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    utente anonimo at |

    Ottimo, cercavo una lettura divertente per il fine settimana… 😉

    Bourne

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    AllegraBrigata at |

    :))

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    giovanninacci at |

    Eh beh… la tematica è interessante assai e sarebbe da ben approfondire… anche in rapporto alle varie metodologie delle “fonti aperte” 😉

    Ad ogni modo, O’Sensei, se fai queste promesse a pranzo, non oso pensare a quelle che puoi fare a cena!

    Saluti carissimi!

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    AllegraBrigata at |

    Guarda, Giovanni, noi lo sappiamo e preferiamo tacere…. :))))

    Federico

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    AllegraBrigata at |

    ahahah vero vero…

    Tanino

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    giovanninacci at |

    Eh si :)) immagino, immagino!

    A me sti pranzi così non mi capitano mai…

    :))))))

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    utente anonimo at |

    HAHA!

    Sicuramente deve esserci stato del buon vino in tavola, vero? 😉

    Grazie per la lettura!

    Raffox

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    utente anonimo at |

    USA esporta terroristi afghani in Iraq

    http://www.effedieffe.com/content/view/7774/167/

    In un giorno imprecisato del 2007, a Baghdad: la polizia irachena ferma un autocarro che traina una grossa roulotte sul ponte di Berrada. Quando aprono la roulotte, i poliziotti ci trovano una quarantina di afghani. Immigrati clandestini? Non proprio. Gli afghani confessano di essere talebani, assunti da autorità americane e importati in Iraq. Arrivano ufficiali americani e ordinano agli agenti iracheni di lasciar passare il camion e la roulottte senza far altre storie.

    L’informazione viene da Wayne Madsen, l’ex agente del NSA (National Security Agency) divenuto giornalista investigativo. Con ottime fonti nell’intelligence (1). E’ stata una di queste fonti – un individuo che nel 2007 ha lavorato alla base aerea Tallil, che quelli della US Army chiamano «Camp Adder» – a raccontargli l’episodio della roulotte.

    Secondo questa fonte d’intelligence, i servizi americani importano mercenari afghani per compiere attentati e atti di guerriglia contro civili e militari iracheni (nonchè contro le forze della coalizione); questi attentati vengono dai comandi USA attribuiti al «Tanzim Qaidat al-Jihad fi-Bilad al Rafidayn» (Organizzazione-base del Jihad nel Paese dei due fiumi), che i media hanno battezzato «Al Qaeda in Mesopotamia».

    Già il 9 aprile scorso Wayne Madsen aveva rivelato un’azione coperta americana in Iraq, dello stesso genere: un suo informatore (stavolta un «contractor» militare privato) gli aveva detto che i comandi USA conoscevano benissimo le identità, e persino i telefoni cellulari, di diversi operativi fabbricatori di ordigni esplosivi appartanenti alla (o infiltrati nella) «Armata del Mahdi», la milizia sciita di Muktada al-Sadr che controlla l’area di Bassora. Questi «operativi» sono responsabili di diversi attentati contro persone o edifici sunniti. Una di queste cellule cosiddette sciite aveva sede nel distretto Kerrada di Baghdad, lo stesso dove la polizia irachena ha scoperto la roulotte con gli afghani.

    Madsen ha anche pubblicato una lista in farsi in possesso delle autorità USA, e fornita loro dal coordinatore della cellula di Kerradi. Per quanto può valere, ne riporto la traduzione inglese:

    My name is Fadil Salim Naji of Jaderiya 923/43 Baghdad,Mobile 07901289687.

    Before 2003 I was a Bathist party member and co-ordinator with the Iraqi government to the Iranian government. Since this time I have been working with the Iranian government in co-ordination with the Jeshil Mehdi army. My role has been to take money for arms purchases for the Mehdi army from the Iranian Intelligence and to place orders for weaponry. My meeting point with the Iranians was at the border point near to Maraghen City Iran. . . . My orders were always from Athora City in Kerrada where I had contact to the Medhi army leaders.

    Akiel Salam Hamid nicknamed (Al Iranie) of Jaderiya Baghdad works with his father Hussein Salim Hamid who and are responsible for bomb making and arranging the planting of devices. Mobile 07702 668 185.,Land line govt issued – 7786495.

    Hussein Salim Hamid is responsible for counting military vehicles in the area of Jaderiya and is the main planning officer for appointing targets and building roadside bombs including the use of mainly semtex. He made the recent bomb which exploded outside the ice cream shop on Jaderiya street. Mobile – 0780 341 1480.

    Fathil Dabus, Basin Hyder/Salim N023 ? was told by Hussein Hamid he had three days to leave his job or he and his family would be killed. Fathil Mobile-079067 61723 of Athora City received two calls from Hussein Hamid 23/10/07 and 11/10/07.

