12 Responses

  1. avatar
    utente anonimo at |

    Gentile Silendo,come hai ben sintetizzato, cito dall'articolo del link : "Le imprese italiane sono anche meno frequentemente parte di un gruppo, molto raramente hanno un venture capitalist nella compagine azionaria e hanno una quota di finanziamento bancario superiore a quello degli altri paesi."
    Questa malattia mentale grave dell'imprenditore italiano riguarda medio-grandi e piccolissimi, e soprattutto non solo l' estero o la paura di un concorrente nazionale, ma anche i rapporti tra piccoli a livello nazionale, che spesso rovinano le loro possibilità reali sul terreno e collaborazioni nate da poco per egocentrismi assurdi e diffidenze al limite della più pura paranoia, (so di cosa parlo). ma rovinano soprattutto la vita a quanti, tra i liberi professionisti o i tecnici o altri, siano nati con il gene della creatività e dell'intuizione, che non è una cosa che riguarda la 'moda' ma ha fatto nascere le scoperte matematiche, fisiche e i prodotti artigianali. come dire, una malattia che si sta mangiando quel che rimane di un paese…L'IMPRENDITORE ITALIANO è TENDENZIALMENTE IGNORANTE IN FATTO DI IMPRESE, NON HA CAPITO COSA VUOL DIRE 'IMPRESA PRIVATA', 'RISCHIO, GESTIONE DEL RISCHIO','MERCATO'. necessita una stretta fortissima sugli incentivi (che vanno come minimo concepiti in altro modo), i finanziamenti pubblici, nazionali e regionali, perché ho visto bene che sono l'appoggio a cui si aggrappano solo le pseudo-imprese mentre non aiutano per nulla quelle vere, danneggiandole. ma si scatenerebbe la bolgia per le piazze,  troppi partiti sono aggrappati essi stessi ad un sistema-paese così concepito e soprattutto, duole dirlo, un numero semplicemente allucinante di cittadini.

    Reply
  2. avatar
    arcanaimperii at |

    http://www.francodebenedetti.it/ma-quale-assalto/

    Il clamoroso errore di chi sogna l’arrivo di una cordata italiana per risolvere il caso Parmalat.

    Perché, nella vicenda Parmalat, ce la si prende con Lactalis, mentre è la migliore delle soluzioni? Naturalmente di quelle che sono oggi sul tavolo, non di quelle che ci sarebbero potute essere se il signor Tanzi avesse ambito a essere leukos anziché kallistos e finire bancarottiere, se il signor Bondi avesse convinto gli azionisti a supportarlo in piani di sviluppo, se uno dei tanti signori Brambilla avesse deciso di farlo al suo posto, comperandosi l’azienda. Come sappiamo, non è questo il film che stiamo vedendo. In altri mercati, o per buona pratica o per necessità, chi vuole prendere il controllo di una società lancia un’opa, col che tutti gli azionisti possono lucrare il premio di maggioranza: ma non siamo molto credibili se vogliamo sceneggiare quel film nel nostro mercato.

    Che cosa vorrebbero, oggi, quelli che si strappan le vesti o si asciugano gli occhi? Che una banca si metta alla guida di una “cordata” a maggioranza italiana stile Telco? Che si induca un imprenditore come Ferrero, che ha avuto grande successo facendo per tutta la vita sempre e solo il suo mestiere, a un tardivo innamoramento per il modello conglomerato? Che si blocchi tutto, investendo in buoni del Tesoro il tesoretto che, per statuto e per legge (Milleproroghe) non è disponibile per la distribuzione ai soci? Ieri il governo ha emanato un decreto che consente di rinviare fino a giugno le assemblee anche se tale possibilità non è prevista dallo statuto, e anche se queste sono già state convocate. Il dossier Parmalat è stato sul tavolo di società finanziarie e fondi di private equity da un paio d’anni, e nessuno ha trovato interessante acquistare quando valeva 1,70?: davvero dobbiamo auspicare che nei prossimi tre mesi succeda qualcosa? Tutta “moral” una “suasion” che faccia diventare conveniente comprare a più di 2,80 ciò che non pareva esserlo a 1,70?

