24 Responses

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    rottamato at |

    personalmente non sono favorevole ad un aumento delle competenze del copasir ( ingerenza?? ? )
    non mi sono mai fidato della tenuta della riservatezza dei parlamentari.
    assisteremo ad un nuovo braccio di ferro e ad un altro rimescolamento di carte, ma quando si fermeranno queste  e le agenzie potranno lavorare ed il personale trovare un minimo di serenità??? quanti altri anni ci vorranno per riconquistare un accettabile livello di efficienza e di credibilità??? temo non pochi, almeno 10/15 e spero sinceramente di sbagliarmi.
    saluti a tutti. 

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    Anonimo at |

    ma come si sposa la strategia di riassetto…il cui scopo principale è il risparmio, e questo si è capito….con l’esigenza di maggior inteligence espressa dal ministro cancellieri???…insoma che faranno???  taglieranno personale…mezzi…oppure?

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    rottamato at |

    mi riferivo anche a quello, quale miglior sistema per interferire che disporre ispezioni che, di fatto, inceppano il sistema? non si tratta di desiderio di celare chissà quali strani comportamenti o nullafacenti, ma proprio di questo,

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    barry lyndon at |

    “…ispezioni che, di fatto, inceppano il sistema…”.

    Caro rottamato, mi rendo conto che le attività ispettive non sono mai particolarmente gradite :) e che, inevitabilmente, rallentano le attività dell’organismo sottoposto a controllo ispettivo.

    Lasciami dire, però, che la funzione ispettiva (e non mi riferisco solo a quella prevista in ambito Sisr), se svolta serenamente ed in modo costruttivo, è fondamentale per verificare il corretto e regolare funzionamento di una struttura organizzata, nonchè per individuare eventuali distorsioni, criticità, inefficienze.

    Qualsiasi organismo, pubblicato o privato, deve necessariamente avere al suo interno (o far ricorso a soggetti terzi) per sottoporre a continuo controllo le proprie attività, le proprie procedure, l’impiego delle proprie risorse, i risultati conseguiti, etc.

    Senza controllo non può essere esercitata (e non potrà mai esserlo) una effettiva funzione di comando/direzione. 😉

    Il problema è che in Italia – e qui devo necessariamente avvicinarmi alla tua riflessione e parzialmente condividerla – spesso l’esercizio della funzione ispettiva è affidata a soggetti che non hanno reali competenze/esperienze nel settore specifico in cui la funzione stessa si esplica. Oppure, nell’ipotesi peggiore, la funzione ispettiva vine gestita ed esercitata come “esplicazione di un centro di potere” e finalizzata solo ed esclusivamente a divenire strumento sanzionatorio e di pressione. In questi casi, purtroppo, le attività ispettive “…, di fatto, inceppano il sistema“.

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    Linus at |

    Parlare di inceppamenti, ingerenza et similia, caro rottamato, significa volare davvero basso…

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    rottamato at |

    caro barry, mi riferivo proprio a ciò che evidenziavi tu, pur essendo d’accordo sula indispensabilità dei controlli, forse per averne visto qualcuno e forse  per questo volo basso, caro linus.

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    Nathan Muir at |

    buongiorno.

    penso che l’articolo, insieme alla mozione al Senato sulla c.d. ‘cyber-strategy’ sia un timido passo per rivedere lo strumento SIGINT ed in particolare trovare la giusta collocazione al RIS..
    buon lavoro

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    babilonia at |

    Ciao Nathan! tempo fa avevi pronosticato che prima dell’estate ci sarebbero stati nuovi ingressi a seguito della fuoriuscita di pensionandi e rottamati, hai qualche aggiornamento in merito?….occorre davvero attendere fino a dicembre come sostiene qualcuno?
    un saluto
    Babilonia

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    Nathan Muir at |

    x ora….stand by in attesa degli eventi futuri…nuovi riassetti rideterminano nuove strategie….

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      Anonimo at |

      Caro Nathan, ma lo stand by da te indicato quindi, credi troverà sfogo prima o poi e in quale periodo?

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        Anonimo at |

        Anonimo appena sopra: nel caso tu sia in attesa di comunicazioni, mi viene solo da dirti: mettici santa pazienza. E’ un po’ snervante e fa anche sentire un po’ a disagio (nel senso che fa specie un potenziale datore di lavoro che fa aspettare mesi se non anni per dare un’idea di quand’è la prossima puntata, soprattutto se sei abituato a essere richiamato in tempo zero perchè sei bravo), ma mi sembra di capire che le circostanze siano tali da non potersi aspettare niente altro. Senz’altro serve un piano B ma a occhio e croce tutti coloro che sono stati chiamati illo tempore per colloquio hanno già un lavoro – non servivano un tot di anni di esperienza anche solo per far domanda? E allora stai tranquillo, continua a fare il tuo lavoro, cercane un altro se quello che fai non ti soddisfa, e poi se da un giorno all’altro cambia tutto deciderai. Se pensi che sia una priorità aspettare non prendere decisioni drastiche, ma non ti far prendere dall’ansia. Dai senso ogni giorno a quello che fai e poi se le cose girano per il verso giusto bene, se non lo fanno non sarai rimasto appeso senza far niente.
         

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          Anonimo at |

          La curiosita’ e’ femmina, non e’ una novita’. E poi stavo stuzzicando la vena ludica del padrone di casa il quale ama non solo scommettere, bensì vincere su cio’ che scommette. La mia curiosità, ovvero come mai si parla in queste pagine di giugno/dicembre, non e’ dovuta ad alcuna ansia, ma solo ad una grande ambizione di crescere. Infine, Anonimo di cui sopra, grazie per la notizia di cui non ero al corrente, ovvero che le selezioni sono già state avviate. Buona serata.

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    libero pensatore at |

    Scusate il Copasir è formato da politici di tutti gli schieramenti. Facile intuire che la poco tenuta della riservatezza dei parlamentari, pronti a vendersi al migliore offerente, farebbe del Comparto Sicurezza un colabrodo.
     

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    Fiore at |

    E per quanto riguarda l arruolamento, come mai ci sono ancora personaggi che indicano soggetti da “far entrare”? Spero davvero che qualcosa cambi sul serio.

