102 Responses

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    utente anonimo at |

    Vorrei poter fare qualche piccola riflessione a questo post interessantissimo.

    Come sempre mi trovo assolutamente d’accordo con Silendo, ma vorrei sviscerare quale, IMHO, è il problema di fondo di questa situazione: l’intelligence italiana è troppo auto-referenziata..!

    Se infatti l’MI6 ricerca profili ormai anche attraverso Facebook e comunque, normalmente, da anni attraverso il mondo accademico, non assumendo solo i profili fuoriusciti dai corsi “specifici”, in Italia si assume ancora con la teoria dei “gradi di separazione”.. e possibilmente che non siano più di 3..!

    Per quanto ne so io, anche chi in Italia ha effettuato i due Master segnalati, successivamente, non ha assolutamente avuto accesso alle carriere per cui si era specializzato.

    Qualche “spiraglio” lo si era intravisto con le nuove norme in materia di pubblici concorsi, ma sono attualmente lettera morta. Che cosa strana per l’Italia..!

    Bisogna cambiare la mentalità. A meno che non si ricerchino operativi da infiltrare, è davvero inutile questo assoluto segreto sulle identità e sulle procedure. Ho incontrato analisi del Servizio inglese che, come è solito fare per gli anglosassoni, dopo la stretta di mano, mi hanno fornito un biglietto da visita con nome, cognome e sotto “MI5” o “MI6 analyst”.

    L’assurdità delle vicende italiane non le devo di certo spiegare a gente che, nel tempo, ho appurato essere assolutamente competente e preparata in materia, anzi sicuramente più preparata di quanto non lo sia io.. (e per questo ringrazio della risorsa messa a disposizione da Silendo), ma, se io fossi un analista, è più che ovvio che non potrò conoscere e non dovrò conoscere mai niente più nella “catena di indagine” di ciò che è strettamente utile a compiere il mio lavoro. E questo lo sanno tutti. Quindi quale assoluto segreto è necessario che ci sia nel mondo degli analisti? Quale necessità c’è nel nascondere qualsivoglia procedura di assunzione? Quale vantaggio si ha nel chiudere questo mondo negli angusti spazi di un palazzo o di un “Forte”?! Mantenere la sicurezza? Non penso, dato che (onestamente) non ritengo i Servizi americani ed inglesi di competenza inferiore ai Nostri (ahimè!). La segretezza è, per esclusione, volta semplicemente a mantenere il potere dei Burattinai.. a danno (spesso, ma non sempre.. per fortuna) della qualità di chi vi opera e, di conseguenza, a danno della Nostra sicurezza nazionale.

    Tutto questo, di conseguenza, è allo stesso tempo riflesso e causa della mancanza di ricerca, già perfettamente analizzata e trattata da Silendo in questo post.

    Vi ringrazio per il tempo dedicato alla lettura di queste mie piccole riflessioni e alle eventuali risposte che seguiranno.

    Ancora complimenti per la risorsa, a cui spero di poter partecipare, nel mio piccolo, il più possibile.

    The Jackal

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    Silendo at |

    Grazie Jackal :)

    Ovviamente sono pienamente d’accordo. L’esperienza insegna che, in genere, profonde riforme necessitano spesso di grossi “fallimenti”.

    Insomma, prima si prende una bella mazzata e solo dopo, sull’onda emotiva che ne deriva, saltano le teste e si mette mano alle strutture che hanno fallito….

    Non so se mi sono spiegato ?

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    utente anonimo at |

    Concortdo con quato sctritto da Silendo e da the jackal…

    Vorrei però aggiungere qualcosa: Silendo ricordi il master in intelligence dell’Università dell’Aquila nell’ambito del corso di laurea in Scienze dell’investigazione del prof.Sidoti?

    Ebbene senza entrare nel merito delle questioni riconducibili alla critica (scientifica e metodologica) circa i lavori di taluni docenti, ricercatori, etc., risulta che quest’ultimo sia l’autore del libro Morale e metodo nell’intelligence.

    Non solo abbia studiato con il sociologo francese R.Aron, uno che d’intelligence se ne intendeva!!!

    Concludo dicendo che qui da noi ci sono le risorse umane “vecchie” e “giovani” che potrebbero davvero rompere con la tecnicità per lasciar spazio alla scientificità dell’intelligence, quindi in ambito accademico. Quelle che tu hai citato sono delle belle realtà, ma siamo soltanto all’inizio. Occore che qualcuno investa anche individualmente: studio, ricerca ma anche scrittura, ossia vedi alla voce pubblicazioni. Qualcuno lo ha già fatto, ma molti son quelli che tengono per se le conoscenze e questo sicuramente non giova.

