l’assoluta normalità).
      non conosco il vs campo ma penso che anche un rapporto di intelligence possa (o debba) essere pensato come un “capitale” aziendale e come tale debba essere il piu chiaro e fruibile (vendibile) possibile.
      per ritornare a noi devo dire che mi fa pensare che una persona come il Dott. Giannulli si debba scusare di usare un linguaggio troppo semplice , divulgativo, e “giornalistuico” come fosse una colpa e non (a mio parere, da very dummy) un grosso merito.
      PS lo sai che la l’effetto “fata morgana” si vede solo da una lato dello stretto, cioe dalla costa di reggio calabria ma non da messina?(cosi mi dissero)  La scelta del tuo nick è voluto?
      saluti
       
       

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        mv at |

        Gentile SG,
        concordo pienamente con lei sul fatto che un prodotto di ricerca (la vedo da una prospettiva accademica, ma credo sia generalizzabile) debba risponere a criteri di chiarezza e fruibilità. In questo, c’è tanta strada da fare: basti pensare che spesso nei testi accademici di alcune discipline umanistiche l’oscurità è premiata come un merito (perlomeno, in Europa continentale).
        Però occorre anche fare attenzione a non scadere nell’estremo opposto.  Mi spiego: la scelta di un linguaggio appropriato e chiaro, nella struttura sintattica come nel lessico, è grossomodo l’equivalente della squadratura, del cartiglio e della quotatura corretta nel disegno tecnico. 
        Ancora una volta senza riferimento diretto ad Aldo Giannuli – largamente incolpevole del fiorire di riflessioni di questo thread -, è importante sottolineare come l’utilizzo di un eccesso di semplificazione e di “linguaggio giornalistico” porti a distorsioni, imprecisioni, approsimazioni, che offrono l’appiglio per generalizzazioni brutali ed errori di compresione da parte di un lettore non specialistico.
        Scrivere un report non significa compiacere il lettore o accattivarselo, ma informare in modo chiaro, sintetico e il più possibile completo, non accattivante o suggestivo. Forse dovrebbe farci riflettere (e disperare) soprattutto il fatto che il termine “giornalistico” si avvicini più alla seconda polarità che non alla prima.
         

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          Giovanni Nacci at |

          Concordo al 128%. Per chi non ne è già a conoscenza vorrei a tal proposito suggerire (forse l’ho fatto già da qualche parte, nel qual caso me ne scuso in anticipo. La memoria è ormai quel che è…) il “Manuale di scrittura non creativa” di Marco Santambrogio, che approfondisce in maniera secondo me magistrale proprio questa differenza tra il “livello di strazione” tipico di una scrittura giornalistica (ovvero quella del romanziere, eccetera…) e il livello di astrazione di chi deve scrivere un lavoro scientifico, un report, un saggio.
          Io l’ho trovato assolutamente interessante, sotto ogni punto di vista 😉

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          SG at |

          MV siamo d’accordo.
          E’ chiaro che anche l’eccesso opposto è da contrastare, per proseguire con l’esempio del disegno tecnico licenzierei in tronco anche chi mi presentasse un disegno di un macchina fatto con i pastelli colorati (anche se una volta lo si faceva, per scopi particolari). Va ricercato “il giusto equilibrio”, che in un ambiente delimitato e definito è probabilmente facile da trovare, molto piu difficile è quando devi scrivere un libro con una diffusione attesa molto ampia oppure, ancora peggio, in un blog dove i partecipanti  sono molto diversi fra loro. 
          Diciamo che se vogliamo azzardare una regola del pollice su due piedi (scusate il gioco di parole) chi scrive dovrebbe tentare di tradurre, a mente senza alcuna pretesa, il testo che si sta scrivendo in una lingua straniera a scelta e se incontra delle difficoltà dovrebbe vedere una lucina di allarme accendersi.(il che potrebbe tornare utile se vs scritto dovrà essere effettivamente tradotto)
          teniamo conto che un documento, qualsiasi sia il suo valore, è utile solo se è possibile rintracciarlo facilmente e quando serve, altrimenti è carta straccia. Per fare questo va archiviato e catalogato correttamente. Mettetevi nei panni dell’archivista che deve catalogare il vs scritto (equivale a non mettere il cartiglio in un disegno)
          SG
           