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    Pinocchio at |

    Concordo appieno con Libero Pensatore. Considerando che più della metà degli attuali parlamentari ha all’attivo almeno una condanna, tirate un po’ voi le somme su come si ridurrebbe il comparto. Dire uno scempio è essere ottimisti!!! Spero proprio che la neo Autorità Delegata leggai le nostre considerazioni e non permetta un siffatto stillicidio Diamo pure al Copasir il ruolo previsto dalla legge ma assoluatamente non diamogli dettagli operativi, sarebbe la fine del sistema!
    Tali info devono essere poste a conoscenza esclusiva dell’Autorità Delegata e del PDC, punto e basta! Ricordo a tutti che un segreto non è più tale già dal momento in cui ne viene a conoscenza un’altra persona oltre a quella che lo ha generato.
    Un saluto
    Babilonia 

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    Linus at |

    “sarebbe la fine del sistema!”…mi vengono i brividi.
     E’ scritto nella profezia dei Maya?  :)

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    Anonimo at |
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    Anonimo at |

    COMMISSIONE I
    AFFARI COSTITUZIONALI, DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E INTERNI
    Resoconto stenografico
    INDAGINE CONOSCITIVA

    Seduta di mercoledì 23 maggio 2012
    Pag. 2PRESIDENZA DEL PRESIDENTE DONATO BRUNO
    La seduta comincia alle 14,10.
    (La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente).

    Sulla pubblicità dei lavori.
    PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l’attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso, la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati e la trasmissione diretta sulla web-tv della Camera dei deputati.