    Questo per quanto riguarda il “lucro cessante”: ma non è diverso per i timori di “danno emergente”. Nel consiglio di Parmalat dovranno essere presenti consiglieri indipendenti, che avranno voce in capitolo sulle trattative con parti correlate: perfino le sinergie con le altre partecipazioni italiane di Lactalis, Galbani, Invernizzi, Cademartori, saranno sotto la lente. Certo, ci sono i produttori di latte, e hanno i loro protettori politici: ma non si vede perché dovrebbero vedersi proporre condizioni, per quantità e prezzo, più sfavorevoli delle attuali. Insomma, da qualunque parte la si prenda, non si capisce la ragione di una simile levata di scudi. Sempre che di ragione economica si parli. Non solo nessun pasto, ma neppure nessuna polemica è gratis: in
    questo caso il costo è di rendere più improbabile ciò che si vorrebbe accadesse. Se è vero (un’affermazione di cui sarebbe interessante verificare l’esattezza) che i nostri imprenditori sono più sovente preda che predatori, è perché trovano più conveniente giocare nell’orto di casa propria, o perché ritengono troppo rischioso giocare in quello altrui? In un caso e nell’altro la reazione governativa e le polemiche giornalistiche sono controproducenti. Lo è la moral suasion che aumenta le convenienze a privilegiare scelte domestiche; lo sono le ostilità suscitate e gli ostacoli frapposti che aumentano il timore, del tutto giustificato, che siano cordialmente contraccambiati.

    Servirebbero, come sostegno e come esempio, le banche: ma quelle sono tutte impegnate, Alitalia, Telecom, RCS, Serravalle, Zunino, Granarolo, Fonsai… Come dire, l’orto di casa nostra.

    Reply
  3. avatar
    utente anonimo at |

    La questione che tu proponi non è proprio inerente alla mia professione e al mio sapere specifico.
    Deto questo penso però che prima di discutere del problema così come è esposto ci dobbiamo domandare se abbiamo incluso nella sua formulazione tutti i termini (o stakeholder).

    Secondo me mancano nell'enunciato del problema sul quale andiamo a dibattere mancano all'appello diversi elementi importanti.

    I consumi, il sistema fiscale, le distribuzioni delle ricchezze, la finanza  e la moneta (base aurea o meno) sic et simpliciter sono elementi chiave.

    Così come è formulato, il testo  presentato sembra essere il solito piagnisteo sassone contro il modello economico italiano.
    Ma 'sti sassoni perchè non applicano quella loro spiccata critica alla loro bella societa' multi etnica che il loro Premier -qualche mese or sono- ha definito un errore? 
    Ma siamo sicui che i sassoni siano in grado di "guidare"  un insieme di nazioni come ha fatto finora gli USA?
    Dopo la I guerra mondiale non è stata la perfidia Albione ad imporre misure draconiane alla Germania favorendo l'ascesa del nazismo?
    Gli USA con il piano Marshall hanno adottato una soluzione un  tantino differente.

    Reply
  4. avatar
    Silendo at |

    Anonimo, perdonami, temo di non seguirti :)
    Stai parlando di ""The Global Operations of European Firms. The second Efige Policy Report"? I
    Questo documento è italiano e scritto da ricercatori italiani.

    Reply
  5. avatar
    utente anonimo at |

    il ragionamento di franco debenedetti mi pare il seguente:
    siccome il nostro capitalismo industriale è rachitico, per una sorta di darwinismo societario dobbiamo arrenderci e soccombere.
    Fulgido esempio di patriottismo…
    Per di più di fronte a gruppi industriali di un paese che invece alza spudorate barricate a casa propria.
    Linus

    Reply
  6. avatar
    utente anonimo at |

    Silendo,
    gli autori possono pure avere passaporto italiano ma qui la cifra a cui mi riferisco è culturale: le idee (economiche) sottostanti sono anglosassoni.
    il rimprovero è sempre lo stesso: voi non siete come siamo noi (altri).
    Occorre tenere in conto altre (numerose) altre variabili durante l'analisi  poichè spessp proprio le variabili insignificanti danno origine ai grandi cambiamenti (un omaggio doveroso a Renè Thom).
    Ecco la mia matrice di riferimento del mio intervento precedente.
    Analizzare un sistema (Italia) utilizzando gli Use Case anzichè un approccio sistemico (inutile dire da dove noi italiani abbiamo imparato tale metodo): gli Use Case prendono in esame un aspetto "locale" del problema e lo analizzano sempre localmente seguendo il principio " Se non siamo così … allora dobbiamo fare colà"
    Insomma si prende una decisione globale (mi libero di tutte le industrie partecipate statali per esempio) basandomi su un'analisi locale (far presto cassa, fare gli inglesi meglio degli inglesi ,,,)