    Io no appena potrò darò il mio contributo “esterno” alla disciplina. Accademia o no lo farò.

    Forse qui da noi occorre rischiare.

    Tu il tuo contributo lo dai ugualmente, dimostrazione che la politica dei piccoli passi può pagare ampiamente: insomma la tua piccola intelligence commmunity la stai costruendo…e non è da esercizio di poco conto.

    Cordialmente

    Bourne :)))

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    Silendo at |

    Ti ringrazio tantissimo per la stima ma voglio precisare che non mi sfiora l’idea che questo blog possa cambiare qualcosa eh…

    Questo è un piccolo foro nel quale appassionati, cultori e varia umanità, discutono più o meno seriamente di questi argomenti.

    Di sicuro però senza prendersi troppo sul serio. Questo deve essere chiarissimo :)

    Detto ciò, quanto affermi mi trova d’accordo. Per l’appunto ci vuole gente che faccia ricerca (LEGGA E STUDI!!!), scriva e pubblichi. Punto.

    Per farlo c’è bisogno di risorse. Altrimenti il settore resterà in mano a “stregoni” di vari natura 😉

    Solo una cosa, visto che parliamo di pubblicazioni.

    Il libro di Sidoti è molto interessante. Dico sul serio.

    Però non è un libro di intelligence.

    Diciamo che è più che altro un libro sull’etica.

    Libri sull’intelligence sono questi:

    http://www.amazon.com/Paradoxes-Intelligence-Essays-Michael-Handel/dp/0714683760/ref=sr_1_1?ie=UTF8&s=books&qid=1223983143&sr=8-1

    http://www.amazon.com/Analyzing-Intelligence-Origins-Obstacles-Innovations/dp/1589012011/ref=sr_1_8?ie=UTF8&s=books&qid=1223983143&sr=8-8

    http://www.amazon.com/Leaders-Intelligence-Michael-Handel/dp/071464059X/ref=sr_1_7?ie=UTF8&s=books&qid=1223983143&sr=8-7

    http://www.amazon.com/Silent-Warfare-Understanding-World-Intelligence/dp/1574883453/ref=sr_1_12?ie=UTF8&s=books&qid=1223983143&sr=8-12

    http://www.amazon.com/Enemies-Intelligence-Knowledge-American-National/dp/0231138881/ref=sr_1_13?ie=UTF8&s=books&qid=1223983143&sr=8-13

    eccetera… 😉

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    AllegraBrigata at |

    X Jackal: sulla questioni delle assunzioni, per esempio, si nota la mancanza di un’analisi delle esperienze straniere… e ritorniamo a quanto scritto dal padrone di casa.

    Ci vorrebbe qualcuno che pubblicasse qualcosa in merito. Come assumono i servizi stranieri. Da dove prendono, con quali specializzazioni, se prendono gli analisti dalle università e magari gli operativi in altro modo, come cambia la selezione del personale nel corso degli anni….

    F.

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    utente anonimo at |

    Circa il tuo impegno con questo tuo spazio virtuale aperto alla discussione ed alla promozione della cultura non solo dell’intelligence, ma anche di altri essenziali argomenti riguardanti il “mondo”, ribadisco la bontà del tuo lavoro.

    Detto ciò lungi da me ergere monumentali affermazioni di tipo totemico nei tuoi confronti, ma qualche merito insieme a qualche altra persona ti si riconosce. E questo è un fatto.

    Quanto a Sidoti concordo con te sulla qualità e sulla natura della sua opera, quindi è certamente riconducibile alla filosofia morale in prospettiva intelligence. Secondo me è di questo che si ha bisogno in questo momento qui da noi, ossia di un cambiamento di prospettiva. Le scienze sociali in questo sono essenziali. Oggi più del passato e questo non va sottovalutato.

    L’errore sarebbe fatale per un paese che ambisce ad avere un moderno sistema d’intelligence.

    A presto.

    Bourne

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    AllegraBrigata at |

    “Quanto a Sidoti concordo con te sulla qualità e sulla natura della sua opera, quindi è certamente riconducibile alla filosofia morale in prospettiva intelligence. Secondo me è di questo che si ha bisogno in questo momento qui da noi, ossia di un cambiamento di prospettiva.”

    bourne, ciao :)

    mi inserisco nel discorso. Su questo che dici non credo di essere d’accordo.

