17 Responses

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    Zabetta at |

    Boh.

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    Silendo at |

    :))

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    utente anonimo at |

    Io credo che si dovrebbe cominciare a prendere in seria considerazione la massima “se non riesci a sconfiggerli fatteli amici”. Ormai siamo arrivati ad un punto dove potrebbe risultare utile un tentativo di dialogo con i talebani per fare in modo che questi si stacchino da Al-Qaeda. Perche’ non offrire anche a loro un sostegno economico come gia’ da tempo si fa con il Pakistan? Un’altra possibbile offerta potrebbe comprendere la cessione di una parte di territorio afghano, tipo la famigerata provincia di Kandahar. Non credo di dover andare a spiegare le motivazioni di questa mia proposta.

    Un caro saluto a tutti.

    P.S. Forse e’ giunta l’ora di far pagare pegno al Pakistan.

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    AllegraBrigata at |

    Io credo che per impedire ad un gruppo terroristico di costruire un safe haven sia necessario il controllo del territorio. Chi lo controlli è poi da vedere. Possono essere truppe occidentali o truppe locali.

    Enrico

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    utente anonimo at |

    il controllo dellafghanistan significa poter non fare arrivare gasdotti/oleodotti del mediooriente alla Cina, che ha molta fame. …Oppure farlo arrivare ma con il sovrapprezzo.

    ….tutte le altre storie sono giustificazioni.

    ciao silendo

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    utente anonimo at |

    Non so se arrivo fuori tempo massimo o se questo untevento sia fuori luogo, ma il quesito che mi pongo è: che fine ha fatto la strategia Petraeus, la Counterinsurgency, nonchè il programma HTS? Si disse che in Iraq avesse funzionato ed in virtù di ciò sarebe stato trasferito anche in Afghanistan…

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    utente anonimo at |

    Scusate per qualche errore di battitura: “intervento” e non “untevento”; “sarebbe” e non “sarebe”…

    E poi ho dimenticato la firma…

    Ciao a tutti.

    Bourne

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    Silendo at |

    Ciao Anonimo 5. Hai toccato un punto, secondo me, fondamentale ma poco o nulla dibattuto negli States. Parlo di dibattito pubblico, ovviamente.

    La presenza di truppe per il controllo geopolitico e geostrategico dell’Asia più che per il contro-terrorismo.

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    AllegraBrigata at |

    Enrico hai pienamente ragione ed aggiungo che sono d’accordo con Hoffman, citato nell’articolo del New York Times.

    Credo che la questione sia malposta. Nel dibattito statunitense, non da Silendo.

    La domanda dovrebbe essere se il gioco vale la candela. E’ una questione di costi insomma.

    Roberto

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    utente anonimo at |

    Buongiorno a tutti!!!!

    Enrico, Roberto…concordo in pieno, mi chiedo solo se il dubbio degli USA sia l’inaffidabilità delle truppe locali… che ne pensate??

    Buona giornata a tutti e…un grazie al sempre cortese Padrone di casa!!!

    Daniele67

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    Silendo at |

    Daniele carissimo… ;))

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    AllegraBrigata at |

    Ciao Daniele.

    Sicuramente non si fidano dei locali ma non credo sia questo il nodo.

    Io credo che il problema americano sia un problema di soldi, di sostenibilità economica dell’impegno.

    Forse prima ancora che di sostenibilità politica.

    Roberto

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    Silendo at |

    Infatti, secondo me, il vero dilemma che fronteggia adesso l’Amministrazione Obama è come ridurre i costi della presenza in Asia Centrale senza perdere i vantaggi geopolitici.

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    utente anonimo at |

    L’ITALIA SPARA ALLA CRISI: L’EXPORT DI ARMI FA +30%

    di: Redazione Nsd

    giovedì 10 settembre 2009

    (Libero), di Mauro Suttora – L’Italia balza al secondo posto nella classifica mondiale delle esportazioni di armi. È questo il clamoroso dato contenuto nell’ultimo rapporto del Congresso Usa, che ogni anno calcola l’export bellico. Nel 2008 le aziende italiane (quasi tutte del gruppo pubblico Finmeccanica) hanno firmato contratti per 3,7 miliardi di dollari, più che triplicando il risultato dell’anno precedente. Siamo superati soltanto dagli Stati Uniti, che con i loro 37 miliardi controllano più dei due terzi del mercato mondiale.

