60 Responses

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    Nathan Muir at |

    Buongiorno a tutti!

    mi sembra chiaro che la tanto sbandierata riforma, rilanciata dal Pres. del Cons. all’indomani dei fatti della Nigeria, rimarrà una dichiarazione d’intenti. e basta!

    “La legge 124 deve durare almeno 20 anni o poco meno..”. Sarà rivista sicuramente la collocazione del RIS, almeno per la parte SIGINT che è quella più complessa e delicata (è possibile un accorpamento – accentramento del comparto).  

    Buon lavoro

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      Silendo at |

      La legge 124 deve durare almeno 20 anni o poco meno.

      :)

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    rottamato at |

    buongiorno a tutti anche da parte mia.
    a me sembra invece il preludio di quello che sarebbe già in pentola e pronto ad essere scodellato, a quanto di sente in giro. speriamo bene e nello stellone, sempre! intanto una di noi è rientrata a casa, x fortuna!! bentornata e aspettiamo notizie – BUONE- dall’india.

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    Eule at |

    Non riesco a capire bene cosa si voglia fare del RIS: si parla di coordinamento (che già esiste), di controllo parlamentare, di inserimento nel sistema – ma alle dipendenze del Ministro e non del PdC ….
    Di fatto, a parte il controllo parlamentare, non mi sembra nulla di nuovo rispetto a 124 e 801.
    Non capisco, poi, quale debba essere l’architettura finale di questo strumento. Mi sembra un modello britannico (con la creazione di un CGHQ e di un DIS), senza però voler dare al RIS le stesse attribuzioni del DIS (sempre quello britannico, non quello nostrano, beninteso!) ma allora di che stiamo parlando?

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      Silendo at |

      Ciao Eule :)
      Perdonami, in che senso non ti sembra nulla di nuovo?

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    Eule at |

    Mi ripeto: a parte il controllo parlamentare (che è funzionale “solo” alla parte S) non vedo novità. Il coordinamento che tutti citano già esiste. Lo prevede la 124. Per quanto attiene all’inserimento nel sistema per la Sicurezza, sembra che il RIS venga considerato, in qualche modo, figlio di un Dio minore e stare fuori dalla triade DIS-AISE-AISI, ma non così fuori… Anche qui nulla di nuovo. La 124 te lo dice in tutte le salse e riprende concetti espressi anche nella 801.
    Scorporare, come dice Nathan, alcune funzioni per accorparle con altri mi sembra follia perché avrebbe gravi ripercussioni sulla sicurezza dei contingenti in teatro …
    Insomma, un gran parlare, ma di idee nuove ne vedo poche.
    Una seria discussione potrebbe essere l’inserimento (sul modello britannico?) del RIS (o parte di esso) nel sistema. De Gennaro (fermo restando la dipendenza del RIS dal Ministro) eserciterebbe il controllo su tutti gli attori che concorrono alla sicurezza nazionale e potrebbe davvero fare una razionalizzazione seria, oltre ad essere un “vero” consigliere per la sicurezza nazionale. Il costo di un’operazione del genere, se ci teniamo sul sistema britannico, sarebbe addirittura “contenuto”, visto che il DIS percepisce stipendi statali con una piccola “diaria” extra. Per buttarla in caciara potrei dire che non ci pagheresti neanche le agende del Senato 😉

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    CHi tocca i fili. . . at |

    Perche non si “alleggerisce” la Casta iniziando da amici e nipoti, una bella decimazione a prescindere di tante inutili indennità di cravatta e solo dopo si intenta un SERIO ‘tavolo tecnico’ per eventuali aggiustamenti al tiro? Si parla di aggiustare quà e la la riforma, piccoli o grandi ritocchi, inutile senza prima togliere il marcio buco nero. Ci si dimentica della mastodontica “INEFFICIENZA” delle Agenzie, nessuno se ne accorge che “si tira a campare” o si preferisce glissare per non far scoppiare il prossimo scandalo di futili sprechi e sperperi, aspettando il mitomane che insoddisfatto e deluso del piatto in cui mangiava si deciderà a fare nomi e cognomi, raccontando in un memoriale fatti e mistaffi…  Già, nel DIS ci sono ben troppe poltrone che economicamente costano secondo me molto più di quel che rendono, ma guardacaso proprio li dentro il potere di controllo e supervisione aumenta a dismisura; per non parlare di coreografici ICSA utili a giustificare presidenze e pseudo onoreficenze cartacee da appendere al muro.. Sicuramente starò antipaticissimo ai colletti bianchi, odiatemi pure, ma non vedo finora nessuna azione davvero efficace, e questo mi ricorda l’utopica riduzione degli stipendi ai politici… p.s. Forse siamo troppo distratti a studiare i fenomeni internazionali che aimè abbiamo perso di vista casa nostra.
     