    Audizione del Direttore dell’Agenzia informazioni e sicurezza interna (AISI), Generale Giorgio Piccirillo.
    PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sui recenti fenomeni di protesta organizzata in forma violenta in occasione di manifestazioni e sulle possibili misure da adottare per prevenire e contrastare tale fenomeno, l’audizione del direttore dell’Agenzia informazione e sicurezza interna (AISI), generale Giorgio Piccirillo.
    Ringrazio, a nome mio e di tutta la Commissione, il prefetto Giorgio Piccirillo per la sua disponibilità e gli do la parola.
    GIORGIO PICCIRILLO, Direttore dell’Agenzia informazioni e sicurezza interna (AISI). Grazie, presidente. Buongiorno a tutti. Se me lo consente, presidente, leggerei la relazione che ho preparato, in modo da poter fornire quanti più elementi possibile di informazione. Resterò, poi, a disposizione per le eventuali domande che si riterranno opportune.
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    Esaminerei innanzitutto l’atteggiamento del movimento antagonista nel contesto del disagio sociale. Le componenti del dissenso antagonista hanno individuato nell’attuale congiuntura, segnata dai negativi effetti della crisi finanziaria sul piano produttivo e occupazionale e dalle trasformazioni sociali che stanno interessando in particolare il mondo del lavoro, una favorevole opportunità per intensificare l’attività contestativa. Di fatto, rivolte e pulsioni antigovernative hanno segnato nell’ultimo anno il quadro internazionale, innescando un’onda emulativa che ha raggiunto anche nel nostro Paese alcuni momenti di elevata conflittualità di piazza, culminati nel Global Day romano del 15 ottobre scorso, sfociata in gravi incidenti e devastazioni.
    Il dibattito avviato negli ambienti antagonisti all’indomani di tale manifestazione ha, però, evidenziato dissidi e divergenze in merito a modalità e strategie della protesta, determinando la sostanziale spaccatura del movimento e inficiando i tentativi di conferire spessore e unitarietà alla mobilitazione anticrisi.
    Il panorama antagonista risulta oggi riconducibile a tre principali aree, schematizzabili nel seguente modo.
    Vi è un’area moderata attestata su posizioni pacifiche e non violente, intenzionata a canalizzare la conflittualità sociale in azioni di protesta diversificate e in manifestazioni nei territori, con l’obiettivo di avviare un’ampia mobilitazione popolare, considerata massima espressione di democrazia partecipativa. In questo contesto rientrano tutti i movimenti Occupy, che rappresentano un po’ l’emulazione degli indignados spagnoli.
    Vi è poi una posizione intermedia, che predilige interventi finalizzati a ottenere visibilità e consenso, determinata, pertanto,
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    a innalzare il livello della protesta, ma senza il ricorso ad azioni estreme, considerate controproducenti per l’immagine del movimento.
    Infine, vi è una componente radicale, in cui confluiscono trasversalmente gruppi marxisti-leninisti, militanti autonomi e frange anarco-insurrezionaliste, su una direttrice d’azione finalizzata a esprimere la propria indignazione con ogni mezzo, non escludendo il ricorso a pratiche violente e distruttive. In tale contesto, ovviamente, l’area anarchica partecipa sovente alle manifestazioni di piazza con iniziative spontanee e individuali – a prescindere dai contenuti politici – individuando nell’attuale congiuntura condizioni generali particolarmente fertili per la rivolta, che riverserà nella strada la rabbia degli sfruttati e dei sottomessi.
    In vista di un’ulteriore fase conflittuale generata dalla crisi, spazi per il superamento dei contrasti e la ricomposizione di un fronte comune sono stati individuati nell’azione a livello locale. Vorrei richiamare il concetto del frazionamento che si è avuto dopo il 15 ottobre all’interno del movimento antagonista, perché sono state messe in discussione le procedure seguite nel corso di quella manifestazione, la mancanza di coordinamento, che ha determinato lo sfaldamento dei diversi gruppi, e, quindi, in sostanza, la delusione da parte di chi si aspettava da quell’occasione una crescita anche politica, con una visibilità estremamente concreta di alcune componenti dell’antagonismo.
    Fallito questo tentativo di aggregazione a livello nazionale, si è puntualizzata l’attenzione sulle manifestazioni a livello locale, cioè sulle manifestazioni di dissenso legate a problematiche di portata limitata o geograficamente riferibili a specifici territori.
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    Anche in passato la localizzazione delle lotte ha consentito lo sviluppo di campagne territorialmente circoscritte, ma di potenziale valenza generale, rivolte alle tematiche antimilitariste e antimperialiste, alla salvaguardia dell’ambiente e alla lotta contro le politiche repressive.
    A fattor comune, tuttavia, nell’ambito dei diversi ambienti d’area, come alleanze e strategie disegnate e perseguite a livello locale, ancora non si sono prodotte convergenze comuni in grado di saldare le istanze del mondo del lavoro e le proteste sociali del territorio. Anche a livello locale, quindi, a oggi non esiste un coagulo di queste forze antagoniste.
    Secondo la pubblicistica d’area, il complessivo clima politico ed economico a livello nazionale e internazionale accredita la necessità di forti misure anticrisi anche a prescindere dal loro effetto sulle fasce più deboli, genera rassegnazione ad accettare i gravosi provvedimenti e imbriglia lo sviluppo di un conflitto sociale forte e organizzato.
    Tuttavia, hanno incominciato a registrarsi negli ultimi mesi forti pulsioni rivendicative, soprattutto da parte di alcune categorie interessate dai provvedimenti di liberalizzazione, sfociate in proteste locali e in manifestazioni di ampio richiamo che hanno prodotto negativi effetti sulla regolarità del traffico e sulla distribuzione delle merci sul territorio nazionale, alimentando incertezze in un contesto civile preoccupato dalle complesse dinamiche della critica fase economico-produttiva.
    Per esempio, in tale quadro ha assunto un rilievo particolare la protesta degli autotrasportatori in Sicilia, innescata dal movimento dei Forconi e da Forza d’urto, che ha determinato, oltre un mese fa, seri problemi di gestione del traffico di rifornimento dei beni primari. Tali movimenti hanno dichiarato che il prossimo 28 maggio riprenderanno
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    questo tipo di attività, con le medesime modalità, ossia gli stessi blocchi sulle strade siciliane, probabilmente tentando di esportare al di fuori della Sicilia tali procedure.
    Si tratta di procedure che le formazioni antagoniste hanno apprezzato in modo particolare, con specifico riguardo alla mobilitazione che, pur se settoriale e corporativa, ha riprodotto la strategia antagonista dei blocchi a oltranza in luoghi strategici, compendiata nel cosiddetto modello Auckland, sperimentato negli Stati Uniti nel porto di San Francisco nel novembre 2011 e riassunta nella pubblicistica di settore con lo slogan «Fermare i territori per fermare l’economia».
    È verosimile che i più marcati effetti della difficile congiuntura e delle contromisure adottate sull’occupazione, i redditi familiari e il tessuto imprenditoriale eleveranno la percezione di disagio sociale, generando sacche di sfiducia nei confronti dell’efficacia dei provvedimenti di risanamento, da cui potrebbero promanare anche spontaneamente ulteriori azioni di protesta a livello locale o settoriale, comunque strumentalizzabili dalle formazioni dell’estremismo politico.