    Mia posizione personale sul tema:
    Abbiamo una rete di piccole e medie industrie? Embè … come diceva il compianto Presidente.
    Per 200 anni siamo stati la  prima potenza economica continentale (le Repubbliche marinare) senza avere un'industria "pesante" bensì un agile mix tra commercio, manufatturiero artigianale, finanza (i Medici a Firenze o i lucchesi), innovazione (Marco Polo ci ha riportato parecchi know how da cui abbiamo sviluppato un'intensa rete artigianale) 

    Soffriamo di nanismo industriale? Ariembè … chi lo ha stabilito che le concentrazioni industriali siano un bene. I dinosauri si sono estinti mentre le lucertole ci sono ancora.

    A proposito di Parmalat, ho letto che l'azienda ha un attivo di 1,4 mld e stavolta non viene in mente a nessuno di vendere le azioni ai piccoli risparmiatori italiani così da bloccare -come il sano mercato esige- scalate estere. Insomma il popolo italiano lo si fa entrare quando c'è da spalmare i debiti e non quando c'è da dividersi i dividendi.
    Strano no?

    Reply
  7. avatar
    utente anonimo at |

    #6, il compianto presidente ammetteva candidamente di non capire nulla di economia e finanza… 
    Linus  

    Reply
  8. avatar
    utente anonimo at |

    Linus,
    di economia e finanza ne capisco meno del Presidente recentemente scomparso ma rimangono le domande irrisolte per formulare le quali non occorre essere un laureato alla Bocconi e alle quali i Gavazzi o i Tremonti -mi pare non sapendo più cosa raccontare- ci narrano di "mostri" e videogame.

    Forse alla prossima previdibilissima* crisi, costoro daranno la colpa (stavolta) ai sette nani (ormai non gli rimangono che costoro)?

    Nella mia attività professionale, se dopo 8 anni, non riesco a rimediare ad un problema ricorrente mi mandano a casa, in economia e finanza invece li promuovono e li nominano pure ordinari di economia.
    E si … non capisco proprio nulla di economia e finanza.

    Un doveroso inciso. Il compianto Presidente (P maiuscola … please!) ebbe lo spessore umano di rassegnare le dimissioni quando non seppe o non potè salvare la vita all'On Moro in qualità di ministro degli interni: ti risulta che i soloni della finanza danno le dimissioni dalle loro cattedre ogni qualvolta  "scoppia" una nuova (prevedibilissima!) crisi (ci sarebbero più posti liberi)?

    Galileo

    *(dovrebbero spiegare ai soloni di economia che gli esperti riescono a simulare praticamente tutto quello che è riconducibile ai fenomeni scientifici/i cicli economici … A proposito i videogame si programmano …) 

    Reply
  9. avatar
    Silendo at |

    Galileo, buonasera. 
    Premesso, come sempre, che non sono un economista ma, perdonami,  non leggo il saggio in questione come culturalmente anglosassone.
    Lo leggo come un'analisi di dati oggettivi i quali indicano che il nostro Paese è molto poco attraente per i capitali stranieri.
    E' cosa da poco? Non direi proprio dato la cronica sotto-capitalizzazione del nostro sistema economico.