     

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    Linus at |

    Le variabili organizzative, di struttura, a lungo andare diventano questioni di lana caprina quando si concentrano sul fattore della “razionalità” ex ante. Le ridondanze, le duplicazioni e sovrapposizioni, sono per certi versi non solo ineliminabili, ma perfino necessarie, direi costitutive.
    Ciò distingue, secondo me, nettamente un complesso e serio apparato di intelligence per la sicurezza nazionale dalle altre strutture governative preposte alla difesa e sicurezza.
    Solo che questo è difficile farlo entrare nella testa di molti militari e tutori dell’ordine :)

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    Linus at |

    Ciao Roberto, ci provo
    In generale noto un interesse molto pronunciato per la macrostruttura, le competenze, il chi fa cosa, sistema binario, monistico, ecc… Anche a me diverte, gli organigrammi affascinano, non lo nego.
    Volevo solo dire che ciò diventa un totem per la massima parte di coloro che sono impegnati in un’organizzazione pubblica con decine di migliaia di dipendenti, altamente burocratica, secondo l’idealtipo weberiano, tra le quali includo Difesa e Interno. 
    1)Di norma, più le organizzazioni sono impegnate in scambi ambigui (nel senso di aperti a più soluzioni), imprevedibili e ad elevata probabilità di errore, più privilegiano assetti strutturali che prevedono ridondanza, l’incertezza, l’incoerenza. La possiamo chiamare “incoerenza deliberata”. Io penso che fare per mestiere, analisi, previsioni, risk assessment, rientri in questa fattispecie.

    2)Nel caso che interessa qui, c’è se vogliamo un’ulteriore spinta in questa direzione. Se è vero che fare intelligence significa, in sintesi, produrre conoscenza, il modello organizzativo ideale (e la cultura organizzativa ideale!) necessita di una dose di caos, al fine di essere più aperto all’innovazione, alla creatività, insomma a stimolare anche pensieri critici fuori dal coro, perchè la regolarità standardizzata dei comportamenti, pilastro del modello burocratico, porta in un vicolo cieco.

    3)Per questo, occorrerebbe reclutare in gran parte giovani, freschi di laurea, o addirittura pensare a forme di internship durante gli studi come fanno negli usa. Sarà cura dell’apparato formare la risorsa e far introiettare la cultura dell’organizzazione, che è la variabile più forte secondo me.

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    Anonimo at |

    Un conto è la struttura, altro le modalità di lavoro. Se la ridondanza è “necessaria” chi produce la sintesi da presentare al decisore ? O gli portiamo 4 prodotti diversi per spiegargli la stessa cosa?

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    Linus at |

     
    L’intelligence come attività istituzionale si misura soprattutto sull’efficacia più che sull’efficienza. Anzi, viste le conseguenze dei fallimenti, l’efficacia è quasi tutto :)
    La sintesi spetterebbe al Dis.
    Quantomeno non spetta a chi fornisce il prodotto. Esistono questi tavoli di coordinamento, immagino per rafforzare il dialogo inter-agenzie.
    Il decisore non è un ente metafisico, ma qualcuno che ha poco tempo da dedicare a chi gli porta sul tavolo la benedetta sintesi.
    Pertanto, secondo me, chi deve produrla ha tutto l’interesse ad avere un quadro più variegato possibile, perchè così facendo si autotutela e si auspica che riduca il margine di errore.
    Taluni, penso che non calcolino adeguatamente l’ansia informativa che aumenta in modo esponenziale salendo la scala verso il decisore :)

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      Silendo at |

      Taluni, penso che non calcolino adeguatamente l’ansia informativa che aumenta in modo esponenziale salendo la scala verso il decisore

      Ciao Linus. In che senso?

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    Linus at |

    Faccio una mia personale premessa Silendo :) 
    Scientia rerumrecita il motto dell’AISI.
    L’intelligence community è un sistema policentrico per la semplice ragione che la missione di afferrare la realtà dei fatti nel nostro liquido mondo (non a caso il logo del Dis richiama l’idea della fluidità e della naturalezza del “volo” informativo) è un compito quasi degno di una titanomachia.
    E’ considerazione empirica che questo naturale policentrismo scateni anche una lotta per l’accesso al sommo decisore. Pertanto, esigenze di razionalizzazione richiedono un organo di sintesi/coordinamento, guidato da una persona con un proprio staff fiduciario e con una struttura tecnoburocratica sottostante, tendenzialmente più stabile. Fin qui siamo tutti d’accordo.
     
