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    utente anonimo at |

    Ho letto. Allora, KK è moglie di FK, figlio di DK, e fratello di RK. Oltre ad essere tutti storici e tutti neoconservatori, cosa hanno in comune? Che hanno studiato tutti a storia a Yale. Non male come esempio di meritocrazia. Almeno sui due figli, i dubbi non si sprecano: possibile che tra tutti i posti dove potevano essere accettati, abbiano scelto Yale. Si noti poi che RK ha preso il PhD in un posto minore, segno che era una schiappa.

    Cmq, sull’articolo. Dice cose corrette e non. A me sembra il solito tentativo di mostrare quando debole sia obama in politica estera, anche se su alcuni suggerimenti operativi ha probabilmente ragione.

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    Silendo at |

    Andrea carissimo, secondo me l’analisi delle limitazioni operative è corretta. In particolare nei punti 1 e 2 (non so pronunciarmi invece sul punto 3).

    Riguardo al suo curriculum… ti confesso che prima d’ora l’avevo sentita nominare forse solo una volta…. 😉

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    AllegraBrigata at |

    Sì, l’articolo azzecca un paio di questioni operative centrali.

    Davide

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    AllegraBrigata at |

    Sul surge iraqeno mi sembra un po’ troppo sicura dei suoi effetti positivi.

    R.

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    utente anonimo at |

    No, io la conoscevo. Questo institute for the Study of War esiste da qualche anno e fondamentalmente è una sorta di revival, fatto meglio, del Project for a New American Century. Si focalizza meglio e di più su aspetti militari, ma la sostanza è la stessa.

    KK è una valida analista, volevo solo sottolineare il suo CV “nascosto”, perchè è sempre bene capire con chi abbiamo a che fare. Ora lei ci dice che rischiamo di perdere la guerra in Afghanistan: è giusto ricordare che siamo qui anche per il neglect di anni a cui ci hanno portato le idee strampalate del marito, del genero e del suocero.

    In ogni caso, sui punti uno e due ci vede, ma, secondo me, si basa troppo sull’analogia irachena – che oltretutto in parte travisa. AllegraBrigata (Roberto?) aveva linkato questo post, se l’avevi perso, ti consiglio di darci un’occhiata: riprendo uno studio del CNA che per me è davvero interessante.

    http://epistemes.org/2009/07/22/quali-prospettive-per-lafghanistan-parte-i/

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    AllegraBrigata at |

    Grazie Andrea :)

    Sì, conoscevo sia il tuo articolo che il documento che segnali.

    Roberto

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    utente anonimo at |
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    utente anonimo at |
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    utente anonimo at |

    X SILENDO :

    ho trovato molto interessante il seguente articolo dalla odierna rassegna stampa del Min. Difesa .

    Mi conferma che il “pensiero laterale” è quello che si dovrebbe sviluppare maggiormente.

    28/08/2009 – “LIBERAZIONE”, Pag. 3

    Quando i talebani hanno imparato a costruire bombe dagli italiani

    di: Antonio Camuso

    http://www.difesa.it/Sala+Stampa/Rassegna+stampa+On-Line/PdfNavigator.htm?DateFrom=28-08-2009&pdfIndex=55

    BABBANO ASIMMETRICO

    P.S. : spotalo dove più opportuno

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    Silendo at |

    Grazie Babbano. Qui va più che bene 😉

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    utente anonimo at |

    da http://it.peacereporter.net/parolachiave/1/Kimberly%20Kagan

    15/08/2009

    Perché i Talebani stanno vincendo

    L’analisi di Kimberly Kagan per Foreign Policy sulla guerra in Afghanistan: ‘Gli ultimi anni sono stati un fiasco dal punto di vista strategico, ma questa guerra si può ancora vincere’

    Ci sono tre cose molto interessanti in questo documento: la prima, è che non viene mai usata la parola “talebani”. Difficile che sia un caso. Più probabile che sia indice di una nuova visione del rapporto tra la politica estera Usa e gli insorti afgani.

    La seconda è che parlando della zona intorno a Lash-Kargah, dove combattono da anni isoldati inglesi (considerati da tutti gli analisti militari gli unici che combattono sul serio in quel Paese), la Kagan mette in luce una contraddizione dove chiede maggiore e più concentrato intervento militare (come è appunto in quella zona) per ottenere qualche risultato. Ma chi è stato nell’Hellmand sa bene che non c’è nessun controllo della situazione da parte delle foze militari straniere in quella zona.

