Discutendo qualche ora fa di relazioni internazionali e cyber-spazio ho avuto un’altra, sconfortante, prova dei danni che la “bolla” cyber sta causando in giro. Soprattutto in quei Paesi che storicamente non brillano per cultura strategica.
In soccorso arriva il grande Colin Gray. Un autore fortemente consigliato a tutti ed in particolare a coloro (ad es.: ingegneri e tecnici informatici) che sono convinti della eccezionalità del cyberspazio.
Da “Another Bloody Century”, Infinity Journal, Issue 4, Fall 2011:
[...]The Temptations of Novelty
We would protect ourselves against undue capture by the novelty of the moment were we to be more careful in the adjectives we use. When in doubt, avoid them in reference to war and strategy. To explain, if one refers to nuclear strategy or air strategy, or today cyber strategy, it is natural to lay emphasis upon that which is new, the adjectives and not the noun. What you should refer to is strategy for nuclear weapons – if that is not an oxymoron – or strategy for air power, or strategy for cyber power or cyberspace. If you say cyber strategy you risk implying that the strategy is somehow distinctive as strategy because it is owned by its cyber tools.
In fact, boringly, one must recognise that strategy is just strategy, regardless of the geographical domain to which it relates or the military or other agents that it employs. Although the military capabilities by and large unique in kind to each of war’s ive geographical domains (land, sea, air, Earth-orbital, and cyberspace), must work in harmony towards a common goal, it is quite proper to develop domain-specific strategies as contributing sub-sets of the whole endeavour. To conceive of a strategy for air power is not to postulate a strategy that only employs air assets as its means. It is, however, to suggest strongly that each geographically defined military tool is likely to be able to make a unique contribution to the common strategic purpose. In every war it is necessary to identify what friendly land, sea, air, Earth-orbital, and cyber capabilities bring to the strategic table. Because fungibility usually is not extensive among the different military instruments, the strengths and limitations of each geography’s kind of military power have to be relected in distinctive land, sea, air and so forth strategic narratives – in aid of a single political purpose, of course.
When you use the term cyber strategy you risk misleading people into thinking that they are entering a new and mysterious domain. Happily, we know a great deal about strategy. We should, with 2,500 years of past experience from which to learn. And we have readily to hand a good enough general theory of strategy that certainly has authority over cyber power. This recognition helps reduce the ‘wow’ factor about computers and provides useful historical perspective for those who, yet again, claim that ‘the sky is falling’ and strategic Armageddon is nigh! In the course of the last century the human race has made sense of air power, has made such sense as can be made of nuclear weapons, has begun usefully to corral and understand space power. Cyber power in its turn will be mastered strategically, and seen for what it is, just another (fifth) quasi- geographical domain of warfare. It will have its own tactical ‘grammar’, to cite Clausewitz, but not its own political or strategic logic. Of course, cyber power is ill understood today; how could it be otherwise? Cyber power today is approximately where air power was in, perhaps, the First World War, or nuclear weapons in about 1947-8.
[...] You might care to relect on these propositions.
1. We are no better or worse at strategy than were the Greeks, Romans, and Byzantines.
2. Despite the technical progress of the past two centuries, that progress does not transfer from tactics and operations to strategy/politics; [...]


mi sarei aspettato uno yotta di risposte…
Piovono commenti privati….
se sono anche contro di me, non li voglio sentire
Non credo lo siano. Tu sei d’accordo con il Grande Colin?
Mah, lo sai, non capisco un tubo di scarico di Strategia… però direi di si. Anche se continuo a credere – per i motivi già ampiamente esposti – che alla base di tutto ci sia un grave scollamento concettuale basato sulla failure semantica del “cyber”. Non è solo una questione di parole o definizioni. E’ che il testo definisce la realtà sociale (Derrida, Austin, Searle, Ferraris, ecc.) quindi risulta significativo su soggetti, relazioni, idee e ragionamenti. Ma considerando che di filosofia ne capisco meno di un tubo di scarico Fiat con catalizzatore… potrei anche sbagliarmi.
Guarda, già saremmo a cavallo se la si smettesse di straparlare di c-mf come di una choccante novità che tutto cambia e la si inquadrasse, correttamente e pacatamente, come uno dei campi operativi/strumenti della Strategia.
Giovanni caro, sto leggendo un libriccino interessante del prof Floridi, “la rivoluzione dell’informazione”. Direi che sia proprio un tuo maestro no? ;)
Carissimo Linus, esattamente.
Ti dirò anzi che il mio prossimo (che è “prossimo” da oltre 2 anni però…) paperino tratta proprio della implementazione di una famosa teoria di Floridi all’interno della…
Ma per scaramanzia non vado oltre… sennò va a finire che non lo finisco più
all’interno dell’infosfera?