    Secondo me abbiamo bisogno di una buona base di riflessione empirica e fattuale. In Italia, anche nel campo dell’intelligence, c’è molto fumo. Dichiarazioni di principio, bei discorsi sull’etica e poi magari non si discute delle tecniche di analisi strategica.

    tempo fa, essendo uno die pochi privilegiati che può accedere al “Fondo Silendiano” ahahah ho trovato il testo di un intervento di un “esperto” italiano…

    Spiegava, secondo lui, come fare analisi strategica…

    Dopo tre pagine di discorsi fumosi il concetto centrale era: per fare analisi strategica bisogna studiare e con il tempo fare assestare le informazioni. Ok? ecco, parliamo di uno che va per la maggiore….

    Quindi, secondo me, il settore ha bisogno di una forte iniezione di “sostanza” e di dati.

    Io sono di formazione economica e quindi probabilmente un po’ coinvolto ma mi è rimasto impresso un paper che Silendo mi fece leggere non molto tempo e che credo abbia anche linkato qui. Un interessante lavoretto nel quale un ricercatore sottolineava quanto siano simili le professioni dell’analista di intelligence e dell’economista. Ecco, secondo me il campo degli studi sull’intelligence dovrebbe attingere un po’ dalla forma mentis della ricerca economica. ricerca di dati, formlulazione di teorie, ecc. Restando ovviamente nel campo delle scienze sociali chiaramente senza pensare di poter dimostrare teoremi matematici :))

    f.

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    utente anonimo at |

    Carissimi, la discussione si fa sempre più interessante 😉

    A proposito dei vari Master – più o meno “intelligence oriented” – provo a dire la mia.

    Conosco personalmente il Prof. Sidoti da abbastanza tempo per conoscere qualcosina (solo qualcosina) su quello che sarebbe dovuto essere il “primo” master in Intelligence in Italia (oddio, forse al livello di tempistica se la sarebbe battuta con l’Unilink, comunque… sarebbero stati parecchio diversi).

    Per alcuni motivi (che vi assicuro sono validi) non dirò niente di quel poco che so. Ma l’idea che mi son fatto è che – in certi casi – si può disporre di tutta la famosa “scienza infusa” (come da detto popolare) ma se ci sono dei… “gruppi di interesse” (aaaaargh!) che sono orientati – magari anche legittimamente – verso altri lidi… tutte le migliori intenzioni, i migliori cervelli, le migliori risorse consolidate – anche a costo di sacrifici – in tanti anni attorno ad un’idea, se ne vanno a farsi friggere in un millesimo di secondo (modo elegante per dire che se ne andrebbero… vabè, diciamo così… “a donnine”).

    Capite bene come si possa facilmente “perder la fede” (o ridimensionarla di molto) in un contesto simile. Comunque, il libro di Sidoti è un libro sull’etica del Servizio allo Stato. Certo parla di intelligence ed è certamente anche un libro sulla “necessità dell’intelligence”, ma – mio personale parere – se si leggesse fin anche dentro il Ministero dell’Agricoltura e Foreste… certo male non farebbe.

    Conosco personalmente anche il Prof. Caligiuri e vi posso assicurare che quello che si vede oggi realizzato (e sul quale si possono legittimamente avere pareri diversi, a seconda delle diverse personali esperienze) è un progetto sognato, pensato, ragionato, elaborato, combattuto e difeso nel corso di moltissimi anni.

    Questo per dire che comunque anche chi “vive” in prima persona il contesto accademico (da “lato cattedra” intendo :-)) tutto sommato sperimenta (e sopporta) sulla sua pelle un po’ tutto quanto abbiamo detto qui a parole.

    Riguardo le Università… le ho osservate molto da fuori e da dentro e ci ho avuto spesso a che fare ma – non essendo laureato – praticamente mai in qualità di studente (o comunque di studente… assiduo ;-).

    Viste da questa mia ottica di “esterno” è lampante – parlo del settore specifico – l’assoluta mancanza di comparti dedicati alla ricerca.

    Guardiamo la situazione come è oggi. Certo ci sono le tesi in intelligence (qualcuna), i tirocini in Intelligence, i Master pure. Ma quanti giovani… “masterizzati in intelligence” oggi possono scegliere di rimanere in “accademia” come “ricercatori in intelligence”?

    E quanti centri di ricerca universitari in “intelligence” esistono oggi? Vabè c’è il Transcrime per la criminalità, ma per il resto?