    La terza è che, come oramai molti dicono, anche il consigliere del capo di tutte le forze di occupazione occidentali ammette che il governo di Karzai non rappresenta il Paese e non è riconosciuto dagli Afgani.

    (M.N.)

    di Kimberly Kagan

    La guerra in Afghanistan non è andata bene, e non sorprende che gli americani si sentano frustrati. Molti osservatori indicano, giustamente, dei segni di progresso: la funzionalità di specifici ministri e programmi del governo afgano, la lenta crescita dell’esercito nazionale afghano, la costruzione di grandi infrastrutture come strade e dighe, nonché miglioramenti agricoli. Tuttavia questi obiettivi non hanno creato le condizioni che gli Stati Uniti si erano prefissati di raggiungere: uno stato afghano con un governo competente, considerato legittimo dalla sua popolazione e capace di difenderla, in modo che l’Afghanistan cessi di essere un paradiso sicuro per i gruppi terroristici islamici. Infatti, come ha recentemente suggerito il comandante delle forze della coalizione, il generale Stanley McChrystal, la situazione mostra segni di deterioramento: i gruppi ostili afghani rimangono altamente pericolosi, hanno nuovo slancio e hanno esteso la loro area di operazione. La violenza contro le forze di coalizione è in crescita. Dunque la domanda è: perché non siamo stati vittoriosi in Afghanistan?

    Anche se ho servito nel team di valutazione di McChrystal, non so come lui potrebbe rispondere a questa domanda, né posso speculare in base alle sue raccomandazioni per la strategia che sta portando avanti. Ma dopo molta ricerca, a cui si aggiungono due visite in Afghanistan quest’anno, credo che le operazioni militari stiano fallendo perché non c’è stata nessuna strategia coerente per reprimere, su larga scala, le forze ostili. Anche se il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha di recente annunciato una strategia “Af-Pak” (Strategia comune per Afghanistan e Pakistan), la campagna estiva degli Usa e della coalizione si presenta come nient’altro che una continuazione della scarna operazione pianificata dal 2008. E l’inerzia delle attività militari ci dice che sarà difficile cambiare questa “mastodontica piattaforma” per la maggior parte di quest’anno. Ma dobbiamo cambiarla, iniziando dalla correzione dei difetti nelle strategie, qui di seguito elencati, che McChrystal e il suo team hanno ereditato dai loro predecessori.

    1.Combattere nei posti sbagliati

    Le forze NATO sono dislocate su tutto l’Afghanistan, perfino nelle aree Pashtun a sud e a est, invece che concentrate su uno o due obiettivi pricipali. Una possibile eccezione è Helmand, l’unica provincia in cui sono schierate due brigate, le forze inglesi e la brigata di spedizione dei Marines americani. Invece, durante l’invasione in Iraq, gli Stati Uniti avevano concentrato circa la metà delle loro forze a Baghdad e d’intorni. Baghdad era cioè il centro di gravità degli scontri. Controllandola, avremmo vinto; se erano i nemici a controllarla, avremmo perso. Per questo un team di cinque brigate – grosso modo 25000 uomini – proteggevano una città di otto milioni di abitanti.

    Altri quattro team proteggevano gli accessi meridionali di Baghdad, e almeno uno, a volte due, team addizionali si occupavano dei sobborghi settentrionali della città.

    Non vi è un facile equivalente di Baghdad in Afghanistan. Lì, gran parte della popolazione – e delle sommosse – è dispersa in aree rurali. Nondimeno, alcune zone, come per esempio la città di Kandahar e i distretti intorno a essa, sono più importanti – per i nemici, per il governo afghano e per noi – di altre. E ancora, quasi non c’è un qualsivoglia piano per neutralizzare i rivoltosi, se non in due distretti intorno a Kandahar con un insufficiente contributo da parte delle forze di sicurezza nazionali afghane. Ancora peggio, il rapporto tra uomini e popolazione in questi due distretti è di, approssimativamente, 1 a 44, vicino al minimo richiesto. Una buona valutazione delle nostre priorità in Afghanistan porterebbe a un’evidente diversa distribuzione delle forze di coalizione, e anche più efficace. Questo è senza dubbio il motivo per cui McChrystal di recente ha detto ai reporter che concentrerà le forze intorno a Kandahar.