    In particolare, potrebbero diffondersi focolai di conflittualità spontanea animati dal malcontento di una vasta gamma di strati sociali in cui si inseriscono, per esempio, le rivendicazioni del lavoro autonomo. La conflittualità potrebbe intensificarsi ove si radicasse la convinzione che proteste irrituali e fortemente onerose per la collettività consentono di ottenere le concessioni richieste.
    Questo clima di nuova spontaneità rivendicativa potrebbe attirare gruppi dell’antagonismo, già territorialmente organizzati per intercettare il dissenso e incanalarlo verso ambiti di elevata conflittualità.
    Al momento, nei territori i gruppi dell’antagonismo hanno seguito con attenzione le diffuse proteste a carattere corporativo
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    o localistico promosse da categorie o da persone che si sono sentite maggiormente penalizzate e hanno sostenuto le forme di conflittualità tipica – presìdi sui tetti, azioni simboliche – in cui la protesta di poche persone, sviluppata in strutture o luoghi simbolo del conflitto, si rivela capace di intercettare l’interesse della politica e della società.
    Infine, hanno indirizzato proteste vivaci anche contro forze politiche ritenute non sufficientemente impegnate nella difesa di bisogni emergenti, nonché contestazioni nei confronti di esponenti dell’Esecutivo o di personaggi del contesto istituzionale in occasione di interventi in realtà territoriali connotate da forte presenza di estremismo politico.
    In alcuni casi episodi di conflittualità sociale inizialmente circoscritti all’ambito locale hanno cominciato a estendersi progressivamente al contesto nazionale. In questo quadro si inseriscono i numerosi episodi di stampo intimidatorio e le iniziative dimostrative registrati negli ultimi mesi nei confronti di strutture, sedi e rappresentanti di alcuni obiettivi elevati a simbolo della crisi economica, tra cui gli istituti di credito, considerati massima espressione della finanza speculativa, e soprattutto la società Equitalia, divenuta emblema delle politiche vessatorie governative in tema fiscale.
    La società Equitalia nell’attuale scenario rappresenta un obiettivo del conflitto antifiscale, che si estende trasversalmente alle diverse espressioni del dissenso antagonista (sia di destra, sia di sinistra), a formazioni eversive e a gruppi clandestini, ma anche a privati cittadini, spinti da motivazioni personali, sostanziando una forma di contestazione di particolare radicalità, con sfumature che vanno dalla protesta sociale al vero atto di terrorismo.
    Emblematici al riguardo sono il pacco bomba inviato nel dicembre scorso al direttore generale dell’azienda dal cartello
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    anarco-insurrezionalista della Federazione anarchica informale, nonché l’attentato incendiario perpetrato la notte del 12 maggio a Livorno con il lancio di due bottiglie molotov contro l’ingresso di una sede del gruppo.
    Negli ultimi tempi tra le componenti del movimento antagonista si evidenzia una rinnovata disponibilità al confronto sulla base della comune opposizione alla manovra di risanamento intrapresa dall’Esecutivo, concentrando l’impegno su alcuni prioritari ambiti di intervento individuati nel principio cardine del non pagare il debito pubblico e nella difesa dei beni comuni.
    Tuttavia, alcune iniziative nazionali degli ultimi mesi – che non hanno riscosso il successo auspicato in termini di partecipazione e di visibilità – testimoniano ancora le scarse capacità di mobilitazione del fronte antagonista, soprattutto in relazione alla possibilità di promuovere proteste di massa trasversali e unitarie.
    Anche i tentativi da parte di formazioni dell’estremismo operaista di matrice marxista-leninista di inserirsi strumentalmente nelle vertenze occupazionali, soprattutto in aziende del Centro-Nord, non hanno dato fino a oggi riscontri positivi.
    Non si esclude, tuttavia, che nel contesto della campagna antagonista per il reddito e per i diritti, partendo dalla critica del sistema capitalistico, possano svilupparsi contestazioni in singole realtà aziendali volte a strumentalizzare il malcontento dei lavoratori.
    Negli stessi ambienti dell’antagonismo continua, quindi, a evidenziarsi un diffuso pessimismo sull’attuale possibilità di esprimere a livello nazionale proteste di forte catalizzazione politica per trasformare il dissenso dei diversi ambiti rivendicativi in unitaria opposizione sociale. Ovviamente accelerazioni potrebbero verificarsi ove l’Esecutivo fosse costretto a
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    intervenire sul fronte economico con una nuova manovra finanziaria o dovesse assumere provvedimenti, soprattutto in tema occupazionale, ritenuti lesivi degli interessi dei lavoratori.
    Ciò, infatti, potrebbe attrarre alla mobilitazione di piazza i grandi numeri e consentire l’inserimento strumentale di gruppi o di soggetti determinati ad alzare il livello dello scontro. In particolare, ambienti dell’antagonismo operaio e gruppi della sinistra più radicale che continuano a teorizzare la validità rivendicativa dalla violenza potrebbero approfittare della massa critica attratta alla protesta quale terreno fertile per strategie di infiltrazione che portino la piazza verso il ribellismo che ha caratterizzato l’assedio al Parlamento del 14 dicembre 2010 e la manifestazione contro la crisi del 15 ottobre 2011.
    In linea generale sia le proteste parcellizzate sul territorio, sia le mobilitazioni di rilievo nazionale comportano il rischio di derive radicali, in quanto consentono potenzialmente strategie di insinuazione, fornendo occasioni per eludere l’emarginazione di ogni tendenza violenta.
    Tra i principali fronti di lotta oggi aperti si segnalano la protesta dei comitati antidiscarica, particolarmente attivi nel territorio campano, ma avviati anche nel Lazio, dove dall’autunno scorso è in atto una mobilitazione popolare contro la prevista apertura di nuovi siti di smaltimento.
    Vi è poi la motivazione principe, la mobilitazione contro il treno ad alta velocità in Val di Susa, che continua a rappresentare un focolaio di tensione a livello territoriale. Effettivamente, di recente si è assistito a un improvviso innalzamento dei toni della protesta della valle nei primi mesi dell’anno a causa di alcuni fattori esterni, tra cui gli arresti di attivisti e di sostenitori no TAV e soprattutto l’incidente occorso a un militante storico del movimento, caduto da un traliccio, che
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    hanno fornito nuovo impulso alla mobilitazione, innescando disordini e scontri e favorendo lo sviluppo della protesta sull’intero territorio nazionale.
    A conferma di quanto accennavo in precedenza, queste manifestazioni di dissenso anche violento restano a livello locale fino a quando non trovano un motivo di aggregazione che giustifichi l’estensione della protesta sul territorio nazionale, come accaduto – per esempio – dopo la ricordata caduta dal traliccio di un militante del movimento no TAV, che ha prodotto blocchi e agitazioni in tutte le città italiane. La lotta contro l’alta velocità, già connotata in chiave ambientalista e antigovernativa, ha assunto, pertanto, anche un significato antirepressivo, acquisendo una valenza generale.