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  13. avatar
    The Hooded Claw at |

    Per il lavoro che faccio ultimamente mi sono trovato a dover scrivere documenti per le Technology Strategy Board ed il Department of Energy and Climate Change britannici. Ecco, la chiarezza espositiva delle loro richieste erano esemplari. Quello che si impara in questi casi non è solo a scrivere sentenze chiare (e grammaticalmente corrette) ma a strutturare documenti in maniera sensata e fluida con le idee espresse al momento giusto in uno stile appropriato. 
    Secondo me la forza dei Policy Makers anglosassoni (soprattutto americani) sta anche nel saper strutturare bene e nel non dare troppo per scontato. 

    Guardiamo molti dei documenti che Silendo ci riporta: niente barocchismi o perdersi in pagine si sottigliezze quasi filosofeggianti (quelle rimangono nell’ambito della filosofia a cui appartengono e dove hanno senso). Piuttosto si trovano concetti esposti chiaramente ed esaustivi quanto basta per mettere quelli che poi devono implementare un data policy in una situazione di minima ambiguità.  

    Poi per carità quando siamo a casa da soli davanti al caminetto con un bicchiere di Caol Ila 😉 leggiamo pure Hegel, o con gli amici al bar parliamo dell’influenza di Schopenhauer sulla musica di Wagner. Ma negli scritti che prevedono che una terza persona agisca sulla base di quello che scriviamo cerchiamo di imparare dai ‘barbari’ per una volta.

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    1. avatar
      AllegraBrigata at |

      Ma negli scritti che prevedono che una terza persona agisca sulla base di quello che scriviamo cerchiamo di imparare dai ‘barbari’ per una volta.

      D’accordissimo. D’altronde già da molto tempo i barbari siamo noi.

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  14. avatar
    Morgana at |

    SG buonasera, la natura degli scritti non è solo quella di essere archiviata/catalogata…nella mia crescita ingenua (da quando avevo 13 anni e frequentavo le biblioteche osservavo la catalogazione della cultura in Dewey), oggi posso dire di non avere bisogno di archiviare le informazioni, sebbene apprezzo che i computer hanno migliorato la catalogazione mediante directory e data base. Piuttosto la vera innovazione e il contributo fornito dalle sue competenze informatiche ad oggi sono specialisticamente richieste per la crittografia in intelligence (argomento complesso e che mi piacerebbe molto comprendere). Sebbene non ne abbia approfondite competenze, non penso che sia non catalogabile, piuttosto se mi interessa come tematica cercherò tutte le occasioni per conoscere termini, linguaggio e regole. Idem per le Fonti Aperte di cui ho apprezzato molto lo scritto del sig. Nacci.

    ps. il nickname Morgana non è catalogabile 

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    1. avatar
      Giovanni Nacci at |

      Sul “catalogare” – in una disciplina come l’intelligence – ci si potrebbe impostare una discussione tanto ampia quanto affascinante (ma ci vorrebbe una congrua scorta di brandy, cioccolato purissimo e, perché no, sigari cubani…). Tanto per iniziare, mi permetto di proporre un breve saggio disponibile a questo link: http://www.units.it/~etica/2007_2/FERRARIS.pdf.

      La natura degli oggetti (e quindi anche quella degli “scritti”, ovvero delle “iscrizioni” o “registrazioni”) non è certamente quella di essere archiviati o catalogati. D’altra parte la natura dell’uomo (e della gran parte degli esseri viventi) è invece quella di “archiviare” (ricordare) e “catalogare” (distinguere).