    Per la prima volta nella storia l’Italia supera i tradizionali Paesi esportatori: la Russia innanzitutto, che si è fermata a 3,5 miliardi rispetto agli oltre dieci del 2007. Ma anche tutti gli altri concorrenti che ci hanno sempre sopravanzato: Gran Bretagna, che nel 2007 era terza con nove miliardi, Cina (quasi quattro miliardi), Francia (1,8 miliardi) e Germania (1,5). Due anni fa l’Italia si era fermata a un miliardo, settima in classifica.

    Il mercato mondiale delle armi è caratterizzato da grandi fluttuazioni di anno in anno. La firma di una singola maxicommessa per centinaia di milioni basta a ribaltare le statistiche.

    Ma per l’Italia l’ultimo decennio è stato in costante ascesa: dai soli 200 milioni di dollari esportati nel 2000, ai 600 del 2004, fino al miliardo e mezzo del 2005. Anche il mercato globale è cresciuto: l’export bellico totale è raddoppiato dai 28 miliardi del 2003 ai 60 del 2007. Nel 2008 la recessione ha ridotto del sette per cento i fatturati, facendoli scendere a 55 miliardi. E l’Italia ha approfittato del crollo dei concorrenti per piazzarsi al secondo posto.

    Nessun organo di stampa italiano ha finora dato notizia dell’exploit, riprendendo lo scoop del corrispondente militare del New York Times Thom Shanker pubblicato il 7 settembre. Eppure anche l’’Herald Tribune’ (edizione europea del quotidiano americano) ha ripreso l’articolo tre giorni fa. L’export di armi è infatti un argomento politicamente delicato, soprattutto a sinistra. Non fa piacere agli antimilitaristi sapere che sono soprattutto aziende statali a vendere sistemi d’arma italiani nel mondo. Anche sotto il governo Prodi.

    Al primo posto si piazza Agusta con nuovi contratti per oltre due miliardi di dollari (soprattutto elicotteri alla Turchia), poi Alenia con 400 milioni e Oto Melara con 260. Seguono Fincantieri (230 milioni), Simmel (220 milioni in munizioni e spolette) e Iveco (160). Poi ancora aziende Finmeccanica: Selex (140 milioni) e Galileo Avionica (60). Infine Avio, Microtecnica e Selex Communications.

    Pure nel settore «armi piccole e leggere» (pistole e fucili, anche da caccia e sportivi) siamo i secondi del mondo, superati solo dagli Stati Uniti. In questo caso i dati provengono dall’Onu, e risalgono al 2006. L’Italia ha esportato per 434 milioni di dollari.

    I nostri principali acquirenti sono Usa e Paesi europei. Leader mondiale è la bresciana Beretta, che è anche la più antica fabbrica d’armi al mondo: 2.500 dipendenti, fatturato sui 400 milioni di euro. La sua fabbrica in Maryland (Usa) sta sfornando l’ultimo ordine di 25 mila pistole M9 per l’esercito americano. Gli Stati Uniti rappresentano la nuova frontiera anche per Finmeccanica.

    Il colosso guidato da Pier Francesco Guarguaglini (60 mila dipendenti e 15 miliardi di fatturato, non solo nell’industria bellica), al terzo posto fra le aziende europee del settore difesa, lo scorso ottobre ha acquistato la Drs, società di punta del complesso militare-industriale Usa, con i suoi diecimila dipendenti e tre miliardi di fatturato. È diventata così la prima al mondo per le tecnologie con i raggi infrarossi, sempre più utilizzate sui campi di battaglia.

    Insomma, nel panorama di crisi dell’industria metalmeccanica italiana (meno 30 per cento nel primo semestre 2009), le fabbriche di armi lavorano a pieno ritmo. In totale, il nostro settore bellico produce per sette miliardi e mezzo di euro annui (metà per l’estero, metà per le nostre forze armate) e dà lavoro a 50 mila persone.

    spero sia esplicativo…a volte tutto è molto più semplice di quanto sembri

    folgore 77

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    utente anonimo at |

    Ora “ci si chiede se la presenza di soldati statunitensi serva effettivamente a proteggere il territorio americano da attacchi qaedisti” E’ la favola della Volpe e l’uva? ;-)) lol

    seppli

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    Silendo at |
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    utente anonimo at |

    Letto, grazie!!

    Raffox

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