    Anche la mobilitazione in Val di Susa sta attraversando una fase di momentanea difficoltà, a causa soprattutto dell’eterogeneità del fronte no TAV, in cui agiscono comitati popolari, componenti antagoniste radicali e frange anarco-insurrezionaliste nel contesto locale e nazionale, ferma restando la presenza di un nocciolo duro all’interno del movimento, costituito da poche centinaia di persone – cittadini della valle, antagonisti, libertari, anarchici e squatter – che intendono difendere il territorio da qualsiasi tentativo di usurpazione.
    Nel frammentato panorama anche un nuovo episodio eclatante e inaspettato potrebbe porre in secondo piano le attuali divergenze e, attesa la consistente presenza nella valle di elementi propensi alla lotta violenta, innescare un’improvvisa accelerazione della protesta.
    In tale contesto va evidenziato il ruolo trainante delle frange insurrezionaliste, che hanno partecipato attivamente alle proteste no TAV, determinate a estendere l’ambito contestativo della mobilitazione contro l’alta velocità al tema della crisi economica, ampliandone l’asserito portato insurrezionale.
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    Del resto, finora i gruppi insurrezionalisti si sono mossi in duplice e parallela prospettiva, sia partecipando alle manifestazioni di piazza per infiltrare il legittimo dissenso e indirizzarlo verso derive violente, sia praticando l’azione diretta contro simboli dello Stato e del capitale. Si registra, tuttavia, come il Nucleo Olga della Federazione anarchica informale – che si è dichiarato responsabile del recente attentato al dirigente dell’Ansaldo Adinolfi – pur citando su Finmeccanica brani tratti dalla produzione documentale di alcuni gruppi insurrezionali del Nord Italia presenti anche nelle proteste in Val di Susa, critichi le loro sterili manifestazioni.
    In sostanza anche all’interno del fronte anarco-insurrezionalista si sta verificando una spaccatura: coloro che secondo l’idea classica dell’anarchia pensavano di poter far crescere dal basso la protesta popolare fino a portarla all’insurrezione vengono criticati e definiti «cittadinisti» dall’ala estrema del movimento anarchico, che, invece, ritiene necessario passare all’azione violenta e all’aggressione diretta, come, in effetti, è stato fatto nel caso Adinolfi.
    La Federazione anarchica informale oggi rappresenta l’elemento più caratterizzante del fenomeno eversivo, contestativo e antagonista e, quindi, è probabilmente opportuno delineare alcuni caratteri che oggi sono propri di questa organizzazione.
    Se i contenuti dello scritto di rivendicazione del ferimento Adinolfi da una parte rimarcano le note divergenze e diffidenze che da tempo attraversano i circuiti nazionali dell’anarchismo insurrezionale, dall’altra confermano le principali linee di tendenza ideologiche e operative individuate nell’attuale fase del fenomeno eversivo, per esempio l’internazionalizzazione della lotta, a partire dalla speciale sintonia sviluppata con omologhi ambienti ellenici.
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    C’è un nutrito scambio ideologico tra anarchici italiani e anarchici greci, con documenti specifici, con espressioni di solidarietà per i rispettivi atti violenti, con condivisione delle politiche scelte soprattutto da parte degli anarchici italiani nei confronti degli anarchici greci, che sono partiti per primi con la manifestazione di violenza diretta e di aggressione nei confronti dei rappresentanti delle istituzioni greche.
    Vi è poi la determinazione a diversificare e a innalzare il livello di intervento, includendo il ricorso alle armi e l’attacco diretto alla persona. L’episodio di Genova era un episodio ideologicamente già annunciato. I documenti dei mesi precedenti contenevano già richiami a questo cambiamento, a questo voler scegliere una linea diretta di azione in emulazione ad altri fenomeni del passato, ma che dimostrano come si sia creata un’area grigia che oggi è difficile distinguere come transizione tra il fenomeno brigatista e il fenomeno anarchico. In quest’area grigia hanno trovato spazio spunti ideologici inneggianti alla violenza diretta, alla violenza personale.
    Vi è poi l’inserimento, tra i fronti di intervento privilegiati, della difesa dell’ambiente e dell’opposizione al dominio tecnologico. In sostanza, la Federazione anarchica nelle sue variegate componenti ha condotto tutta una serie di attacchi ideologici agli esponenti del mondo tecnologico nazionale, alle aziende di evoluta tecnologia nazionale, a tutto il contesto che, secondo la loro visuale, è responsabile comunque di un danno arrecato all’umanità e all’ambiente, con le trasformazioni che la tecnologia riesce a importare.
    Accanto a tali aspetti, però, l’agguato di Genova introduce altri elementi di novità. Mi riferisco, in particolare, alla premeditazione, alla preparazione e alle modalità esecutive, che si distaccano dalla prassi spontaneista caratteristica del movimento anarchico denotando un’organizzazione allestita
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    nella circostanza, il che è contro ogni logica anarchica, perché la struttura anarchica si vanta di non essere un’organizzazione, di non avere una linea gerarchica e di basarsi su uno spontaneismo totale che sopperisce a qualsiasi tipo di organizzazione.
    Nel caso specifico, invece, abbiamo assistito necessariamente a un’organizzazione: c’è stato il furto della moto, ci sono stati sicuramente ripetuti sopralluoghi per verificare i comportamenti della vittima, c’è stata la fuga, c’è stata la rivendicazione, gesti che denotano una premeditazione e un’organizzazione.
    Nel documento rivendicativo, a conferma di quell’appartenenza all’area grigia di cui parlavo, per la prima volta vengono citati dall’area anarchica i nominativi di esponenti di gruppi terroristici d’area attivi negli anni Settanta e Ottanta, a conferma del fatto che si vuole tornare, dal punto di vista dell’aggressione, a quel tipo di violenza.
    Per valutare le dinamiche e la progressione della minaccia specifica l’attenzione informativa è, quindi, rivolta all’andamento e agli esiti delle discussioni interne del movimento anarchico-insurrezionalista, sui quali potrebbe avere rilevante incidenza l’esito della manovra di contrasto in atto.
    In ogni caso, probabilmente assisteremo a una fase, anche se breve, di minore attivismo perché – come è ormai prassi consolidata – dopo l’episodio di violenza l’organizzazione e gli appartenenti ai gruppi mantengono un profilo molto basso in quanto si aspettano la reazione investigativa, ossia la reazione dello Stato.
    Dopo questa fase ci sarà una graduale ripresa dell’offensiva delle sigle FAI, nuovi attacchi a obiettivi indicati nei recenti documenti, ossia gli obiettivi in Italia rappresentativi dello Stato greco, per solidarietà con le cellule di Cospirazione di
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    fuoco greche, che sostengono le posizioni degli anarchici italiani; quindi, è da supporre che siano a rischio gli obiettivi greci in Italia, come potrebbero essere a rischio gli obiettivi italiani in Grecia.
    A tali obiettivi, si aggiunge tutta la galassia Finmeccanica, che in questa circostanza viene a essere indicata in tutte le sue componenti come obiettivo fondamentale quanto meno dell’attacco ideologico, ferme restando le vecchie caratteristiche dell’aggressione ideologica anarchica, finalizzata alle Forze dell’ordine e all’apparato giudiziario, alle strutture di sfruttamento e alle risorse energetiche, alle Forze armate, alle imprese e agli armamenti, alle forniture belliche, agli istituti di credito, alle strutture di gestione e indirizzo della politica economica, agli enti finanziari, alle banche, agli uffici di esazione, a tutto il mondo che, in questo momento di particolare congiuntura economica, viene a essere privilegiato, quasi alla ricerca del dissenso delle popolazioni nei confronti di questa situazione.