    L’ansia informativa, come l’ho buttata lì, è di chi poi deve rispondere di fronte al capo del governo, il quale risponde al parlamento, il quale deve vedersela con l’opinione pubblica, i mass media, l’elettorato.
    Se io mi mettessi nei panni del “grande sintetizzatore di intelligence”, lo Zar, (se mai esistesse nella realtà), avrei tutto l’interesse a divorare più informazioni possibili, a ricevere più punti di vista sullo stesso fatto (la concorrenza giova all’efficacia, anche se può costare in termini di spesa pubblica) perchè in linea di massima la faccia davanti al Presidente del Consiglio ce la metto io.
    Nel nostro modello trilatero, i direttori delle agenzie, avendo comunque accesso a Palazzo Chigi, possono anch’essi finire sulla graticola, e ciò sicuramente rafforza il carattere policentrico, perchè la responsabilità presuppone un potere.

    Siamo di fronte al labirinto di Cnosso :)

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      Stv Giovanni Nacci at |

      Allora non ci rimane altro che scatenare il Silendotauro… 😀
      😛 

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      Stv Giovanni Nacci at |

      “…perchè la responsabilità presuppone un potere.

      Sono d’accordo, ma questo può valere solo come aspettativa. Nella realtà delle cose è frequentissimo osservare l’enunciato, in questo “verso”, come fallace.

      Nel verso opposto poi – un potere presuppone la responsabilità –  beh ecco: “peggio mi sento”… 😀

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      Silendo at |

      Ricapitolando, tu propendi per un modello organizzativo nel quale vi siano una pluralità di analisi anche sulla medesima questione (=ridondanza) ma una sintesi unica per il decisore?

      PS mi devi perdonare, se non ho capito è solo colpa della mia stanchezza :)

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    Linus at |

    No no Giovanni!
    la citazione giusta è “da un grande potere derivano grandi responsabilità” ed è tratta da due illustri fonti:
    1)Spiderman
    2)Il mio manuale di diritto pubblico

    :)

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      Stv Giovanni Nacci at |

      Beh riguardo al manuale di diritto pubblico, non saprei…
      Ma se lo dice Spiderman (parente di Friedman?) “nulla quaestio” 😀
      😛 

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      Silendo at |

      manuale di diritto pubblico

      ALT!!!!! :O
      Volevi dire “manuale di diritto costituzionale”, giusto???? 😉 :) :) :)

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    Nemo Profeta In Patria at |

    Carissimi
     
    Vorrei riallacciarmi col discorso fatto da Linus sulla necessità di avere una pluralità di voci all’interno del sistema di intelligence. Sono grosso modo in linea con lui, fatta salva l’ipotesi forte che la struttura sia polifonica ma non cacofonica. Non intendo affrontare direttamente in questo intervento il tema di quale sia il miglior modello organizzativo per i nostri apparati di intelligence, voglio invece fare alcune considerazioni più fondamentali.
     
    Per quanto riguarda le ridondanze tra gli apparati, in linea di principio secondo me è corretto quello che dice Linus: una certa ridondanza è un costo aggiuntivo ma può valere la pena di pagarlo. Se ragioniamo un po’brutalmente in termini di teoria dei sistemi,   se la probabilità che una data struttura di intelligence prenda un abbaglio (per esempio non valuti un aspetto chiave nell’elaborazione di un dato argomento) è Pa (auspicabilmente molto minore di 1), la probabilità che due strutture indipendenti prendano l’abbaglio (e quindi il decisore sia messo nella situazione di non avere informazioni corrette a disposizione) è Pa*Pa<Pa (e se Pa è relativamente bassa, la Pa*Pa è MOLTO minore di Pa).
    Questo ragionamento sulla ridondanza vale ammesso che
    1.       Le due strutture siano indipendenti nelle loro analisi: se ci sono cause di errore che affliggono entrambe (per esempio una prassi di reclutamento sbagliata e comune ad entrambe) la ridondanza diventa inutile
    2.       Che si tratti di problemi in cui è possibile che due team operino contemporaneamente senza creare danni:  la ridondanza ha senso nell’elaborazione di scenari ma non è un metodo applicabile a livello operativo e per la raccolta di informazioni da fonti non aperte
    3.       Che il costo della ridondanza sia sostenibile. Il punto da considerare è che c’è un rapporto NON lineare tra risorse impiegate e risultati ottenuti . C’è una massa critica di risorse al di sotto della quale un’organizzazione non riesce a svolgere i propri compiti. Avere due strutture parallele , entrambe dimensionate al di sotto della loro massa critica, anche se c’è il vantaggio della ridondanza, essendo tutte e due le strutture dimensionate nella loro zona di impotenza, non porta da nessuna parte. Quindi, metodologicamente, occorre prima stimare quale sia la massa critica per una struttura di intelligence e poi valutare se le risorse disponibili al sistema paese siano sufficienti ad averne due in parallelo o sia possibile averne una sola. Non conosco i bilanci dei nostri servizi ma immagino che in un servizio “sano” (al netto di corruzione, inefficienze e sprechi) la componente operativa (operazioni di raccolta delle informazioni ed analisi operative) , comunque non ridondabile oltre un certo limite, costituisca il grosso del costo, mentre la parte di analisi strategica (ridondabile )  costituisca una percentuale di costo ridotta.
     
