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    utente anonimo at |

    a me onestamente non è piaciuto. Gray è sempre stato a metà tra uno studioso e un policy-maker.

    In questo caso, però, mi sembra che faccia davvero il passo più grosso della gamba. A leggere il suo pezzo, sembra che l’unico che capisce le relazioni internazionali sia lui – tutti gli altri, a partire da Waltz, sarebbero dei coglioni.

    Alcuni tratti della sua analisi sono convincenti – gran parte della scuola realista americana (da Layne a Posen, da Gholz a Pape fino a Mearsheimer) si è spostata verso l’offshore balancing. Gray sottolinea alcuni problemi di questa strategia, sia in politica interna (gli americani e la loro cultura non accetteranno mai un ritiro dalla politica internazionale), che estera (i rischi intrinsechi di una tale opzione strategica).

    Che però, come lui scrive, l’unica strategia di fatto disponibile a Washington sia la continuazione di una strategia volta al mantenimento della fase unipolare pare tra il naive e il grossolano.

    Secondo me questo testo mostra abbastanza chiaramente i limiti di Gray come studioso. Il suo approccio è tutt’altro che scientifico. L’arroganza verbale che usa sembra dovuta all’assenza di argomenti forti a sostegno della sua tesi che, infatti, non risulta per nulla convincente.

    Altri suoi lavori come The Sheriff avevano gli stessi problemi. In altri, invece, aveva mostrato maggiore misura (Another Bloody Century, House of Cards o i due lavori di Strategic History e Geopolitica che ha pubblicato tra il 2007 e il 2008).

    Avendo fondato un think tank finanziato dall’industria della difesa, non sorprende tanto che mantenga certe posizioni anche di fronte alla loro palese insostenibilità.

    saluti, aa.

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    Silendo at |

    Non l’ho ancora ma avevo dato un’occhiata al sommario iniziale e mi aveva colpito proprio… l’impostazione…

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