      Se infatti non fossimo in grado di osservare le caratteristiche degli oggetti e di incardinarle in dei “cluster” precisi, non saremmo in grado di distinguere gli oggetti: se scrivo “cane” intendo – e voi percepite – l’idea (o l’immagine, che devo però “ricordare”) di un oggetto appartenete agli esseri viventi, con quattro zampe – sulle quali cammina – una testa, due padiglioni auricolari piuttosto pronunciati, una coda più o meno lunga, di questo o quel colore (ma sicuramente non rosa o azzurro, ad esempio), eccetera eccetera. Insomma il catalogo di tutte quelle proprietà che – inserite nel cluster “cani” – mi permette di distinguere “il cane” (qualsiasi razza o esemplare) da “il gatto” (qualsiasi razza o semplare). Tutto ciò quindi senza specificare se sto parlando di “Fuffi” o di “Kurt”, o di uno Cocker Spaniel piuttosto che di un Terrier o di uno Spinone Italiano, o addirittura anche se parlo di una cane che ho davvero davanti o di un cane che sto guardando in una foto o – addirittura – di un cane che sto solo pensando. Grazie al “catalogo” un “cane”, insomma, è un “cane” a prescindere 😀

      Non solo: prevedo anche delle opzioni particolari, dato che se scrivo “cane a sei zampe” non solo capite che non mi riferisco ad un essere vivente ma ad un oggetto iconografico, ma addirittura se lo vedete al benzinaio pensate: “ecco… il cane dell’Eni”, sebbene non sia un cane perchè non è vivente e perchè è disegnato.

      Quindi la mia chiosa è che “…catalogare è Vita!” 😀 😀 😛 

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      1. avatar
        mv at |

        Platone e Aristotele sono vivi e combattono insieme a noi! 😀

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    Alfiere at |

    Premetto che per l’euforia ho mangiato un pacco intero di patatine SanCarlo rustiche mentre leggevo i vari post… 😀 

    Preso atto che concordo con coloro, il VATE in primis per questioni di ospitalità, sul fatto che l’Italia non ha una propria consapevolezza geopolitica, la domanda che come diceva qualcuno mi “sorge spontanea”: siamo certi che l’Italia non ha una sua capacità geopolitica? o meglio, la nostra rendita di posizione a “mollo” nel Mediterraneo ci ha permesso nei vari secoli di intrometterci più di una volte nelle questioni che riguardavano il bacino, una certezza storica può essere rintracciata nella nostra presenza nella NATO, noi di atlantico forse possiamo avere solo i gamberi presenti sui banchi dei supermercati! Bene detto questo quindi mi si potrebbe obiettare:un conto è avere le potenzialità e un altro è sfruttarle queste potenzialità! Benissimo, ma come sfruttare queste potenzialità se non si riesce a fare ammenda degli errori storici?
    come disse qualcuno molto prima di me: “Sogliono el più delle volte coloro che desiderano acquistare grazia appresso uno principe farsegli incontro con quelle cose che in fra le loro abbino più care o delle quali vegghino lui più dilettarsi; donde si vede molte volte essere loro presentati cavagli, arme, drappi d’oro prete preziose e simili ornamenti degni della grandezza di quelli. Desiderando io adunque offerirmi alla vostra Magnificenzia con qualche testimone della servitù mia verso di quella, non ho trovato, in tra la mia suppellettile, cosa quale io abbia più cara o tanto estimi, quanto la cognizione delle azioni delli uomini grandi, imparata da me con una lunga esperienza delle cose moderne e con continua lezione delle antiche” ecco dunque inteso con le parole del grande Machia, ciò che esprime il Vate Silendo quando dice che ci vogliono strateghi e pensiero strategico!

    Scusate la noia!  

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    Morgana at |

    Silendo buonasera, spero non mi voglia censurare….ma per semplificare è probabile che gli uomini hanno un istinto naturale nel catalogare/archiviare , dovuta alla mania del collezionismo , che inizia con le figurine, poi c’è il salto di qualità con insetti volatili e poi approdda in francobolli, monetine, tappi…insomma tanti cassettini con tanti oggettini. Noi donne, invece, non abbiamo bisogno di avere oggetti uguali di diversa marca o formato…ce ne basta uno per tipologia!

    SG…non si arrabbi..se un tecnico sbaglia la squadratura…e non riesce a far quadrare il cerchio, gli imprevisti sono ciò che ci rendono più umani…la vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita!