    Infine, spendo pochissime parole sul circuito brigatista, che rimane pur sempre un elemento da considerare. Malgrado la matrice anarco-insurrezionalista dell’attentato di Genova, i circuiti di ispirazione brigatista hanno salutato con favore questo episodio. Velleitari progetti di abbattere il sistema continuano, infatti, ad animare esigui settori del marxismo-leninismo rivoluzionario e le dichiarazioni rese nel corso del processo dai brigatisti arrestati nel 2007 dimostrano quale partecipazione ci sia ancora dal punto di vista ideologico. Essi considerano ovviamente le tensioni derivanti dalla crisi come una favorevole opportunità per rilanciare l’iniziativa combattente.
    È allora ipotizzabile che in tali ristretti ambiti trovino slancio tentativi di aggregazione delle forze residue e di
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    reclutamento di nuove leve per riavviare i programmi eversivi. Inoltre, potrebbero verificarsi azioni, anche di non elevato spessore e rivendicate da sigle inedite, finalizzate a mantenere alta la tensione e a verificare l’eventuale risposta o chiamata di altre componenti propense a intraprendere percorsi di lotta armata.
    È da attendersi, infine, nel quadro della ripresa del fenomeno anarco-insurrezionalista, un incremento di documenti minatori apocrifi, sia confezionati a imitazione della produzione FAI, sia ispirati al linguaggio dei gruppi degli anni di piombo. In questi giorni, per esempio, il 15 maggio è pervenuto un volantino a un quotidiano calabrese con intestazione e firma FAI (Fronte rivoluzionario internazionale), Nucleo Olga, dichiarato inattendibile per la configurazione e per la composizione grafica, che, però, formula minacce al presidente di Equitalia Sud e al Presidente del Consiglio e che si inserisce in questo contesto di emulazione dell’azione sviluppata dalla cellula anarchica.
    C’è poi un documento siglato NGAP, la cui interpretazione non è univoca, perché non è stata fornita dagli autori. Potrebbe essere Nuovi gruppi di azione proletaria o Nuovi gruppi di azione partigiana. La sigla GAP è una sigla che ritorna storicamente dagli anni Settanta e che ha lasciato il segno.
    Questa sorta di emulazione potrebbe voler indicare il tentativo di inserirsi in un dibattito ideologico o addirittura in un contesto operativo di nuovi gruppi che non hanno ancora le potenzialità per poter operare direttamente e che si esprimono attraverso le sigle.
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    Ovviamente, pur non integrando concreti profili di rischio, questi gesti appaiono meritevoli di attenzione, in quanto mirano ad accreditare la diffusione di realtà sovversive e innalzare così il clima di allarme.
    Presidente, avrei terminato la mia relazione. Sono a disposizione per le domande.
    PRESIDENTE. La ringrazio molto e le chiederei, se possibile, di avere la sua relazione, in modo da renderla disponibile anche ai colleghi.
    Do la parola ai deputati che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.
    EMANUELE FIANO. La ringrazio, direttore; ovviamente, in ragione del suo incarico, le questioni più interessanti saranno – immagino – quelle che non ha potuto riferirci. Sarebbero le più interessanti da sentire.
    Ho tre domande. La prima riguarda i numeri di fronte a cui ci troviamo, rispetto ai quali vorremmo farci un’idea più precisa. Lei ha parlato di tre fasce che articolano, in generale, un’area di protesta verso la situazione sociale ed economica. Con riferimento alla terza, quella maggiormente investita dai fenomeni che possono diventare insurrezionalisti e di protesta più violenta, vorrei capire a che numeri ci troviamo di fronte. Oltre all’area più movimentista, a quella che partecipa di più anche a manifestazioni di massa, vorrei conoscere i dati che riguardano coloro che hanno preso la strada, per esempio, rappresentata dall’aggressione e dalla gambizzazione dell’ingegnere Adinolfi.
    La seconda domanda, che forse riguarderebbe più il legislatore, riguarda la fattispecie del fronte anarco-insurrezionalista. Come lei ha ben spiegato, si tratta di un’organizzazione politica che, per sua natura o per cultura politica, è
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    meno strutturata di altre forme del terrorismo che abbiamo conosciuto nei decenni scorsi, proprio perché l’anarchismo sceglie la «non strutturazione». Domando se i dispositivi di legge che abbiamo oggi a disposizione – penso in particolare a un articolo del codice penale molto utilizzato sia per i fenomeni mafiosi, sia per i fenomeni del terrorismo, cioè quello che disciplina il reato associativo – ci permettono di intervenire su alcuni tipi di organizzazioni violente e terroristiche criminose sul versante politico, che probabilmente non hanno la caratterizzazione associativa di quelle per le quali, al contrario, a fronte della presenza di riunioni, direzioni, strutturazioni e celle, si configurava per la magistratura quel reato associativo, che ne accresce la pena.
    Se non vado errato, ma mi corregga se sbaglio, sul versante della Federazione anarchica informale da diversi anni – forse da dieci o quindici – ci sono stati diversi arresti, che, però, hanno determinato l’irrogazione di pene piuttosto esigue, perché i reati ascrivibili erano piuttosto limitati. È un fatto più noto sul versante dei brigatisti, ma le chiedo se sbaglio nell’affermare che vi sono persone di tali organizzazioni già arrestate e condannate in passato che sono oggi di nuovo in libertà, avendo scontato pene molto relative (dal momento che, per esempio, non poteva venire contemplato il reato associativo).
    Ho ancora un’ultima domanda. L’unica questione che personalmente non ho ben capito riguarda i rapporti tra le avanguardie che hanno compiuto il salto di qualità e hanno scelto la via armata, che forse fermeremo prima che compiano altri atti (speriamo non li compiano), e il movimento. Lei ha svolto una descrizione piuttosto in continuità tra il movimento antagonista e le sue forme anche più violente, anche quelle che hanno partecipato alle manifestazioni che lei ha citato, e
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    queste frange armate. C’è una continuità o le organizzazioni che hanno scelto la via terroristica sono altro rispetto a questi movimenti?
    MARIO TASSONE. Ho ascoltato con molto interesse l’esposizione del prefetto, un’analisi molta attenta anche rispetto al panorama antagonista e alle divisioni fra aree.
    Noi abbiamo avviato questa indagine conoscitiva a ridosso del famoso 14 ottobre del 2011, in quanto alcuni di noi si sono chiesti perché, dopo i fatti di Genova del 2001 e dopo quelli della Val di Susa, ci sia stata un’indeterminatezza nell’azione di contenimento delle frange estreme, sorte a seguito dei problemi a cui lei faceva riferimento.
    Credo che la sua valutazione sulla frammentarietà a livello locale sia giusta ed esatta. La scomposizione si ricompone poi rispetto alle situazioni economiche. Ci sono elementi tali da far pensare ad un’esplosione della contestazione a carattere generale, che può prendere anche un percorso a livello nazionale, in presenza di certe condizioni. Ci sono fenomeni di terrorismo che ritornano, non c’è dubbio.