    Personalmente, nell’ambito del mio – che so essere assolutamente modesto – impegno e contributo culturale in questo nostro settore (che però – credetemi – mi appassiona e mi prende molto più tempo della mia relativa attività professionale) ho sempre cercato un “dialogo” con il mondo accademico.

    Certo l’ho avuto – e continuo ad averlo – con molti accademici ma SOLO a titolo personale. Mai con le “accademie” in quanto istituzioni, che si sono al contrario sempre dimostrate insondabili e “piacevolmente insensibili” (come diceva una canzone dei Pink Floyd) a questo tipo di sollecitazioni culturali esterne.

    Vi dirò… m’è sembrato fossero consapevoli che il primo passo – la ricerca- dovesse essere fatto da loro, consapevoli che fosse una loro prerogativa e un loro compito istituzionale, ma assolutamente svogliate nel voler considerare un simile impegno del genere in questo contesto.

    Come a dire: “dovrei fare questo: sarebbe mio compito farlo. Ma siccome non voglio farlo per motivi miei, allora che non lo faccia nessuno”.

    E allora in questi casi si tenta la carta del “dialogo”… il dialogo tra pubblico e privato, tra istituzioni e università, tra “practitioners” e “accademici”, le “cabine di regia” i “tavoli comuni” ed altre amenità di questo tipo.

    Ma per tutto questo dialogo poi avremo cose da dirci? O qualcuno che le ascolta? Oppure – come si dice – non è che veramente non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire?

    Forse, l’ “accademia” anche quando cerca un dialogo, cerca prioritariamente una sua utilità. Quando non un suo “utile”.

    Vero è che l’ “accademia” (come tante altre cose…) è autoreferenziale… ma in certi casi sembra essere proprio “autoesistenziale” (la parola non esiste, però credo che – come fonema – rende bene l’idea…).

    L’unica proposta che mi viene da fare è quella di tentare di costituire dei “gruppi di interesse”, influenti, convergenti sullo scopo. Chiamiamola lobby, chiamiamola come vogliamo. Ma – ad oggi – mi pare l’unica soluzione.

    Che ne dite voi?

    Saluti e scusate il chilometraggio del post (se fossimo su un quotidiano mi avrebbero già segato le…. gambe 😉

    Giovanni

    P.S.: perdonate gli errori, anche questo mio post è scritto “di getto” ( e di cuore).

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    utente anonimo at |

    Quello che chiedi F. in merito al reclutamento è di immediata soluzione, utilizzando una tecnica a me molto cara: il reverse engineering. Basta collegarsi al sito dell’MI6 (http://www.sis.gov.uk/) e clikkare sulla destra su “SiS career” per scoprire che per profili come quelli di: Administrator, Application Support Engineer, Assistant Open Source Specialist, Configuration Manager, Development Manager, Graduate and Experienced Developers, In-Service Manager, Infosec Accreditor, IT Helpdesk Advisor, IT Security Auditor, Language Specialist, Operational Officer, Storage Engineer e Voice and Network Engineer, il Secret Service britannico assume reclutando da: Asiana, bsj4jobs.com, City AM, Civil Service Gateway, Civil Service GFS, Computer Weekly, Computing, computingcareers.co.uk, cwjobs.co.uk, Daily Telegraph, Easter Eye, Economist online, economist.com, efinancialcarrers.co.uk, Evening Standard, facebook.com, fish4jobs.co.uk, ft.com, GET Directory, gradplus.com, graduate-job.com, Guardian online, hereisthecity.com, I-Village, International Affairs, jobs.ac.uk, jobs.tes.co.uk, Jobsbuster, jobserve.com, Jobsite, lawyers.com, Library and Information Gazette, linkedin.com, Local paper, London Lite, londoncarrers.net, londonjobs.co.uk, Metro, milkround.com, monster.co.uk, New Nation, News Coverage, Power List, prospects.co.uk, reed.co.uk, REFA, S1jobs, Search Engine, second-jobber.com, secondpost.com, South London Press, technojobs.co.uk, telegraph.co.uk, TES, The Black Power List, The Economist, The Financial Times, The Guardian, The Indipendent, The Lawyer, The One Show, The Sunday Times, The Times, The Voice, The World Today, Thirdsector, thirdsectorjobs.co.uk, Times online e Total Job.

    Volete sapere come faccio ad avere l’elenco completo? Volete sapere chi me l’ha detto? Loro stessi..! Infatti, una volta creato il proprio profilo per candidarsi ad uno dei posti summenzionati, nei “main details” c’è una bellissima domanda: “Where did you hear about this vacancy?”.. e lì c’è tutto l’elenco dove presumibilmente hanno pubblicizzato il reclutamento.