    Quindi la domanda che mi viene in mente e  che rivolgo a chi ha studiato l’evoluzione delle organizzazioni di intelligence è:   “si è mai dato nella storia un servizio caratterizzato da un solo ramo operativo e uno o più rami di analisi strategica (una sorta di Y) ?”
     
    PS:  in un altro thread ho chiesto lumi sul master della Link Campus di Mata, ma pochi mi hanno risposto.
     
    Insomma,  avete info sulla sua serietà?
     
    Saluti
    Nemo Profeta In Patria
     

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      Silendo at |

      Caro Nemo, interessante riflessioni.

      Quindi la domanda che mi viene in mente e che rivolgo a chi ha studiato l’evoluzione delle organizzazioni di intelligence è: “si è mai dato nella storia un servizio caratterizzato da un solo ramo operativo e uno o più rami di analisi strategica (una sorta di Y) ?”

      Per capirci, chiedi se ci siano state Agenzie di intelligence con un solo reparto (chiamiamolo così) ricerca e più reparti di analisi?

      1. Le due strutture siano indipendenti nelle loro analisi: se ci sono cause di errore che affliggono entrambe (per esempio una prassi di reclutamento sbagliata e comune ad entrambe) la ridondanza diventa inutile
      2. Che si tratti di problemi in cui è possibile che due team operino contemporaneamente senza creare danni: la ridondanza ha senso nell’elaborazione di scenari ma non è un metodo applicabile a livello operativo e per la raccolta di informazioni da fonti non aperte

      Hai descritto, grosso modo, la competitive analysis.

      PS: in un altro thread ho chiesto lumi sul master della Link Campus di Mata, ma pochi mi hanno risposto.

      Insomma, avete info sulla sua serietà?

      Il master della Link ha attraversato, nel corso degli anni, alti e bassi. Non disponendo di informazioni aggiornate non sono però in grado di valutarne l’attuale situazione.

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    Stv Giovanni Nacci at |

    “… ma non è un metodo applicabile a livello operativo e per la raccolta di informazioni da fonti non aperte”.

    Nemo carissimo, premetto che sono molto contento che si inizi (finalmente?) a parlare di “queste” cose in “questo” modo 😉 ma posso chiederti perché credi che la ridondanza non sia applicabile per le informazioni derivanti da fonti non aperte?

    Mi piacerebbe conoscere (probabilmente per mia deformazione professionale :D) il tuo pensiero al proposito.

    Cari saluti a tutti!

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      Silendo at |

      Caro Gio’, mi viene in mente una cosa che, per brevità, avevo tralasciato giorni fa. Gli esperti del Gruppo Orion hanno proposto, tra le altre cose, la creazione di un’apposita Agenzia OSINT:

      L’information ouverte, qui s’exerce sur des sources non protégées, constitue un domaine qu’il convient de développer.
      Il s’agit de la recherche et de la mise en forme d’informations non secrètes destinées aux décideurs politiques. Les techniques utilisées, loin d’être accessoires, doivent au contraire compléter et enrichir le renseignement par des résultats qui peuvent nourrir les trois domaines de renseignement déjà évoqués, le sécuritaire, le politique et le militaire. L’analyse des réseaux internet, de bases de données, de la documentation spécialisée, de la presse internationale, des réunions politiques, des congrès professionnels, de la recherche universitaire peut donner lieu à une production de grand intérêt. Le traitement de ce type d’information repose sur des méthodes complexes exigeant une solide formation, y compris dans des domaines peu couverts par les services comme l’étude des mouvements sociaux. Ces méthodes sont susceptibles d’intéresser autant les domaines extérieur qu’intérieur. Il serait utile de réfléchir à la création d’une agence d’information gouvernementale, disposant de moyens et de techniques adaptées (exploitation automatisée, datamining, etc.), et faisant partie intégrante de la communauté du renseignement. Elle serait naturellement ouverte à certaines coopérations avec d’autres secteurs d’expertise professionnelle ou universitaire.

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      1. avatar
        Stv Giovanni Nacci at |

        beh… almeno non c’è nessun “cyber” 😛

        P.S.: pare che in Francia ancora nessun osintista sia andato in pensione 😛

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          Silendo at |

          :) :) no…

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      2. avatar
        SG at |

        “DATAMINING” !! che esterofili questi francesi !!