    Fathil Dabus wife also threatened by Hussein Hamid in front of the Azur Girls school Jaderiya.

    Mr Rand Badri a supervisor teacher was killed a week ago by Hussein Salim Hamid and also Rand’s father the headmaster at the school was killed by Hussein Salim Hamid.

    Fadil – Mobile 078016 575 66 Another leader of the Mehdi army.

    Ziuna City – 079022 72814 – Mobile of an assassin working for Hussein Hamid.

    The reg on the car N0.26888 BMW white test Baghdad. A car used to transport arms from the border meet point.

    Saed Ahmed 07902272814 Enforcer for Hussein Hamid and responsible for many killings and bombs in the area

    Apparentemente, questa cellula di dinamitardi dell’Armata del Mahdi, finanziata e rifornita da iraniani, è in ottimi rapporti coi comandi americani. Che non hanno mai fatto nulla per sventare i loro attentati.

    E’ impossibile sapere se la nuova amministrazione Obama ha fatto cessare simili operazioni da strategia della tensione, che erano in atto durante la presidenza Bush-Cheney.

    La cosa assume uno speciale significato nel contesto del cosiddetto «ritiro» delle forze armate USA dalle grandi città («Le circondiamo da fuori», ha detto il generale Robert Caslen, comandante delle forze nella zona nord), che coincide con una straordinaria recrudescenza di attentati, gravissimi per frequenza e letalità: il 24 giugno scorso un carretto di verdura è esplosos a Sadr City, il grande quartiere sciita di Baghdad, uccidendo almeno 76 persone e ferendone altre cento; il giorno prima, un attentato a Kirkuk ha distrutto una moschea sciita e sterminato un’ottantina di persone. Il 25, un attentato esplosivo ad una stazione d’autobus nella zona sud-ovest di Baghdad (un altro agglomerato sciita) ha ucciso 7 persone e ne ha ferite più di 30.

    In una sola settimana, quasi 200 civili morti; una violenza anti-sciita che viene addebitata al «Risveglio sunnita» o ai «Figli dell’Irak» (in parte combattenti baathisti che gli USA hanno pagato perchè non li combattessero, usandoli anche contro i combattenti stranieri qaedisti, ed ora incerti del loro futuro in un Iraq sciita) oppure ad «Al Qaeda in Mesopotamia»: come abbiamo visto, questa formazione è rifornita di mercenari afghani dai servizi americani.

    Dal suo canto, il governo di Nuri al-Maliki (sciita) ha ora a disposizione il gruppo armato chiamato ufficialmente «Counter-Terrorism Bureau», nota popolarmente come la sporca brigata per la sua segretezza e i suoi metodi contro gli oppositori sunniti (2). Questa brigata di elite è addestrata e potentemente dagli americani, e di solito faceva coppia fissa nelle operazioni con le truppe speciali USA. Rispondeva direttamente ai comandi americani, che ora l’hanno ceduta al governo di Al-Maliki. La sua forza di 4500 uomini è stata recentemente raddoppiata. E probabile che anche in questa brigata ci siano agenti e infiltrati che continuano ad attuare la strategia della tensione su mandato americano; solo se la tensione è abbastanza alta, il regime di Al-Maliki continuerà a ritenere necessaria la massiccia presenza militare di occupazione.

    Le politiche diprovocazione dell’era Bush continueranno?

    La cosa è tanto più probabile, in quanto Obama ha elevato Dennis Ross, dalla carica di «special advisor» per il Golfo sotto la Clinton, alla più alta e influente carica di presidente di fatto del Consiglio di Sicurezza Nazionale per il Medio Oriente, ossia molto vicino al presidente, e più prossimo al centro decisionale. Questa promozione viene vista come il definitivo cedimento di Obama alla cabala israeliana neocon.

    Dennis Ross è un falco, ebreo, definito «l’avvocato di Israele» dal diplomatico Aaron Miller che lo vide all’opera quando faceva il mediatore fra palestinesi e israeliani nel 1999-2000. I professor Walt e Mearsheimer lo indicano esplicitamente come uno dei capi della «Israeli Lobby».

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    utente anonimo at |

    Good morning again, Vietnam

    E’ uno strano immigrato clandestino. Non è nigeriano nè maghrebino. E’ Andre Shepherd, specialista dell’esercito USA, in cui s’è arruolato nel gennaio del 2004. Addestrato in Germania come riparatore di elicotteri Apache, poi dispiegato in Iraq dal novembre 2004 al febbraio 2005, poi di nuovo spostato nella base tedesca. Al momento di essere rimandato in zona d’operazioni, nell’aprile 2007, Shepherd si è reso irreperibile (nel gergo militare «AWOL», absent without leave, assente senza permesso) ed ha vissuto come clandestino per oltre un anno da qualche parte nella Germania meridionale. Nel novembre 2008 ha chiesto ufficialmente asilo politico per motivazioni morali, dicendosi contrario all’accupazione dell’Iraq. E’ il primo reduce americano a chiedere lo status di rifugiato.

