16 Responses

  1. avatar
    Morgana at |

    Grazie Silendo…ancora qualcosa di nuovo da leggere in pausa pranzo…mi metto sull’attenti e procedo!!!…le scarpe col tacco le togliamo…ma sempre a portata di mano..come l’ammazzamosche…non si sa mai…ogni tanto spunta qualche maschietto antifemminista…ci tocca faticà!!!!

    Morgana

    Reply
  2. avatar
    Sertorio at |

    Salve a tutti!!!
    Segnalo questa analisi di Shlomo Brom, esperto analista dell’INSS israeliano, sulle dinamiche in atto dentro Hamas, “The Storm within Hamas”:

    http://www.inss.org.il/publications.php?cat=21&incat=&read=6146

    Sembra che Hamas, organizzazione considerata uno dei “vassalli” dell’Iran e dei suoi alleati sciiti Siria e Hezbollah, si stia “smarcando” da questa Grande Alleanza. Infatti il leader di Hamas, Khaled Mashal, il cui tentato assassinio nel 1997 si rivelò una “debacle” per il Mossad (http://en.wikipedia.org/wiki/Khaled_Mashal), sta portando l’organizzazione a schierarsi sulle posizioni della Fratellanza Musulmana, di cui tra l’altro Hamas è parte, e delle potenze regionali del blocco sunnita (Egitto, Qatar, Arabia Sunnita e Turchia). Questa scelta strategica deriva dal bisogno di dissociarsi dalla repressione in atto contro i sunniti siriani e dall’esigenza di cavalcare l’onda del successo elettorale che sta premiando i partiti legati alla Fratellanza nei paesi protagonisti della cosiddetta “primavera araba”. Questo è il motivo principale che sta portando Hamas a cercare anche una “riconciliazione” con gli odiati fratelli palestinesi di Fatah. Tuttavia vi sono fortissime resistenze interne verso questi nuovi assestamenti strategici, avversati da molti influenti personaggi all’interno dell’organizzazione come Ismail Haniyeh, Primo Ministro di Hamas a Gaza. Mi sembra utile riportare integralmente la conclusione di Brom, perchè egli considera questi nuovi assetti come un’opportunità per Israele sia perchè l’Iran perderebbe un preziosissimo alleato sia perchè si produrrebbero le condizioni per un possibile accordo nel lungo periodo con Hamas, finora irriducibile nel negare la legittimità dell’esistenza di Israele:

    “It seems that the process of change occurring in Hamas is presenting Israel with more opportunities than risks. First of all, Hamas’ interest in maintaining the ceasefire between Israel and the Gaza Strip is growing. Second, Hamas’ new patrons are less problematic for Israel than the old ones, and Israel can use them to exert influence on Hamas’ positions. In the longer run, there is the chance that Hamas will join the Palestinian consensus regarding a peaceful resolution with Israel.

    It therefore appears that Israel should reexamine its policy and its possible contribution to encouraging Hamas in the direction led by Mashal. So, for example, it is highly questionable whether the Israeli response to the reconciliation process between Hamas and Fatah – the core of which is a message to Abbas that should a national unity government arise Israel would not view it as a viable partner for dialogue and would impose financial sanctions on it and resort to other actions liable to push Hamas back into the open arms of Iran and Syria – genuinely serves Israel’s interests”.

    Reply
  3. avatar
    barry lyndon at |

    Ave o Sertorio! :)

    ottima analsi!

    una domanda: secondo te conviene ad entrambi (Hamas e Iran)? A mio avviso, hanno entrambi da perdere…