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          Stv Giovanni Nacci at |

          in effetti è molto strano 😀

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  14. avatar
    Nemo Profeta In Patria at |

    Per Stv. Giovanni Nacci
    Non sono uno specialista, provo a spiegare il mio pensiero.
    Diciamo che ho un sistema (in senso generico, sia esso società, un settore industriale, un gruppo organizzato di persone, un sistema biologico o fisico…  )  di cui voglio misurare/osservare lo stato interno (il più  sovente delle cose per prevederne gli stati futuri a fronte di mie azioni).
    Il  più sovente delle volte le variabili che vorrei osservare non sono direttamente accessibili, ma sono accessibili variabili da esse derivanti .  Per esempio nel caso di una reazione chimica non posso direttamente misurare quanta parte dei reagenti è stata già consumata, ma posso misurare la temperatura della reazione e da quella, tramite un modello, se sufficientemente accurato, risalire allo stadio della reazione.  Altro esempio: non posso misurare l’umore degli operai in una data regione mineraria della Cina, ma posso trarre informazioni utili da notizie su eventuali rivolte di minatori.
    Una fonte è un bocchettone dove posso allacciarmi per misurare variabili/dati, sperando che esse possano essere utili per derivare informazioni sugli stati del sistema che voglio studiare. Con due caveat:
    ·         Nel passare dai dati che misuro (e lasciando da parte il discorso sull’accuratezza della misura) alla stima dei parametri del sistema, c’è di mezzo necessariamente un modello interpretativo della realtà, semplice o complesso, ma pur sempre frutto delle mie credenze (in termini di teoria della stima dei miei “bias”).
    ·         Se ho a che fare con fenomeni sociali, a differenza di fenomeni fisici, devo anche tenere conto del fatto che le informazioni possano essere falsificate apposta (e quindi, per esempio, mettere in atto tecniche di triangolazione e incrocio per verificare le fonti…)
    Finora non ho ancora parlato di fonti aperte o chiuse. Ma prima, vorrei distinguere due modi diversi di osservare un sistema: con e senza interazione dell’osservatore.
    Senza interazione:   quando guardo un paesaggio dalla mia finestra (io sono l’osservatore e il paesaggio è il sistema), il mio atto di osservare non altera il paesaggio. Inoltre, un altro osservatore può mettersi di fianco a me e vedere circa le stesse cose che vedo io.
    Con interazione:  sono uno psicologo e indago la mente del mio paziente. Il fatto stesso che io sia lì con lui a porgli delle domande, altera il suo stato mentale e fa sì che quello che io osservo sia alterato dalla mia presenza (forte interazione osservato-osservatore). Inoltre, se un secondo psicologo dovesse interagire col paziente, la sua interazione sarebbe comunque influenzata dal fatto che ha interagito prima con me.
    Semplicemente, ho pensato che la raccolta da fonti chiuse sia in genere “con interazione” , non ripetibile in parallelo e che quindi non si possa  parlare di ridondanza in senso stretto. Senza contare che i costi (per esempio di una sigint su comunicazioni via satellite) di una ridondanza a livello di raccolta sarebbero molto alti.
    Su scala più grande, per esempio a livello di teatro, si può avere una ridondanza, per esempio due servizi di raccolta , ignari uno dell’altro, che battono lo stesso teatro. In questo caso la scala rende la miriade di operazioni di raccolta, sebbene non sovrapponibili a livello puntuale, sovrapponibili a livello macroscopico/aggregato.
    Saluti
    Nemo Profeta in Patria

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      Stv Giovanni Nacci at |