    Nel frattempo viene aiutato da «Courage to Resist», un’organizzazione con base ad Oakland (California) che sostiene i militari che rifiutano il dispiegamento in guerra.

    «Negli ultimi mesi, abbiamo avuto un aumento del 200% o quasi di soldati che ci contattano», dice Adam Szyper Seibert, uno dei dirigenti dell’organizzazione. Non si tratta solo di AWOL, ma di «gente nella IRR», aggiunge.

    IRR sta per Individual Ready Reserve: nell’esercito americano, chi si arruola fa quattro anni di servizio attivo, ma è soggetto ad essere richiamato per altri quattro anni. Diventati civili, non sono pagati dalle Forze Armate, si trovano un lavoro e mettono sù famiglia, sempre con la spada di Damocle sul capo. Dall’11 settembre 2001, sono stati prelevati dallo IRR (la riserva) 28 mila ameriani, fra cui 3724 Marines.

    «Volontari involontari», nel senso che se si erano arruolati volontariamente otto anni prima, si ritrovano mobilitati di nuovo per via del codicillo che hanno firmato, accettando di essere messi nella riserva.

    Tutti questi ex-soldati in riserva hanno votato Obama, credendo di votare un presidente che avrebbe posto fine alle guerre di Bush, ormai nel settimo anno.

    «Quando Obama ha annunciato il suo proprio “surge” in Afghanistan, abbiamo avuto decine di telefonate di riservisti che ci imploravano di aiutarli a non andare di nuovo», dicono a Courage to Resist.

    Decine, non migliaia come ai tempi del Vietnam. Allora, l’armata USA era di leva, e 500 mila cittadini americani passarono una stagione in mimetica nelle giungle. La guerra durò troppo, e nel 1971 l’esercito più potente del mondo mostrò i segni di un tragico collasso morale e operativo. Le diserzioni arrivavano al 70%, un massimo storico negli eserciti moderni. Si moltiplicarono piccoli ammutinamenti, violenze inter-razziali, rifiuti di combattere: tipicamente i plotoni comandati in rastrellamenti («Search and Destroy», cerca-e-distruggi) praticavano il «Search and Avoid», ossia, depositati dagli elicotteri nella giungla, si nascondevano da qualche parte sotto le frasche aspettando che gli elicotteri venissero a riprenderli. Ci furono scontri tra i «firmaioli» (di carriera) e i soldati di leva. I tentativi di ammazzre ufficiali odiosi salirono da 126 nel 1969 a 330 nel 1971. Il peggio fu che i soldati di leva, in zona operativa, cominciarono ad organizzarsi in gruppi «sindacali» anti-guerra. Circolavano 144 giornaletti clandestini pacifisti scritti dai soldati o per i soldati. La droga infuriava.

    Il colonnello Robert D. Heinl, storico del corpo dei Marines, non ha esitato a paragonare lo stato dell’armata in Vietnam al «collasso delle armate zariste nel 1916», e agli ammutinamenti di massa nell’esercito francese, dissanguato nelle battaglie della Somme, sotto il generale Nivelle nel 1917 (1).

    Fu questo il motivo per cui, nel gennaio 1973, Nixon annunciò l’abolizione della leva e la formazione di un’armata tutta di volontari, professionale: s’era visto che un esercito di cittadini non poteva essere mandato troppo a lungo a combattere una guerra di guerriglia dall’altra parte del mondo. Non almeno in una democrazia.

    I padri fondatori della repubblica americana avevano fatto di tutto per scongiurare la nascita di un esercito di professionisti; con Nixon, la cittadinanza è stata separata per la prima volta in USA dall’obbligo di servire in armi. Forse anche questo ha contribuito alla irresponsabilità sociale dell’ultimo ventennio. Gli americani sono fin troppo lieti di fare da spettatori, e «support the troops» agitando bandierine al passaggio di un’armata di cui i loro figli non fanno parte, e i cui arruolati hanno per lo più nomi latino-americani.

    Le forze professionali resistono più a lungo a un certo tipo di guerre neo-imperiali. Ma arriva sempre il punto di rottura di una armata troppo a lungo impegnata senza una vittoria in vista (2). E sette anni e mezzo dopo l’inizio della guerra in Afghanistan, e a quattro anni dall’invasione dell’Iraq, i segni premonitori di rottura sono visibili.

    L’esercito americano manca cronicamente di uomini – non sono tanti i volontari che si arruolano in tempi bellici – e gli uomini sono impiegati e reimpiegati, in turni sempre più prolungati, in zone climaticamente e umanamente estreme. I comandi hanno adottato la misura odiosa, detta «stop-loss», di trattenere i volontari oltre i limiti del contratto: dall’11 settembre 2001, ben 185 mila uomini sono stati trattenuti con questo metodo.