    Reply
  4. avatar
    Sertorio at |

    Ave carissimo Barry!!!!
    Secondo me entrambi gli attori, il sunnita Hamas e lo sciita Iran, sono estremamente pragmatici.
    Il loro è stato un matrimonio di convenienza il cui collante era l’esigenza di mostrarsi agli occhi del mondo arabo i “duri e puri”, gli irriducibili e incorruttibili combattenti contro Israele. Hamas riceve i fondi iraniani dal 2006, da quando è diventata padrona della striscia di Gaza vincendo le elezioni e cacciando i rivali di Fatah. Da allora però è stata abbandonata dall’Egitto di Mubarak. La leadership di Hamas è stata ospitata a Damasco da quando è stata cacciata da Amman. Grazie all’aiuto dato ad Hamas e ai suoi deliranti e agghiaccianti discorsi contro “l’entità sionista”, il presidente iraniano Ahmadinejad è diventato popolarissimo nel mondo arabo sunnita nonostante fosse il campione del blocco persiano e sciita. La mia opinione è che la situazione sia cambiata totalmente adesso, per via del terremoto politico provocato dalla cacciata degli autocrati sunniti e della guerra civile in atto in Siria. Il vero vincitore della “primavera araba” si è rivelata la Fratellanza Musulmana e l’ultimo baluardo della causa palestinese, come voleva essere visto l’Iran, si è allineato a fianco della repressione nei confronti dei sunniti siriani operata dal regime di Assad. Così l’Iran, per non perdere l’indispensabile alleato siriano, ha perso la temporanea legittimità nel mondo arabo per l’appoggio alla causa palestinese dato ad Hamas e ha finito per ritornare a essere considerato l’odiato, antico nemico sciita e persiano. Hamas negli ultimi giorni ha rimarcato la sua rottura politica con il regime siriano e la scorsa settimana il primo ministro di Gaza, Ismail Haniyeh, lo ha ribadito nella moschea al-Azhar del Cairo, davanti a cori che urlavano che la “rivoluzione siriana è una rivoluzione araba”, quindi è patrimonio degli arabi sunniti e non dei persiani sciiti. Nel breve periodo Hamas potrebbe vedere la fine dell’appoggio economico iraniano ma è possibilissimo che nuovi fondi possano pervenire dal nuovo Egitto della Fratellanza Musulmana, la quale finora, per me, si sta dimostrando un attore politico razionale e pragmatico, e dall’attivissimo Qatar. Non esiste più l’equilibrio dei “moderati” dittatori amici dei “moderati” palestinesi di Fatah contro i “radicali” palestinesi di Hamas e i loro “radicali” sponsor iraniani. Si è tornati al vecchio scontro, mai sopito, tra sunniti da una parte e sciiti dall’altra. Hamas sa bene che ha tutto da guadagnare nel ricalibrare le sue alleanze (dopotutto sta tornando nel suo alveo naturale) nonostante le resistenze interne e il forzato ritorno al dialogo con gli odiati avversari di Fatah. Credo che Israele farebbe bene a dotarsi di una politica lungimirante e a provare un dialogo pragmatico con Fratellanza Musulmana egiziana, Qatar e Turchia e persino con Hamas. Forse questo sarebbe più efficace nei confronti dell’Iran di un raid aereo. Naturalmente Israele sa bene di essere odiato nel mondo arabo, ma usare solo il bastone e isolarsi sempre di più senza una strategia politica flessibile e pragmatica non credo sia saggio. Come Clausewitz ci insegna, senza la politica che pone degli obiettivi (e delle mediazioni) la guerra non ha più limiti. E spesso il terrorista di ieri è lo statista di oggi. Questa naturalmente è solo la mia opinione personale…

    Reply
  5. avatar
    barry lyndon at |

    grazie Sertorio :)
    e nel “divorzio” in atto tra Hamas e Iran, che ruolo svolge, secondo te, Hezbollah?
     