      Nemo, grazie per l’approfondimento.
      La questione della collocazione del sistema osservante rispetto all’osservato è particolarmente interessante – e significativa, presumo – rispetto alle questioni che trattiamo da queste parti 😉
      Secondo me oltre ad essere una questione di “collocazione” è anche una questione di “atteggiamento”.
      E’ infatti possibile e, credo, utile approcciare con un atteggiamento “open” (tipo da “osservatore dal balcone”) anche a corpus di infromazioni/fonti classificate.
      Un sultano può scegliere di osservare da dietro una tenda il suo harem di mogli mentre fanno il bagno nel latte di cocco. Lui osserva in modo “non interattivo” (per il momento 😛 ) un corpus di “risorse” che sono assolutamente “riservate” (non per lui, ma per tutti gli altri).
      Con questo intendo dire che una volta che un sistema (poniamo l’osservante, o l’Agenzia o il Servizio) fa proprio un suo corpus di informazioni/fonti (aperte o riservate che siano) può – su quello – stabilire il tasso di ridondanza che ritiene necessario.
      Questo cambio di “atteggiamento” (nei confronti delle informazioni “all source” a qualsiasi titolo disponibili) è tanto più vantaggioso quanto maggiore è la quantità di informazione disponibile.
      In questo senso credo sia appunto la quantità di informazione il primissimo driver (non l’unico ovviamente) che indica quando optare per una osservazione interattiva o passiva.
      Ovviamente parliamo, lo ribadisco, di informazioni classificate già a disposizione dell’osservatore (il “suo” panorama 😉 ). Per quanto concerne informazioni classificate non ancora a disposizione (o “attese” o “auspicate”, ecc.) il discorso si fa molto più ampio.
      Ad ogni modo il fulcro della cosa – secono me – è che il concetto di “classifica” (fonte/informazione aperta vs. fonte/informazione chiusa) non è una caratteristica ontologicamente riconducibile alla forma originaria dell’informazione medesima (di qualsiasi informazione).
      Bensì è una categorizzazione successiva operata da una determinata entità sulla sua istanza (ovvero iscrizione) di quella informazione: se sono un’Agenzia e vengo a conoscenza di una informazione assolutamente significativa, appongo la classifica di “segretissimo”. Ma la appongo solo alla mia istanza di quella informazione.
      Giacchè nulla vieta che un soggetto terzo venga a conoscenza dello stesso fatto e decida, invece di secretarlo, di pubblicarlo su internet. In questo frangente il mio livello di classifica perde (quasi) ogni ragione di esistere.
      Wikileaks docet… 😀

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        Nemo Profeta In Patria at |

        Si, sono d’accordo la classifica dell’informazione non fa parte della sfera ontologica dell’informazione. Se affrontiamo il problema della ridondanza in termini teorici,  sono d’accordo che la ridondanza si può applicare anche all’analisi di informazioni da fonti chiuse. 

        Cambiando argomento, per caso, lei è a conoscenza di tentativi di applicare la teoria dei sistemi complessi all’analisi di intelligence?

        Le metto in basso un esempio di cosa intendo:

        Mi viene in mente un’analisi, che lessi alcuni anni fa, preparata da un fisico, che indagava la serie storica delle azioni delle Brigate Rosse come un processo stocastico, identificando la tipologia di sistema che poteva generare quell’output (semplificando molto, emergeva un’analogia con la replicazione di un virus in un corpo). Il fisico in questione si limitava a suggerire che se il fitting era attendibile, le azioni delle Brigate Rosse avrebbero avuto un andamento prevedibile nel tempo . Un’analisi ulteriore che mi sarebbe piaciuto fare (e che non ho mai fatto per mancanza di tempo) sarebbe stata quella di verificare se, dato l’archetipo di sistema identificato, mediante una stima dei suoi parametri fondamentali fosse possibile derivare indicazioni su parametri di interesse per il decisore politico come la dimensione media delle cellule, il loro tempo di vita media, il loro tasso di “meiosi” e di lì, in ultima analisi, derivare indicazioni utili alla repressione del fenomeno. Da ultimo mi sarebbe piaciuto verificare ex-post le ipotesi e i risultati del modello sui dati storici relativi al fenomeno Brigate Rosse ed estendere il modello ad altre realtà.

         

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          Stv Giovanni Nacci at |

          Di applicazioni della Teoria dei sistemi complessi all’analisi di intelligence non saprei dirle (ma non credo). Sicuramente il nostro Vate ci potrà illustrare meglio (se qualcosa esiste in questo campo, lui lo sa ;).
          Invece di intelligence visto come sistema interagente con l’ambiente qualcosina si sta facendo (al livello di mera proposta)… 😉

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            Silendo at |

            Cambiando argomento, per caso, lei è a conoscenza di tentativi di applicare la teoria dei sistemi complessi all’analisi di intelligence?

            Assolutamente sì! Non ricordo, però, se esiste documentazione in fonte aperta.

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            1. avatar
              Stv Giovanni Nacci at |

              C.V.D.  😉

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              1. avatar
                Silendo at |

                Tu sei sempre TROPPO gentile… :)

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              Nemo Profeta In Patria at |

              L’assolutamente sì, si intende “da qualche parte nel mondo” o “da qualche parte a Roma”?

               

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              1. avatar
                Silendo at |

                In ambito anglosassone ed israeliano, per ciò che so io (e che ricordo in questo momento). Questo, ovviamente, non esclude che sia stato applicato anche altrove, Italia compresa.

      2. avatar
        Silendo at |

        Caro Gio’, leggendolo ho pensato a te: http://info.publicintelligence.net/DNI-KnowledgeSystems.pdf
        😉

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          Stv Giovanni Nacci at |

          Ah ah ah Vate caro, chissà perché! 😀

          P.S.: il documento è del 2009. In passato avrei dovuto porre maggiore attenzione alla riservatezza dei miei “studi”… :(

          😛  

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            Anonimo at |

            http://www.dni.gov/ICEA/add/addv2/IC-ADD.pdf

            Questo potrebbe interessare ?