    Quanto ai servizi di informazione, noi effettuiamo le analisi, che sono giuste e per le quali io rivolgo un ulteriore apprezzamento, ma le chiedo se può cogliere un dato: c’è stato un accordo e un coordinamento tra i servizi di informazione e le altre Forze di polizia sul piano della prevenzione? Lei ha illustrato l’azione di prevenzione svolta sui vari gruppi che si organizzano sul territorio. Prima che si tenesse questa manifestazione che tipo di lavoro è stato compiuto e chi l’ha coordinato? C’è stato e c’è un coordinamento tra il servizio di informazione interno e quello esterno? Che ruolo gioca il SIS rispetto all’azione di coordinamento fra i due servizi e le due Direzioni generali?
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    GIORGIO PICCIRILLO, Direttore dell’Agenzia informazioni e sicurezza interna (AISI). Intende il DIS.
    MARIO TASSONE. Chiedo scusa, il DIS. Tali fenomenici inducono a porci alcuni interrogativi. Io mi rifaccio alle sue considerazioni: questi gruppi sono locali oppure sono organizzazioni a livello internazionale? Chi sono queste persone? Sono disoccupati, lavoratori, impiegati, operai, vagabondi? Chi sono questi soggetti che si organizzano? Sono gruppi di persone organizzate militarmente che si muovono con una grande agilità e soprattutto con una grande capacità di movimento. Con quali soldi? Si conoscono nomi e cognomi?
    Prefetto, io vengo da una regione ad alto tasso mafioso. Non c’è nessuna regione che può rivendicare questo percorso e soprattutto questo titolo, visto e considerato che la criminalità organizzata ormai si sta distribuendo e si sta diffondendo su tutto il territorio nazionale. In alcuni territori, si conoscono nomi e cognomi di certe persone: l’azione di prevenzione dovrebbe portarci anche a una conoscenza di questo tipo. Lei, i servizi, le Forze di polizia, ma soprattutto la magistratura hanno fornito riscontro su questo aspetto?
    Questa è un’audizione svolta nell’ambito di un’indagine conoscitiva – non abbiamo potuto istituire una Commissione d’inchiesta – però sarebbe utile acquisire (non so se in questa o in un’altra legislatura) questi dati, nei limiti di quanto potrà dirci.
    L’analisi è esatta e credo che arricchisca moltissimo il bagaglio delle nostre conoscenze e delle nostre valutazioni, però qualcosa non ha funzionato. Che cosa non ha funzionato? È possibile che un’esplosione di carattere generale in un momento particolare faccia sì che questi gruppi di facinorosi, radicali, lotta armata, marxisti, leninisti, si impossessino di una città e di un territorio? Che tipo di prevenzione c’è stata? Chi
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    sono i responsabili? Li conosciamo durante la manifestazione oppure c’è un altro tipo di riscontro?
    Questo è il dato su cui volevo concentrare la mia attenzione. Chiedo scusa per la confusione tra SIS e DIS, ma abbiamo discusso moltissimo sulla riforma, quando ero al Copaco per quanto riguarda il CESIS, visto e considerato che col DIS abbiamo compiuto alcuni passi in avanti, anche se non eccessivi.
    PRESIDENTE. Do la parola al nostro ospite per la replica.
    GIORGIO PICCIRILLO, Direttore dell’Agenzia informazioni e sicurezza interna (AISI). Partirei dall’onorevole Fiano che, come appartenente al Copasir, sa benissimo qual è l’azione di controllo che il Copasir conduce sulle Agenzie di informazione. Tutte le domande che lei ha posto trovano riscontro nell’ambito dell’azione di vigilanza che il Copasir conduce nei nostri confronti.
    Non è vero che le Agenzie sono abbandonate a se stesse, secondo un vecchio concetto di autonomia e di devianza, che è sempre di moda. Oggi il nuovo contesto normativo inserisce il comparto di intelligence in un sistema di controllo rigidissimo esercitato anche a livello parlamentare, nel corso del quale io vengo convocato periodicamente e in occasione di eventi particolari e ovviamente mi si contesta ciò che anche lei ha contestato, cioè mi si chiede conto del nostro operato. Noi siamo in grado di fornire ampia giustificazione di ciò che facciamo. Non è un settore inesplorato o abbandonato a se stesso.
    Se me lo consente, vengo dopo a lei, onorevole Tassone. Preferirei rispondere in ordine all’onorevole Fiano. I numeri dell’organizzazione sono difficili da quantificare. L’organizzazione anarchica soleva affermare nei suoi documenti di essere
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    come il gas: non si avverte quando si espande, ma quando esplode, perché manca proprio qualsiasi tipo di riferimento organizzativo di tipo classico e, quindi, è difficile compiere valutazioni sui numeri, né la partecipazione alle manifestazioni di piazza consente di identificare in maniera chiara gli appartenenti al movimento anarchico, perché c’è un miscuglio di elementi antagonisti che concorre agli incidenti e che rende difficile classificare esattamente l’appartenenza al centro sociale, all’organizzazione, alla cellula anarchica e via elencando.
    Sui numeri siamo veramente in difficoltà. Negli ultimi tempi abbiamo alcuni riferimenti in più dovuti al fatto che si sta passando da quella situazione generalista di autonomia a una situazione più marcatamente organizzata. Possiamo allora incominciare quanto meno a delineare alcuni riferimenti certi.
    Sul fattore normativo ripeto quanto ho appena affermato. Mentre prima l’organizzazione era inesistente e, quindi, era difficile contestare il fattore associativo, oggi gli anarchici stanno compiendo un salto di qualità, almeno la parte che ha deciso di operare direttamente, e, quindi, il giorno in cui dovessero essere arrestati, ci saranno tutti gli elementi da contestare loro anche dal punto di vista del fattore associativo.
    Credo che si debba aspettare l’evoluzione di questa fase. Indubbiamente anche chi non è passato all’aggressione diretta, per il solo fatto di appartenere a questa galassia, può essere visto in un’ottica diversa, ma sicuramente esiste un problema normativo.
    Per quanto riguarda la decisione di passare alla lotta armata e all’aggressione, è una decisione che viene maturata (intendo così fornire una risposta anche parziale all’onorevole Tassone). Dopo i fatti di Genova del 2001 c’è stata una sorta di riflessione all’interno del movimento che ha determinato
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    una fase di pressoché totale inattività fino al 2009. Mi riferisco a una fase interna di discussione su come si dovesse procedere per affermare l’ideologia anarchica.
    Perché fino al 2009? Perché nel 2009 sono iniziati i fermenti internazionali del movimento, che hanno risvegliato anche l’organizzazione italiana. Allora si sono incominciate a giustificare le prime buste esplosive, i primi attentati esplosivi, in un crescendo legato soprattutto alla corrispondenza internazionale fra la Federazione anarchica informale e la Cospirazione delle cellule di fuoco o le similari organizzazioni spagnole e francesi.
    Siamo arrivati progressivamente in un momento in cui non solo il movimento si è trasformato dall’interno, ma si è trovato anche in un contesto socio-economico assolutamente favorevole all’esaltazione di questo tipo di reazione. Sommando i due fattori, siamo arrivati a questo tipo di decisione di una frangia del movimento anarchico di passare all’azione diretta.
    Si tratta di una frangia del movimento anarchico su cui oggi è puntata l’attenzione degli investigatori, perché, nel momento in cui si passa all’azione, ci si espone e, quindi, è da supporre che si possa, rispetto al passato, in maniera più agevole arrivare ad alcune conclusioni investigative.