    Reply
  6. avatar
    Sertorio at |

    Grazie a te, Barry! :-)
    Mi chiedo anche io quali siano i rapporti tra Hamas ed Hezbollah al momento.
    Entrambe le organizzazioni usano a fini propagandistici la loro lotta comune contro Israele ma sono diversissime tra loro proprio perché Hamas è sunnita e Hezbollah sciita.
    Sicuramente  Hezbollah si è schierata compattamente con l’Iran, supporta il governo siriano di Assad e non certo l’opposizione sunnita.
    Il leader di Hezbollah, Nasrallah, lo ha espresso chiaramente:
    http://www.nytimes.com/2011/12/07/world/middleeast/hassan-nasrallah-hezbollah-leader-showcases-defiance-in-rare-appearance.html 
    Ultimamente però il messaggio che ha veicolato è stato più “ecumenico”, molto meno schierato a favore del governo siriano, evidentemente perché Nasrallah si rende perfettamente conto che l’appoggio dato ad Assad è estremamente imbarazzante per l’immagine di Hezbollah.
    La scorsa settimana ha incitato tutti gli Arabi a rimanere uniti al di là delle divisioni etniche e religiose contro quello che ha definito il tentativo dei nemici occidentali e israeliani di mettere l’uno contro l’altro gli Arabi:
    “Sayyed Nasrallah repeated his invitation for the Arab and Islamic world to find political solutions for its problems, highlighting the insistence on putting aside any such solution in Syria.
    His eminence pointed out that the West neither wants a political solution to the crisis in Syria, nor does it want to militarily interfere there, because it only wants the conflict to be among Arabs.
    “There are two parts fighting in Syria, but let us see who is determined to fight. Who is determined to reject any political solution? Who is determined to reject any dialogue? Who is pushing for more fighting? Listen to Clinton, listen to the Israeli and the West.”
    Here, Sayyed Nasrallah assured that “of course, they want an Arab fight. Neither America is ready to send its troops to Syria, nor the NATO… because they don’t want more soldiers to be killed. They send money and arms so that the Syrians fight each other. They ask the Arabs to send to Syria the militants who they previously sent to Iraq so that it gets destroyed.””
    (http://www.almanar.com.lb/english/adetails.php?eid=46659&st=Nasrallah&cid=33&fromval=3&frid=23&seccatid=14 )

    Nessun accenno ad Hamas e assordante silenzio sulla scelta dell’organizzazione palestinese di condannare il governo siriano e allontanarsi così dall’asse con l’Iran. Ma ritengo che il messaggio fosse diretto anche alla sua leadership. 

    In questi giorni sto leggendo un libro interessantissimo scritto da un giornalista israeliano, Ronen Bergman, esperto di intelligence per il quotidiano Yedioth Ahronoth e docente di giornalismo d’inchiesta presso l’università di Tel Aviv, che gode di ampio  accesso a fonti dell’intelligence community israeliana.
    Il libro che segnalo a te, carissimo Barry, e a tutti gli altri amici frequentatori del blog è «The secret war with Iran. The 30-Year covert struggle for control of a “rogue” state» il cui sottotitolo potrebbe benissimo essere quello che il nostro magnifico Silendo ha dato a questo post: “Tutto ciò che avreste voluto sapere ma non avete mai avuto il coraggio di leggere sulla competizione tra Iran, Stati Uniti ed Israele nel Golfo Persico”. Buona lettura!!! 😉
    http://www.amazon.it/Secret-War-Iran-Ronen-Bergman/dp/1851686762/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1330861390&sr=8-1 

    Reply
  7. avatar
    Sertorio at |

    Carissimo Silendo, come ho scritto nel mio penultimo post, secondo me il sunnita Hamas trova più conveniente, anche per i suoi fini elettorali, schierarsi in maniera più compatta nel blocco sunnita, dal quale proviene, di Fratellanza Musulmana egiziana, Arabia Saudita, Qatar e Turchia che sta usando la Siria come campo di battaglia contro le pretese egemoniche dell’Iran sciita, alleato del regime di Assad. Stiamo assistendo alla “libanizzazione” della Siria. Mi sembra che questa guerra civile siriana, montante sulla faglia di scontro regionale tra i due blocchi e su cui gravitano manovre e ingerenze di così tanti paesi stranieri, sia un destino alquanto beffardo per la Siria che influenzò e intervenne pesantemente sulle dinamiche del lungo conflitto civile in Libano. 
    Cosa ne pensi?