    Venezia? Le Repubbliche marinare? Sbaglio o si sta parlando di qualche secolo prima della Rivoluzione Industriale? :)
    Galileo, siamo stati grandi quando siamo stati in grado di competere con gli "strumenti" (in questo caso economici) del tempo
    Sono molto sincero: il concetto del "piccolo è bello" mi sembra tanto una vulgata totalmente smentita dalla realtà economica sostenuta e diffusa ad arte da una classe dirigente (politica ed economica) autorefernziale, ripiegata in se stessa, che punta solo a proteggere il proprio orto evitando di dover competere. Nella consapevolezza che la competizione, quella vera, spazzerebbe via i privilegi di cui attualmente gode. Il concetto del "piccolo è bello" è funzionale a tutto ciò, a mio avviso.
    I capitali stranieri sono benvenuti quando sono funzionali a tutelare determinati assetti di potere. Diventano il male (all'armi, siamo invasi dallo straniero!) quando rischiano di intaccarli tali assetti.
    Giustamente citi come esempio un periodo nel quale la nostra finanza era all'avanguardia così come la nostra capacità di innovazione.
    Ti chiedo: dove sono adesso la nostra finanza e la nostra capacità innovativa?
    Evito di parlare della prima, per carità di patria, mi limito a prendere atto che siamo in posizioni molto basse nelle statistiche internazionali sulla seconda. Sarà forse che il piccolo è bello non funziona così bene come ci viene detto?
    Mi ricordo di aver letto da qualche parte che c'è un rapporto diretto tra grande industria e capacità di innovazione perchè la ricerca applicata costa molto e le piccole imprese difficilmente riescono ad effettuarla, se non abbondantemente supportate dalle banche. Le quali in Italia mi sembrano più concentrate su altri tipi di finanziamenti 😉
    Ora non mi fraintendere, ti prego. Qui non si tratta di abbracciare culture estere. Figurati, io sono ITALIANO fin nell'elica del DNA.
    Si tratta di lavorare perchè la nostra Patria torni ad essere Grande.
    Per poter raggiungere questo risultato, però, è fondamentale ragionare freddamente sulla nostra situazione…. che è, a mio avviso, pessima. E se lo è (ma magari sbaglio io) forse vuol dire che il nostro "sistema" non va e che "qualcosa" va cambiato… 😉

    Reply
  10. avatar
    utente anonimo at |

    Ciò che ha detto Silendo è verità, senza ulteriori commenti.
    Criticare spietatamente è necessario. Crogiolarsi come fanno tanti, anche su questo blog, spargendo zuccherose lacrimucce alla vista del Tricolore o di chissà quale altra amenità nazionalpatriottica, non serve a niente.
    Quando siamo nei guai, alla fine ci affidiamo fatalisticamente allo Stellone d'Italia, oppure al colpo di genio risolutore. Questo modo di ragionare è il portato di tare ataviche che ci affliggono e che non riusciamo a superare.

    Tra il XV e il XVI secolo, le grandiose Venezia e Firenze battevano monete d'oro riconosciute in tutto il mediterraneo ed erano davvero l'equivalente del dollaro del XX secolo.
    Poi sopraggiunsero i nuovi commerci legati alle scoperte di nuovi continenti; per competere occorrevano navi più robuste e maestranze più capaci. Genova da sola ci provò, organizzò una piccola flotta, investendo molto, ma fu presa a legnate da olandesi e inglesi i quali affidarono questa operazione a killer di professione, ovvero a pirati al soldo delle loro monarchie. (l'ho letto in un bel libro del sommo carlo cipolla).

    Se Venezia, Pisa e Genova sui mari, avessero agito strategicamente con i quattrini fiorentini, e magari con la copertura di Milano, avremmo fatto vedere i sorci verdi a lorsignori. Erano potenti e capaci. Non andò così  e ci mettemmo altri 400 anni a unificarci.
    Sono fantasticherie? Certo, ma possiamo comprendere tante cose da questi giochi storici.

    Linus

    Reply
  11. avatar
    Silendo at |

    Linus, sei gentilissimo come sempre ma assolutamente non penso di avere la verità in mano. Per amor del cielo…
    Si tratta solo del mio punto di vista.

    PS a proposito del magnifico Cipolla, sto (ri)leggendo "Storia economica dell'Europa pre-industriale"…. stupendo.
     