    Così, il numero di coloro che si rendono irreperibili (AWOL) tra un dispiegamento e l’altro aumenta, anche il numero delle diserzioni vere e proprie, secondo lo stesso Pentagono, è aumentato dell’80% fra il 2003 e il 2007. Tra il 2000 e il 2006, 40 mila uomini hanno disertato, e più della metà dalla fanteria: qui, i tassi di diserzione sono cresciuti del 42% solo in un anno, tra il 2006 e il 2007.

    Le truppe lamentano la mancanza di equipaggiamento e di addestramento adatto. I reduci trovano in patria l’indifferenza dei più, e si sentono abbandonati da un’amministrazione dei veterani che non ha i mezzi per curare le ferite fisiche e psichiche, e tende a scaricarli come gravosi rifiuti. Dopo sette anni, tutti i combattenti hanno capito che quel che guadagnano è la rovina della propria vita personale, divorzi, separazione, disoccupazione, e la solitudine davanti al disordine post-traumatico.

    Il morale è a terra. Lo dice il numero di suicidi senza precedenti, e in continuo aumento: sono stati 115 nel 2007, 133 l’anno seguente, e a metà del 2009 sono già almeno 82. La forma estrema del rifiuto, la diserzione personale definitiva, il modo di dire: non mandatemi più là.

    Un giornalista di TomDispatch (3), Dahar Jamail, ha scritto un libro (The will to resist: Soldiers who refuse to fight in Iraq and Afghanistan) dove ha raccolto, da interviste ai combattenti e ai reduci, i segni allarmanti del rifiuto e del dissenso che cresce nell’armata dei volontari-involontari.

    Sono riprese le missioni «search and avoid». Il soldato di prima classe Clifton Hicks, in Iraq dall’ottobre 2003 al luglio 2004 col Primo Cavalleria, racconta cosa faceva il suo plotone quando era comandato ai pattugliamenti:

    «Eravamo stanziati a Camp Victory, al’aeroporto di Baghdad. Per lo più uscivamo in pattuglia dal cancello principale e tornavamo subito dentro da un altro cancello alla base, dove c’è un bello spaccio, un simpatico salone – soggiorno e un Burger King. Lasciavamo solo uno di noi sulla Humvee a chiamare il comando ogni ora, mentre noialtri stavamo allo spaccio. Il nostro sergente di plotone era dalla nostra parte, sapeva che le nostre pattuglie erano stronzate, solo andare in giro per essere fatti saltare».

    «Durante il mio turno in Iraq, da agosto 2005 a luglio 2006, abbiamo fatto almeno 300 uscite di pattuglia», racconta il caporale Phil Aliff: «La maggior parte degli uomini del mio plotone era appena venuta da un turno di combattimento in Afghanistan, il morale era incredibilmente basso. Siamo stati fatti segno a ripetuti attacchi con bombe a lato strada, che ci hanno demoralizzato. Abbiamo capito che il solo modo di non essere fatti saltare era smettere di circolare sui mezzi. Così, una volta su due cercavamo un campo aperto, parcheggiavamo e chiamavamo la base ogni ora la base per dire che stavamo facendo i rastrellamenti alla ricercca di armi e che tutto era regolare. Tutti i nostri arruolati sono sfiduciati della catena di comando».

    Il sergente Ronn Cantù, in Iraq da marzo 2004 a febbraio 2005 e poi ancora da dicembre 2006 a gennaio 2008:

    «Non è che si andava su e giù per le strade come credevano si facesse. Si andava giusto ad un posto di blocco dei peshmerga (la milizia curda) o della polizia irachena, dove avevamo degli amici, e stavamo lì a bere il tè con loro fino all’ora di tornare alla base».

    Tutti spiegano questi loro atti di insubordinazione nascosta come mezzo di sopravvivenza: non sono addestrati nè equipaggiati, dicono, per affrontare una guerriglia urbana.

    Nathan Lewis, specialista della 214 brigata d’artiglieria, in Iraq da marzo 2002 a giugno 2003, ricorda delle munizioni che si innescarono da sè mentre lui e i camerati le caricavano sul camion:

    «Nessuno ci ha mai mostrato come maneggiarle nel modo giusto. In realtà, non abbiamo mai ricevuto l’addestramento giusto per la maggior parte delle cose che, secondo loro, dovevamo fare».

    Il fantastico equipaggiamento elettronico del guerriero moderno viene spesso usato come mezzo per simulare un’operazione che non c’è.

    «Ho conosciuto soldati che hanno imparato a simulare il movimento del loro veicolo sul computer, per dare l’impressione di essere in pattuglia»,…

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