    Dato che siamo alla vigilia di un incontro importante alla Casa Bianca tra il premier israeliano e il presidente Obama, vorrei segnalare questa analisi di Mario Arpino su Affari Internazionali: 
    http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=1980 

    Inoltre qui c’è una parte dell’intervista che proprio oggi va in onda sul programma GPS di Fareed Zakaria con il giornalista israeliano Ronen Bergman, di cui ho prima segnalato il libro.
    Bergman dice:
    ” The minister of Defense, Barak, told me – and he is writing the Israeli doctrine when it comes to a possible Israeli strike on Iran – that all options are on the table, indeed, he says. But from our point of view, there is one option that is not on the table. This is the C option, containment. Israel, he said, will never contain a nuclear Iran. There is no possibility that we are going to accept such a country holding such a weapon”.
    La replica dell’intervista andrà in onda stasera alle 21 sulla CNN, ma allego qui il link ad alcuni estratti:

    http://globalpublicsquare.blogs.cnn.com/2012/03/02/watch-gps-will-israel-strike-iran/

    Reply
    1. avatar
      Anonimo at |

      Illustrissimi,
      non so se avete già segnalato questo interessante articolo di Daniel Levy su FP,
      (io non l’ho trovato ancora sul blog ma forse cerco male) e così ve lo segnalo cmq.
      è ottimo e molto interessante:
      http://www.foreignpolicy.com/articles/2012/03/02/netanyahu_won_t_attack_iran?page=0,0

      Reply
  8. avatar
    Sertorio at |

    Segnalo come omaggio al nostro amico e Maestro Silendo, sempre interessato a ciò che dicono questi due analisti, l’intervista del grande Fareed Zakaria al grandissimo Henry Kissinger sull’Iran, andata in onda sulla CNN ieri e parzialmente riportata su Repubblica.  Vorrei sottolineare questi due passaggi:
    Le chiedo: come possiamo arrivare a negoziare con Teheran? Esiste secondo lei una strada da seguire che possa portarci a una sorta di soluzione negoziata in Iran?
    «Non sono contrario all’idea di negoziare.
    Anzi, io stesso l’ho fatto quando ne ho avuto l’occasione. Con l’Iran la vera questione non è se dobbiamo o meno negoziare: si tratta di formulare tre domande distinte. Possiamo pensare a una data limite entro la quale svolgere tali trattative? Secondo: esiste un obiettivo preciso da perseguire che possa davvero rispondere alle esigenze? Terzo: è ipotizzabile che in conseguenza di ciò l’Iran riesca a entrare nel sistema internazionale e diventarne un membro responsabile? Si tratta di tre aspetti e tutti molto cruciali». (…)
    Come negoziatore lei si è rivelato sempre molto bravo a comprendere che la controparte deve ottenere qualcosa nel momento in cui noi otteniamo ciò che vogliamo. Come è possibile farlo con l’Iran, tenuto conto di tutte le questioni di politica interna? Quel che intendo dire, naturalmente, è che loro dovranno fare qualche concessione, ma presumibilmente anche noi dovremo fare altrettanto.
    «Loro dicono di essere in apprensione perché i paesi vicini starebbero sviluppando armi nucleari: e questo li porterà sempre a sostenere di essere sotto una minaccia
    militare e di doversi difendere. Di sicuro noi dovremmo quindi essere disposti a risolvere le loro preoccupazioni qualora in cambio di ciò ottenessimo un’effettiva fine inconvertibile del loro programma nucleare».
    Aspetti un momento. Vediamo se ho capito che cosa intende: lei sta dicendo che qualora gli iraniani ponessero fine al loro programma di armamento nucleare e volessero dagli Stati Uniti la garanzia della loro sicurezza, e qualora volessero in un certo senso ritornare nella comunità internazionale, saremmo noi che dovremmo facilitare tale iter?
    «Sì. Adesso questo governo, quello attuale di Teheran, quello degli ayatollah, ha creato nel paese grande ostilità nei confronti degli Stati Uniti. Il criterio di fondo è capire dunque se riusciranno a decidersi a fare ciò: oppure a sopravvivere nel panorama mondiale che le ho descritto. In ogni caso l’Iran è una nazione importante. E come tale può e dovrebbe trovare una propria collocazione nel sistema internazionale».
    http://www.difesa.it/Sala_Stampa/rassegna_stampa_online/Pagine/PdfNavigator.aspx?d=12-03-2012&pdfIndex=33

    Reply
    1. avatar
      AllegraBrigata at |

      Scusate. Capisco male io o il buon vecchio Henry sta dicendo: diamo all’Iran una contropartita?

      Vittorio

      Reply

Leave a Reply


(obbligatorio)