    Reply
  12. avatar
    utente anonimo at |

    Silendo,
    ti ringrazio per l'opportunità che dai di poter discutere di questi temi.
    Attrarre i capitali esteri privati  è cosa positiva nel piccolo termine (nuova impresa->lavoro->nuove specializzazioni) ma l'investitore (generalmente finanziario) pretende ed esige che il suo investimento sia quanto più possibile remunerato (i guadagni ad ingrassare gli azionisti) e non gliene frega niente se il lavoratore dipendente perde il posto, i macchinari diventano obsoleti, il know how non cresce più.
    In genere i politici -autentiche menti sovrane- mettono i soldi (pubblici!) per trattenere gli investitori privati (detassazione, finanziamenti a fondo perduto, …) ma quando i finanzieri decidono … non c'è ne per nessuno. Fiat, Telecom sono aziende che possono offririci spunti di riflessione in tal senso.

    E' chiaro che così la nazione perde la propria sovranità: fanno tenerezza i diversi ministri scodinzolare intorno ai pullover supplicando di mantenere la produzione in Italia.

    Vorrei legare logicamente le Repubbliche marinare e gli "strumenti dei tempi".
    Gli strumenti possono cambiare con i tempi ma la logica è sempre quella dei tempi delle Repubbliche.
    Firenze coniò il fiorino d'oro per una necessità pratica; i saraceni con i quali trafficava usavano l'oro come base monetaria al contrario dell'Europa che dai tempi di Carlo Magno aveva usato l'argento.
    Le ricchezze fiorentine erano basate sull'oro e pertanto rapidamente divennero banchieri giacchè prestavano una moneta aurea che offriva una garanzia ipso facto.
    Se Firenze patì un tracollo lo si deve molto agli inglesi  che fecero default (aridaje … come ti sbagli …sempre loro in saecula saeculorum …).
    Penso che qualche spunto lo possiamo trovare per i nostri giorni.

    Per esempio una prima indicazione geopolitica: da sempre l'Italia -quando ha potuto orientarsi secondo la propria indole- ha rivolto la sua attenzione al mediterraneo (Venezia ha sempre orientato la sua geopolitica a partire dal mediterraneo … il compianto Col. Giovannone pure) e l'Italia -per millenaria esperienza- sa quando occorre alzare le mani con gli arabi e quando invece occorre dialogare.Occorrerebbe spiegarlo al moderno Asterix  … tale per l'altezza non certo per le altre virtù.

    La questione del "piccolo è bello".
    E' vero che il nanismo industriale non ci permette di fare un'economia di scala e soffriamo rispetto ai nibelunghi ma occorre realismo e noi italiani siamo fatti così. Io penso che è inutile cercare di imitare i nibelunghi … è cime pretendere dalla Svizzera di avere una forte Marina Militare. Che fare? Il realismo ci impone che dobbiamo essere e fare quel che sappiamo fare meglio (… prima di inondarmi di cattivi esempi pensate a Marconi, Fermi, Olivetti, Ferruzzi Serafino, Ferrari il Drake, Rubbia, …)  accettando di non poter avere un organizzazione simile ai nibelunghi.

    I modelli economici a rete sono già una realtà: i sistemi che produciamo con il marchio della grandi Aziende (parlo con cognizione di causa … credimi) sono invece prodotte da una rete si subfornitori che lasciano assemblare il tutto al primer blasonato ma vuoto in termini di know how e competenza tecnica specifica.
    Perchè -invece di piangerci quando vediamo i nibelunghi- non ci concentriamo invece come potenziare con il management di integrazione la rete produttiva esistente? Forse per noi è questa la nostra rivoluzione industriale.

    Innovazione: nota dolente. Purtroppo devo dire che le spese che ci raccontano essere dedicate per l'innovazione sono invece utilizzate per coprire le perdite dei progetti.
    Non posso fornirti i dati del numero dei brevetti registrati in Italia versus GE, FR, J, USA … ma da quel poco che riesco a vedere i brevetti sono pochini qui da noi. I motivi? Sono tantissimi ma il principale è quello che tu hai segnalato qualche post or sono: una pessima selezione della classe dirigente della nazione.
    I peggiori occupano posti le cui responsabilità sono superiori al loro sapere o alle loro possibilità.
    Purtroppo alcune mie cicatrici mi ricordano che il metodo più efficace per devastare una nazione è squalificare i processi di selezione della classe dirigente. Da lì poi tutto diventa semplice.
    Voltaire aveva ragione "E' pericoloso avere ragione quando il governo a torto"

    Vi chiedo scusa per essere stato prolisso
    Galileo

    Reply

Leave a Reply


(obbligatorio)