            B.A.

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    Nemo Profeta In Patria at |

    Per Silendo

    sì, credo di intendere proprio questo: un unico reparto per la raccolta (e le operazioni di contro-intelligence), eventualmente diviso al proprio interno per area di ricerca (geografica e teatica) che riporta a più unità di analisi indipendenti …

    Saluti
    Nemo P.

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      Silendo at |

      Istintivamente, caro Nemo, ti rispondo di no. Direi che, in genere, a fronte di un’unica struttura (reparto) ricerca ci sia un’unica struttura di analisi. Suddivisa, ovviamente, in più uffici.
      Mi hai messo, però, un dubbio. Verifico e ti faccio sapere :)

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    Linus at |

    Silendo, io ovviamente non ho MAI aperto un manuale di diritto pubblico in vita mia.
    L’ho scritto soltanto perchè, insieme alla fonte Spiderman, volevo essere comprensibile da coloro che provengono da scienze politiche. 😛 😛

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      Silendo at |

      io ovviamente non ho MAI aperto un manuale di diritto pubblico in vita mia

      :) :) :) vedo che tra “giurisprudenti” ci capiamo alla perfezione 😉 😀

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    Nemo Profeta In Patria at |

    “The format of intelligence products matters.  Commanders who think PowerPoint storyboards  and color-coded spreadsheets are adequate for describing the Afghan conflict and its complexities have some soul searching to do. Sufficient knowledge will not come from slides with little more text  than a comic strip. Commanders must demand  substantive written narratives and analyses from  their intel shops and make the time to read them.  There are no shortcuts. Microsoft Word, rather  than PowerPoint, should be the tool of choice for  intelligence professionals in a counterinsurgency “

    Vero, non può essere più vero! 

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    Teofilo at |

    Buongiorno,

    partecipo alla discussione ponendo una domanda: il rapporto osservatore-osservato in realtà è quello prevalente? O meglio, alla fine un’agenzia attuerà sempre processi di tipo interattivo?

    In quanto lo stare alla finestra (a meno che non si faccia totale ricorso ad OSINT, privandosi di contestualizzare le informazioni) implica una costante “presenza attiva” anche nel vedere il paesaggio, in quanto nel costruire un punto di vista affidabile con cui osservare il paesaggio sottende che si è già compiuto un processo iterativo al fine di determinare una posizione. 

    OSINT è affidabile non tanto nella raccolta dei dati, quanto nell’elaborazione degli stessi. Nelle ontologie che si riescono a creare e porre in relazione tramite l’utilizzo di tecniche complesse quali l’aspetto semantico e lo studio dei significati. Quindi più complesso è il modo con cui vengono trattati i dati e più assume valore aggiunto l’OSINT. E proprio quì che in ogni caso si è obbligati a rendersi interattivi perchè indirettamente, si condiziona il paesaggio “dialogando” con il sistema che mi ha prodotto una prima elaborazione da semplice accumulo di dati (i quali comunque devono essere filtrati e scremati dai fenomeni di disturbo). Il paziente anche se un prodotto virtuale, è sempre condizionato da quelli che sono i criteri con cui voglio interagire.

    Inoltre, l’idea del processo non interattivo sembrerebbe di pura astrazione, poichè lo stesso paesaggio comprende necessariamente la presenza dell’osservatore e quindi l’interazione è implicita.

    Saluti,

    E.S. 

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      Stv Giovanni Nacci at |

       
      Carissimi!
      Vorrei fare una piccola riflessione sulla citatazione di Teofilo riguardo questa – se non ho capito male –  “necessità” – o forse meglio dire l'”esigenza” – di interazione.
      Tendenzialmente i sistemi interagiscono (altrimenti bisognerebbe cominciare a pensare ad un termine diverso da “sistema”…). Interagiscono sia al loro interno (come sistema di sistemi) sia con sistemi esterni. Ma non è detto che debba essere sempre necessariamente così (e nemmeno che debba necessariamente essere così per una Agenzia ;))
       
       
      Ad esempio, se prendiamo in considerazione il fenomeno “orbita della Terra attorno al Sole” possiamo certamente definirlo come un processo di interazione: ad interagire infatti sono i campi gravitazionali dei due astri.
      Tuttavia può succedere che chi osserva quel processo – ad esempio l’uomo (o l’Agenzia 😛 ) – non interagisca in senso pieno con il medesimo. Nel senso che il processo “orbita della Terra attorno al Sole” continua ad esistere esattamente uguale a sé stesso a prescindere dalla presenza di un osservatore umano o meno (se ad essere assente fosse il Sole o la Terra, ovviamente il processo cambierebbe in modo radicale). Invece se, per assurdo, ad osservare fosse la Luna, allora si potrebbe parlare di interazione piena.
       