    Per quanto riguarda le altre osservazioni, onorevole Tassone, quella del 15 ottobre del 2011 è stata un’attività assolutamente preparata e voluta, anche da noi. L’attività informativa che ha preceduto la manifestazione del 15 ottobre ci ha permesso, come già abbiamo riferito al Copasir, non solo di individuare le singole componenti che avrebbero partecipato alla manifestazione, non solo di definire l’atteggiamento che le singole componenti avrebbero tenuto nel corso della manifestazione, ma anche di delineare alcuni degli obiettivi che avrebbero cercato di perseguire con tale manifestazione.
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    Questa fase preparatoria, dal punto di vista informativo, è stata riferita nei termini dovuti. Esiste un Comitato presso il Ministero dell’interno, che si chiama CASA, un Comitato antiterrorismo, nel quale siedono le Agenzie di informazione e le Forze di polizia, nel corso del quale avviene un’osmosi fra il patrimonio informativo delle singole organizzazioni. Qualsiasi evenienza ed emergenza sia oggetto di attività informativa da parte nostra viene preventivamente portata all’attenzione degli organi governativi, se è quello il livello necessario, o comunque degli organi di polizia (o in sede CASA, o con un rapporto diretto bilaterale, quando non sono interessati gli altri).
    Per quanto riguarda l’attività informativa sviluppata a priori, esiste tutta una serie di documentazioni che noi abbiamo consegnato al Copasir, che testimonia il fatto che ci sia stata prima della manifestazione una puntuale azione informativa.
    Perché allora è successo quello che è successo? Purtroppo le manifestazioni di piazza degenerano anche per la mancanza di coordinamento interno degli organizzatori della manifestazione. In quella circostanza specifica si sono verificate alcune carenze per cui sono stati fatti posizionare all’interno del corteo, in una posizione particolare, alcuni elementi che si sapeva che avrebbero potuto portare turbativa e che, nel corso della manifestazione, hanno dato luogo agli incidenti che si sono poi verificati. Dal punto di vista informativo, il quadro era sufficientemente delineato, così come già riferito al Copasir.
    Per quanto riguarda il coordinamento fra le Agenzie, il DIS sviluppa il suo coordinamento in maniera continua e permanente su tutti gli argomenti di interesse istituzionale e lo fa con tavoli permanenti, con interventi diretti e riferendo anche agli
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    organi governativi gli elementi di interesse da sviluppare. L’azione di coordinamento è prevista per legge e viene svolta.
    Lo scambio tra la Agenzie è continuo, ma chiaramente le competenze loro attribuite dalla legge di riforma hanno separato completamente l’operato di AISE e AISI. Difficilmente sull’argomento che stiamo trattando oggi AISE ha qualcosa da dire ad AISI o AISI ha la necessità di riferire qualcosa ad AISE, perché sono materie assolutamente separate, ragion per cui AISE non ha competenza per quanto riguarda questo tipo di attività. Nel caso specifico le esigenze di coordinamento sono assolutamente limitate.
    Garantisco, però, che esistono i meccanismi di coordinamento, ma soprattutto i meccanismi di controllo e di verifica dell’attività delle Agenzie, attribuiti non solo al Copasir in sede parlamentare, ma anche all’Ufficio ispettivo in sede della Presidenza del Consiglio, distaccato presso il DIS, che effettua ispezioni ordinarie dell’attività di AISE e di AISI. Non credo che possa essere un argomento da sviluppare, perché la normativa attuale consente di effettuare adeguatamente il coordinamento previsto.
    Sono gruppi locali o internazionali quelli che operano? Se ci riferiamo al fenomeno brigatista, che è un fenomeno oggi meno significativo rispetto all’anarchismo, dobbiamo affermare che è un fenomeno nazionale, ma il fenomeno anarchico, l’anarchismo rivoluzionario, è tradizionalmente un fenomeno nazionale con collegamenti internazionali. Da sempre gli anarchici del mondo si sono parlati tra di loro e oggi non vengono meno a questa loro caratteristica. Gli anarchici italiani hanno collegamenti con gli anarchici greci, spagnoli, francesi, cileni, boliviani, indonesiani, dovunque esista una realtà ideologica.
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    Questo tipo di collegamento non è, però, un collegamento fisico. Non esiste una migrazione di persone che si spostano per partecipare alle manifestazioni nell’uno e nell’altro Paese, come avveniva con i black bloc. Gli anarchici dialogano tra di loro attraverso la manifestazione ideologica, attraverso la condivisione o meno delle problematiche, attraverso il supporto che si danno alle rispettive operazioni. Naturalmente ci può essere la partecipazione ad attività italiane da parte di rappresentanti dell’anarchismo straniero, ma entra a far parte di una galassia antagonista che è difficile parcellizzare e individuare.
    Passando all’organizzazione militare e ai nomi, lei proviene da una regione ad alto rischio nella quale si conosceva tutto di tutti. Le modalità sono differenti, intanto perché tali soggetti hanno una residenza chiara e, quindi, si possono controllare. Noi ci troviamo di fronte, invece, a un fenomeno del quale sappiamo pochissimo dal punto di vista organizzativo, perché non esiste un’organizzazione. Esiste un collante ideologico che porta queste persone, con un semplice messaggio, con un semplice tweet o con un semplice SMS, a trovarsi a una data ora in un dato posto. È difficile poter effettuare preventivamente un censimento dei nomi di chi partecipa all’attività.
    Noi abbiamo le nostre fonti informative, che consentono di seguire questo tipo di attività, ma chiaramente sono informazioni parziali, legate ai singoli episodi. Avere un elenco che rappresenti il fenomeno nel suo insieme diventa piuttosto complesso, proprio perché le organizzazioni non hanno una struttura. Oggi che hanno iniziato a venire allo scoperto con attività dirette e a essere coinvolte in una necessaria organizzazione collegata ai fatti di cui si rendono colpevoli
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    probabilmente si riuscirà anche ad avere un elenco di nomi, che consentirà anche il tipo di azione giudiziaria che l’onorevole Fiano auspicava.
    MARIO TASSONE. Aggiungo soltanto una postilla. Prefetto, io non ho messo in dubbio che ci siano state informazioni. Il Copasir svolgerà una relazione a memoria d’uomo al Parlamento.
    Ritiene che le sue informazioni siano state pienamente raccolte, oppure le è sembrato che una parte di esse sia sfuggita a chi avrebbe dovuto presiedere il territorio?
    GIORGIO PICCIRILLO, Direttore dell’Agenzia informazioni e sicurezza interna (AISI). Non compete a me valutare le procedure adottate, né penso a svolgere valutazioni al riguardo. Io le posso riferire che noi abbiamo fornito informazioni che, dal nostro punto di vista, erano ritenute più che sufficienti.
    PRESIDENTE. Mi pare che abbiamo esaurito l’argomento. Ringrazio il prefetto Piccirillo per il tempo ci ha dedicato, consentendoci di aggiungere un altro tassello alle conoscenze che stiamo acquisendo su questo fenomeno, grazie al contributo delle istituzioni competenti. Nel ringraziarla e nell’augurarle buon lavoro, dichiaro conclusa l’audizione.
    La seduta termina alle 15,10.

    Un presente da BABBANO ASIMMETRICO

    P.S. Brutta pagina vicenda COHEN

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  16. avatar
    syriana at |

    Ed a proposito di Copasir e del controllo…
    Copasir: rivedere norma su segreto di Stato
    http://www.adnkronos.com/IGN/News/Politica/Copasir-rivedere-norma-su-segreto-di-Stato_313402750325.html
     
     
     

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