    Morgana   

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    1. avatar
      SG at |

      Non mi arrabbio per un post, ci mancherebbe altro, ma per ua squadratura sbagliata quello si, è piu forte di me.
      PS non sottovalutare la squadratura, non è per niente decorativa, nel disegno tecnico ha una importante e ben precisa funzione.
      saluti

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    Nemo Profeta at |

    Dal “testamento” di Pavel Florenskij, grande scienziato, filosofo, teologo e sacerdote russo, deportato per molti anni nei gulag staliniani, fucilato nel 1937, alle isole Solovki

    « Mosca – Notte tra sabato 19 e domenica 20 marzo 1921.
    Amati figlioletti miei, il mio cuore si strugge per voi. Quando crescerete, capirete quanto si strugga il cuore di un padre o di una madre per i figli. Il mio cuore si strugge anche per la mia povera mamma, che è tutta sola e alla quale non ho la forza interiore di avvicinarmi. Avrei tante cose da scrivervi. Mi vengono tanti pensieri e sentimenti, ma non ho né il tempo, né le forze di scriverli. Eccovi una cosa che non posso non scrivere: Abituatevi, educate voi stessi a fare tutto ciò che fate perfettamente, con cura e precisione; che il vostro agire non abbia niente di impreciso, non fate niente senza provarvi gusto, in modo grossolano. Ricordatevi che nell’approssi mazione si può perdere tutta la vita, mentre al contrario, nel compiere con precisione e al ritmo giusto anche le cose e le questioni di secondaria importanza, si possono scoprire molti aspetti che in seguito potranno essere per voi fonte profondissima di un nuovo atto creativo. E ancora. Chi agisce con approssimazione, si abitua anche a parlare con approssimazione, e il parlare grossolano, impreciso e sciatto coinvolge in questa indeterminatezza anche il pensiero. Cari figlioletti miei, non permettete a voi stessi di pensare in maniera grossolana. Il pensiero è un dono di Dio ed esige che si abbia cura di sé. Essere precisi e chiari nei propri pensieri è il pegno della libertà spirituale e della gioia del pensiero »
     

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  18. avatar
    mv at |

    «[…] le parole sono simboli da attribuire in maniera più economica e inequivoca per esprimere idee, cioè per “servire” l’unità del pensiero, che il contenuto. Dobbiamo però domandarci come le parole e il pensiero o, più in generale, il linguaggio e la conoscenza interagiscano reciprocamente.
    Esistono quattro possibilità: a) nessuna intrinseca relazione; b) la relazione è così stretta che i due elementi sono indistinguibili; c) le parole sono solo strumenti neutrali per comunicare i pensieri; d) le parole sono strumenti del pensiero (non unicamente della comunicazione) e non sono in alcun modo neutrali, perché orientano pesantemente le nostre percezioni e interpretazioni.»
    Giovanni Sartori, Logica, metodo e lunguaggio nelle scienze sociali, Bologna, Il Mulino, 2011, p. 101.
    ps: con una certa predilezione per la d)

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    mv at |

    seconda puntata (p. 102)
    «Come recita un’antica massima, nomina si nescis, perit et cognitio rerum: se non conosci i nomi, muore anche la conoscenza delle cose. Dobbiamo quindi tenere a mente che se un linguaggio non attribuisce un nome a un oggetto, l’oggetto passa inosservato. Ma c’è molto più di questo. Le parole non sono semplicemente dei mezzi per individuare gli oggetti. Le parole intervengono nella nostra percezione degli oggetti, e infatti trasmettono interpretazioni e attribuiscono senso ai loro referenti.
    Un esempio classico è quello riguardante le varie parole usate per la “luna”. Nell’antica Grecia “luna” era mene (dal verbo menai, “contare”), e questo lascia intendere che la luna era percepita come uno strumento per misurare il tempo. Invece i romani, che avevano già un calendario, per indicare lo stesso corpo celeste utilizzavano la parola luna (da lucere, “illuminare”), e quindi il nostro satellite era percepito come un mezzo di illuminazione».

    prometto che mi asterrò dal citare ancora, ma credo si sia detto parecchio sui fondamenti della necessità di classificare (e di farlo bene)! :)

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