    2.Combattere in modo sbagliato

    Un altro problema è che le forze NATO hanno dato istruzioni su come combattere le forze ostili meglio di come abbiano poi materialmente fatto. Quasi tutte le unità NATO nelle aree Pashtun sostengono di proteggere la popolazione impegnandosi in una serie di operazioni militari note come “Stabilirsi-Mettere in sicurezza-Controllare-Costruire”. Ma le truppe si sono mosse lungo questa sequenza troppo velocemente. Con riferimento alla recente esperienza in Iraq, stabilirsi in un area richiede dai 30 ai 45 giorni, mettere in sicurezza quest’area richiede dai 3 ai 6 mesi, e controllarla richiede ancora più tempo. Con poche eccezioni, le forze NATO in Afghanistan non hanno mai operato su questi tempi. Generalmente condensano le prime due operazioni nel giro di poche settimane, per poi passare prematuramente a quella che loro considerano come la fase di controllo. Come risultato, la NATO raramente guadagna un controllo permanente su qualche area e, se ci riesce, questi territori sono così piccoli da avere solo piccoli effetti sulla resistenza o sulla popolazione. Il nemico, semplicemente, si allontana e poi ritorna.

    In più, la coalizione e le forze afghane sono eccessivamente concentrate nell’assicurare linee supplementari e nel ridurre la minaccia costituita da ordigni improvvisati, garantendo supporto tattico invece che contenendo la guerriglia. Conseguentemente, molte forze – soprattutto afghane – sono dislocate lungo le tangenziali, le vie principali presenti nello Stato. Posizioni statiche come queste rappresentano uno spreco di truppe. Sicuramente, le nostre forze devono essere capaci di manovrare lungo corridori strategici, ma il modo migliore per garantire ciò è ottenere il controllo sulle aree popolate, portando lontano dalle tangenziali i nemici per batterli nei loro santuari e nelle zone che li supportano.

    In altri regioni, le forze combattenti stanno cercando di fare le cose giuste, ma, ancora una volta, nei posti sbagliati. Come ha dimostrato l’esperienza in Iraq, il successo nel reprimere le sacche di resistenza spesso comporta la distribuzione di forze dalle basi più grandi alle più piccole, per vivere tra la popolazione. Ma in alcune zone remote, teatro di scontri, dell’Afghanistan orientale, come nel Nuristan, dove il nemico ha poco effetto strategico o operativo, le forze combattenti impegnate sono troppe. Hanno spostato avanti grandi basi operative, fino ad aree strategicamente insignificanti, e stabilito piccoli avamposti che riescono appena a sostenersi da soli: le unità sono troppo piccole per fare qualsiasi cosa che non sia proteggere il loro avamposto. Un approccio migliore è quello di concentrare le forze per operazioni di repressione e di correre rischi maggiori nei luoghi di minore importanza.

    3.Combattere sulla base di cattivi presupposti

    Quello che troppo spesso determina la scelta del dove portare avanti le operazioni di “Stabilirsi-Mettere in sicurezza-Controllare-Costruire” è la prospettiva di condurre poi progetti di sviluppo, e non la sicurezza della popolazione. Ciò tende a far prevalere l’importante sull’urgente, il possibile sul necessario. Per esempio, grandi operazioni nell’area controllata dagli inglesi nell’Helmand sono state intraprese per garantire lo sviluppo. La diga di Kajaki e la zona di sviluppo agricolo vicino Lashkar Gah hanno guidato la concentrazione di forze nella provincia e, di fatto, in tutta la regione meridionale. A est, gli americani hanno costruito strade, come il passaggio a Khost-Gardez. Questi progetti sono importanti per lo sviluppo di lungo termine, ma solo a volte importanti per il raggiungimento dei nostri obiettivi militari e non dovrebbe essere permesso che dettino la disposizione di scarse risorse militari.

    In aggiunta, gli sforzi militari e civili in Afghanistan si muovono su ipotesi di sviluppo sbagliate. Troppo spesso sottolineano il valore di un progetto di sviluppo come un modello – come una dimostrazione di competenza del governo afghano e di buona volontà occidentale. Completando una specifica diga, per esempio, si può mostrare alla popolazione che il governo afghano è in generale in grado di fornire servizi; liberare un paese dimostra che le forze di sicurezza nazionale afghane possono, in linea di principio, difendere la popolazione. Ma se il modello non è replicato ampiamente e rapidamente, è semplicemente una…

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    utente anonimo at |

    …. dimostrazione di quello che potrebbe essere realizzato. L’effetto di una dimostrazione non sconfiggerà la resistenza. O un luogo è sicuro ed ha un governo efficiente, o no. Un buon piano di repressione riesce attraverso la creazione di sinergie tra progetti ben localizzati – non identificando un migliaio di punti luminosi e sperando che formino una presa elettrica.