       
      Nel nostro esempio il “sistema uomo” non interagisce con i sistemi Terra e Sole (e con il sistema Terra-Sole) ma semplicemente reagisce. Una interazione piena è infatti verificata solo quando lo scambio informativo tra i sistemi innova lo stato (o ambiente informativo interno) di entrambi i sistemi in considerazione e non di uno solo.
      Nel quesito posto da Teofilo la scelta del punto di osservazione non sarebbe (ovvero: potrebbe non essere) interagente ma, appunto, semplicemente reagente.
       
      Per contro, a voler essere fiscali, si potrebbe anche scegliere di misurare e valutare in che misura la presenza di un osservatore (l’uomo…) è significativa rispetto all’equilibrio del sistema (i rapporti tra le forze gravitazionali dei due corpi celesti).
       
      A parte la ovvia complicazione derivante dall’esempio limite che ho proposto, c’è da dire che questo tipo di valutazione (che in ultima analisi è la misurazione della qualità e delle quantità di relazioni che intercorrono fra “n” oggetti) è molto più facile da operare con i metodi e i sistemi di OSINT piuttosto che con quelli… “NOOSINT”  o non/osint (Vate carissimo, voglio i diritti d’autore sul neologismo 😛 ).
       
      Infine più che di “affidabilità” di osint all’interno dei contesti operativi che sono stati indicati (raccolta vs. trattamento) io parlerei di “efficacia”. La massima efficacia di osint si ha quando il contesto in esame (da acquisire e/o trattare) è caratterizzato da una elevata informatività sistemica (ovvero quando la comunicazione tra i sistemi innova i rispettivi stati in modo significativo).
       
      I miei 5 cent. svalutati (IVA 21% compresa, almeno quella… 😉 )
       
      Saluti cari a tutti!

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        Teofilo at |

        Gentile Giovanni,

        condivido la tua risposta, specialmente negli ultimi due paragrafi. Personalmente sostengo l’efficacia dell’OSINT e credo che in essa sia racchiuso in un certo senso il futuro di chi per mestiere deve operare in questo ambito.

        Effettivamente, il parametro di efficienza si raggiunge quanto più si avvicina l’affidabilità di un processo o di uno strumento, dunque ecco che occorre per forza valutare le metodologie di elaborazione di dati in funzione di quello che è l’obbiettivo.

        Difatti, anche una persona qualunque nel suo piccolo può fare OSINT: si compra diversi quotidiani, scarica qualche articolo sui blog, poi se ha pazienza passa in rassegna quanti più tweet o notifiche di facebook ed infine cerca di documentarsi su youtube e flickr.. in questo caso però dopo aver osservato il panorama ecco che deve per forza interagire – indirettamente – con esso, poichè si dirà: che cosa voglio ottenere? quale è lo scenario più vicino possibile alla realtà? (non voglio dire dove è la verità perchè in questo caso si dovrebbe fare ricorso alla propria coscienza). Dunque ecco che il metodo con cui si elaborano le informazioni, diventa il vero momento di interazione con il mondo che mi circonda perchè elaborandole, l’osservatore dialoga con esse.

        Non ho trovato invece (per mio difetto) una spiegazione sul quesito riguardante il fatto che il punto di osservazione è qualcosa di soggettivo, che quindi l’osservatore è in interazione con il suo scenario se solamente si cambia il punto di vista, oppure se per scegliermi quella postazione, l’osservatore non abbia dovuto interagire (seppur nascostamente e delicatamente) con lo scenario al fine di migliorare la propria osservabilità.

        Saluti,

        E.S. 

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    Anonimo at |
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      Stv Giovanni Nacci at |

      Grazie Babbano carissimo :)

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    Armigero at |

    Buongiorno a tutti e in particolare al Padrone di Casa…
    Nell’ambito della periodica Rassegna stampa ( e poi dicono che gli statali non lavorano nei festivi…) ;-)segnalo a pag 30 di Panorama oggi in edicola nella rubrica “Indiscreto” l’articolo “Baffino tira le orecchie agli 007” ….. 
    Armigero  

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      Silendo at |

      Buongiorno a te, caro Armigero, e grazie, come sempre, per le tue segnalazioni :)
      http://www.difesa.it/Sala_Stampa/rassegna_stampa_online/Pagine/PdfNavigator.aspx?d=25-04-2012&pdfIndex=27

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    Silendo at |

    La rivista Gnosis pubblica, in allegato, gli interventi dei relatori.

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