Diciamo che l’infosfera c’entra ma in senso assiomatico, ecco
In questo mondo silenzioso, tutta la comunicazione è digitata. Per entrare in esso, ci si deve liberare sia del corpo che dell’ambiente circostante e si diviene solo una cosa fatta di parole. Si può vedere quello che i nostri interlocutori stanno dicendo (o che hanno detto di recente), ma non come sono loro fisicamente, né il luogo dove si trovano. Gli incontri in questa città virtuale sono continui e le discussioni variano dagli ambiti sessuali ai programmi di deprezzamento.
Se sia un singolo trillo telefonico o milioni, essi sono tutti connessi fra di loro. Collettivamente, formano ciò che gli abitanti della città virtuale chiamano la Rete. Essa si estende attraverso l’immensa regione dello stato di elettroni, microonde, campi magnetici, luci intermittenti che lo scrittore di fantascienza William Gibson battezzò Cyberspazio. »
Mentre Barlow e l’EFF continuarono nei loro sforzi pubblici per promuovere l’idea dei “diritti digitali“, il termine fu sempre più utilizzato durante il boom di Internet alla fine degli anni novanta.
Mentre il cyberspazio non dovrebbe essere confuso con la rete Internet vera e propria, il termine è spesso usato per riferirsi ad oggetti ed identità che esistono ampiamente all’interno della comunicazione dei network stessa, cosicché un sito web, per esempio, si potrebbe dire metaforicamente che “esiste nel cyberspazio”. Secondo con questa interpretazione, gli eventi che hanno luogo su Internet non sono in atto nei paesi dove si trovano fisicamente i partecipanti o i server, ma “nel cyberspazio”.
Cyberspazio è il “luogo” nel quale sembra accadere una conversazione telefonica. Non all’interno del vostro reale telefono, l’apparecchio in plastica o altro materiale che si trova nella vostra scrivania. Non all’interno del telefono dell’altra persona, che si trova in una qualche altra città. Lo spazio tra i telefoni. …negli ultimi venti anni trascorsi, questo “spazio” elettrico, che era un tempo sottile e scuro e uni-dimensionale – poco più di uno stretto tubo parlante, che si allungava con un filo da telefono a telefono, si è praticamente espanso, schizzando fuori come un gigantesco joker dentro la scatola, la luce lo ha inglobato, sotto forma di luce tremolante dello schermo di un computer. Questo mondo scuro e nascosto rappresentato dal piccolo ricevitore telefonico connesso tramite un filo alla rete si è trasformato in un vasto e fiorente paesaggio elettronico. Dagli anni sessanta, il mondo del telefono è divenuto ibrido con i computer e la televisione, e sebbene non vi sia ancora alcuna sostanza di cyberspazio, nulla che si possa maneggiare, esso ora ha uno strano tipo di fisicità. È buonsenso oggi parlare di cyberspazio come un luogo a sè stante. »
Sono pienamente concorde con silendo
Io, per la verità, avevo qualche incertezza solo sui concetti strategici di spazio e tempo.
Ma sono stato “illuminato” in privato da Silendo sul suo punto di vista… e ci sto ancora riflettendo. Quindi non “cantare vittoria” troppo facilmente, Giovanni. Un mio commento potrebbe essere lì dietro l’angolo (se trovo il tempo per scriverlo, ovviamente!)…
Silendo illumina sempre!
F.
Silendo Lighthouse, insomma…
danni che la “bolla” cyber sta causando in giro
Enormi danni. Tranne che per le società ed i consulenti coinvolti. Carriere fatte sul nulla.
Soprattutto in quei Paesi che storicamente non brillano per cultura strategica.
Tipo!?!?!?
San Marino!!
Sì, sì…. San Marino ed il Vaticano….
Infatti è stato inventato il Cyber …. Maggiordomo .
B.A.
Carissimi
come forse ricorderete da qualche mio post precedente, sono ingegnere delle TLC. Tuttavia, sono totalmente d’accordo con Silendo e con l’articolo del generale Gray. Per dirla in breve : le relazioni internazionali si comprendono leggendo la Guerra del Peloponneso di Tucidide, non con una certificazione CISCO.
E comunque, se fossi nei nostri servizi segreti, terrei molto ben presente che finora un virus informatico non ha ancora ammazzato nessuno , mentre un missile guidato dalle emissioni radio si. Io cercherei di rinforzare la parte sigint/guerra elettronica. Niente di strategico ma uno strumento utile quando serve (Dudaev docet).
Saluti
Nemo
Concordo.
http://www.corriere.it/tecnologia/12_novembre_21/hacker-americano-entra-nei-computer-dell-eliseo_1c1f2a2e-3422-11e2-a480-b74fe153b15c.shtml
Buondì a tutti, scusate l’intrusione ma qualcuno mi ha consigliato di rendere pubbliche le mie idee, quasi un ‘offerta che non potevo rifiutare
riprendendo il discorso del Mitico Colin Gray… il quale in sintesi affronta ”l’affare cyber” da un punto di vista critico soprattutto per quanto riguarda un punto centrale: ci sono troppi tecnici e pochi strateghi nella e della V dimensione.