    4.Combattere con successo – o fallire?

    Le misurazioni sono importanti in ogni guerra, e sulla base di recenti rapporti, l’amministrazione Obama sta preparando una nuova serie di indicatori per misurare se la lotta in Afghanistan sta avendo successo. Selezionare un buon sistema di misura è importante tanto quanto scartare quelli non buoni. La violenza contro le forze di coalizione, per esempio, è un indicatore inaffidabile di successo o fallimento. Da una parte, come abbiamo visto in Iraq, la violenza contro le forze amiche può aumentare all’inizio di una controffensiva per riconquistare il controllo delle in mano al nemico. Nessuna violenza, dall’altra, potrebbe significare che l’area è completamente controllata dal nemico. Le misurazioni del successo non sono semplicemente statistiche, e non possono essere determinate indipendentemente da un piano di campagna, che stabilisce una gerarchia di compiti e obiettivi.

    5. Possiamo vincere?

    Alcuni rispondono semplice e forte in senso negativo: sostengono che l’Afghanistan non è mai stato amministrato centralmente (che è sbagliato) e che è stato il “cimitero degli imperi” (che è vero solo in una manciata di casi specifici). Un fallimento non è del tutto inevitabile. La guerra in Afghanistan ha pagato quasi dall’inizio una mancanza di risorse, in particolare il tempo e l’attenzione degli alti responsabili politici. Gli Stati Uniti hanno dato la la priorità alla guerra in Iraq dal 2007 fino al 2009, per una strategia di valide ragioni. Alcune di queste scelte sono state anche viziate da sbagliate teorie di contrasto della resistenza: il Segretario della Difesa Robert Gates, per esempio, fraintende l’esperienza sovietica in Afghanistan, che lo ha portato sempre ad essere contro, erroneamente, all’aumento del contingente, sostenendo che innalzerebbe il rischio di fallimento.

    Siamo in grado di vincere in Afghanistan, ma solo se rivediamo con attenzione la campagna e la distribuzione delle risorse. L’aggiunta di maggiori risorse per l’impegno militare, così come è stato condotto nel corso degli ultimi anni, senza cambiare radicalmente la sua concezione, la progettazione ed esecuzione, risulterebbe poco producente. Questo è stato anche il caso dell’Iraq, e il cambiamento di strategia e dell piano di campagna che ha fatto seguito, sono stati tanto importanti per il successo quanto le risorse aggiuntive. Questo spiega perché McChrystal potrebbe adottare una diversa concezione della campagna – probabilmente richiedendo ulteriori risorse militari – quando sostiene la sua valutazione formale al segretario della difesa degli Stati Uniti e al Segretario generale della NATO per il dopo-elezioni in Afghanistan.

    Il fatto che non abbiamo fatto le cose giuste negli ultimi anni passati in Afghanistan, è in realtà una buona notizia in questo momento. Un tentativo, fatto con risorse adeguate, di combattere la resistenza non ha fallito in Afghanistan; semplicemente non è mai stato provato. Quindi, vi sono buoni motivi per pensare che una tale nuova strategia possa avere successo oggi. Ma dobbiamo fare in fretta, perché come spesso accade in questo tipo di guerra, se non stai vincendo, allora stai perdendo.

    * Kimberly Kagan è presidente dell ‘Istituto per lo Studio della guerra e l’autrice di The Surge: Una storia militare. Ha viaggiato in Afghanistan due volte quest’anno per esaminare le operazioni militari, la seconda volta come parte del team strategico di valutazione del Gen. Stanley McChrystal. Le opinioni in questo saggio sono sue e non riflettono necessariamente le opinioni del comandante, della sua squadra, o del team di valutazione.

    * Traduzione di Marco Zoppi e Leonardo Troiano

    BABBANO ASIMMETRICO

    mi sembra si tratti di traduzioni diverse del medesimo articolo questa apparsa tre giorni prima di quella sul IL SOLE 24 ORE .

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