La tecnica per dirla con Schmitt rischia di diventare tecnocrazia quando da oggetto diventa soggetto delle relazioni umane e il punto fondamentale che secondo me inquadra Silendo riportando lo scritto del prof. Gray è che “cyber power in its turn will be mastered strategically, and seen for what it is, just another (fifth) quasi-geographical domain of warfare”
Un’altro dominio quindi di quella attività umana che come direbbe Aron distingue le relazioni sociali dalle relazioni internazionali: la guerra.
Il cyber warfare ha bisogno quindi di un pensiero strategico capace di far emergere il ruolo fondamentale di una strategia appunto che “imbrigli” questo nuovo dominio alle “logiche della guerra e della pace” come direbbe il Professor Luttwak ;)
L’effetto “wow” non fa altro che aumentare un’enfasi del tutto esagerata che così facendo distoglie risorse sia mentali che materiali dal vero obiettivo principale degli Attori Statali: proteggere i propri cittadini ed espandere la propria ricchezza, in poche parole Sicurezza e Grand Strategy.
Tale effetto rischia di far diventare il cyber space una rappresentazione fattuale dell’onnipresenza tecnica. I tecnici sono utili; ma in guerra la strategia è dettata dalle capacità personali piuttosto che dalle capacità tecnologiche le quali fungono tuttalpiù da supporto.
Ottimo consiglio.
Davide
Ma per caso sei un Allievo del Maestro?
Porti il suo Verbo. Diffondi la Verità
Grazie, Davide!
Luigi
Dipende chi intendi per Maestro
il Vangelo del mio Maestro impone questi due dogmi che oramai per noi Allievi sono diventati un mantra!!!
Il Maestro è solo Lui: Silendo!
E chi se non lui?
Comunque il Maestro è una fonte interminabile di consigli…una specie di oracolo!
Adesso tocca a te fare l’oracolo e la domanda è la seguente: parlare di strategia in una dimensione virtuale è un azzardo da un punto di vista tradizionale del termine oppure anche il concetto di strategia dovrà adattarsi al nuovo global common?
Alfiere, la domanda era rivolta a me?
of course…come direbbero oltremanica!
Ok, ma è più indicato Silendo che ha fatto studi avanzati anche su questo argomento.
Mi chiedi se è azzardato parlare di strategia in questo campo? No che non lo è. Come potrebbe?
Nel campo virtuale operano esseri umani e la strategia riguarda l’agire umano per cui anche nel campo virtuale sotto questo aspetto non c’è nulla di nuovo.
Bisogna ragionare strategicamente. Mutano elementi tecnologici ma non l’essenza strategica della relazione tra attori coinvolti.
Nulla di più vero
Concordo con te, soprattutto se prendendo come esempio il caso Stuxnet attraverso il quale emerge ovviamente una lezione fondamentale: senza ”l’agire umano” non avrebbe prodotto i propri effetti, quindi sia nella dimensione operativa che in quella ampiamente strategica, il fattore umano è fondamentale anche se si agisce in una dimensione virtuale che poi tanto virtuale non è visto che è un prodotto puro dell’agire umano!
Maestro Silendo aspettiamo tue illuminazioni

Caro Alfiere, scusa, mi era sfuggito il tuo invito
Rimando ad un prossimo post (spero di riuscire a scriverlo a breve, causa impegni sovrastanti). Nel frattempo la mia posizione è quella già espressa in questo post e dallo stesso Davide.
C’è un po’ di approssimazione sull’argomento. Sia per difetto di riflessione strategica sia per la presenza di interessi, aziendali e mediatici.
Sono d’accordo con Allegra Brigata, l’essenza della strategia rimane la stessa. Proprio in questi giorni sto leggendo la Guerra del Peloponneso di Tucidide e sto toccando con mano come poco sia cambiato di allora in termini di strategia pura.
Detto questo, l’elaborazione di una strategia non è un processo astratto, ma si basa su elementi forniti da discipline che stanno più in basso.
Per esempio, se la metodologia di ragionamento strategico che emerge dalle storie di Tucidide non è sostanzialmente cambiata rispetto a quella dei giorni nostri (leggendo il libro I, paragrafi da 89 a 93, si notano similitudini , nella discussione tra Spartani ed Ateniesi sulla necessità di ricostruire le mura di Atene che ricordano la dialettica Russo-Americana sullo scudo spaziale), è vero che sono cambiate la tecnologia tutte le altre scienze che elaborano le previsioni che alimentano il ragionamento strategico. Quindi direi che una innovazione tecnologia di per sè non cambia la strategia in sè, ma può cambiare il quadro strategico.
Ora, assumiamo di essere concordi sul fatto che la “strategia” in quanto tale è cambiata poco, la domanda potrebbe essere formulata nella seguente maniera: le possibilità offerte dal cyber-spazio, cambiano il quadro strategico?
Secondo me, molto meno di quanto si possa pensare. Ci sono fattori (potenza militare hard, peso economico, peso demografico) che continueranno a pesare e il quadro delle relazioni internazionali sarà mutato dalle guerre cyber molto meno di quanto si possa pensare.
Saluti
Nemo Profeta