    Avete visto che “grande specialista di OSINT” sono?!?! 

    Poi, magari, alla fine reclutano anche loro nelle liste di parenti e amici, però, Signori, questa è democrazia. Questo metodo mi da la sensazione di essere di fronte ad una selezione per meriti e non per parentele. E, se devo proprio dirla tutta, non mi sembra che abbiano messo in alcun modo in pericolo la loro sicurezza nazionale. Impariamo. Meditiamo.

    The Jackal

    PS: Per entrare nel SiS bisogna essere cittadini inglesi ed aver compiuto 21 anni, quindi reputo inutile adesso inondare il loro sito di richieste per visionare l’elenco, che comunque ho riportato per intero e senza omissioni.

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  10. avatar
    AllegraBrigata at |

    ahahaha Jack complimenti: davvero bravo!

    Però io pensavo ad un’indagine più ampia su tutti i principali Servizi.Profili in entrata, professionalità, sviluppi di carriera ecc.

    :)

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    utente anonimo at |

    Concorndo con Giovanni sulla possibile soluzione e costituzione di un “gruppo d’interesse”.

    Quanto al disaccordo con quanto affermo, caro Federico, ti dirò: sono d’accordo con te su tutto: sulla ricerca di dati, informazioni, etc.

    Quanto alla metodologia di ricerca derivante dalla scienza economica, qual è la tua formazione, sono d’accordissimo: ma non dimenticare che un tal generale Petraeus porta avanti il programma di counterinsurgency avvaledosi di fior di scienziati sociali (economisti e storici compresi!!!) tra i quali un ruolo di prim’ordine lo svolge un tal David Kilckullen, ufficiale dell’esercito australiano ed antropologo. Ossia uno scienziato sociale.

    Non vorrei fare il sindacalista della mia disciplina, ma occorre non stabilire e propagare gerarchie e ed inutili competizioni tra chi importante lo è, e chi invece non lo è.

    Tu asserisci la visione secondo quella che è la tua forma mentis dettata dal tuo curriculum studiorum, io invece asserisco che la chiave del successo nell’ambito della scienza intelligence sia la multi e l’interdisciplinarità, quindi l’interscambio metodologico.

    Cordialmente

    Bourne

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  12. avatar
    AllegraBrigata at |

    Bourne, su questo siamo d’accordissimo. Ci tengo a chiarire che non sono uno scienziato o un metodologo. Competenze che non sono mie. Qui dentro altri possono vantarle magari ma non io.

    Volevo dire che non è di riflessioni sull’etica che hanno bisogno gli studi sull’intelligence. Gli studi del settore hanno bisogno di procedere mediate raccolta di dati e formulazione di teorie, confronto, verifica fattuale ecc.

    Cioè, come si procede in qualunque scienza sociale degna di questo nome. L’etica è una questione filosofica e la filosofia è un’altra cosa.

    Un’ultima cosa. Petraeus e Kilcullen riguardano un altro settore. quello degli studi strategici. Le operazioni di contro-insorgenza. Gli studi sull’intelligence di cui sta parlando Silendo sono una cosa un po’ diversa.

    Con uqesto non voglio togliere meriti ai due ufficiali eh. Voglio dire che è un ambito diverso :)

    Comunque adesso cerco il famoso paper così si capisce meglio cosa intendevo dire :)

    F.

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  13. avatar
    utente anonimo at |

    Scusa Federico: uno dei padri degli scienze sociali si chiamava e.durckheim, filosofo francese e padre della sociologia!!! (Ahiahi…:))))

    Quanto a Petraeus e Kilcullen non son proprio d’accordo, o almeno in parte, visti i trascorsi dell’australiano come uomo dell’intelligence del suo paese.

    Comunque tra qualche mese (purtroppo non prima vi farò avere alcuni documenti).

    Bourne

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  14. avatar
    Silendo at |

    Giovanni, il punto è questo.

    Gli studi sull’intelligence ricadono o in ambito politologico o in ambito storico (l’uno non esclude l’altro eh, anzi).

    Come ho già scritto altrove è utile guardare alle esperienze straniere per vedere come si sono evolute le cose in questo settore.

    In Gran Bretagna gli studi sono storicamente di impostazione storica. Sono stati, cioè, gli storici a dare una dignità accademica a questa materia. Uno su tutti Christopher Andrew!!

    Talmente era storica l’impostazione degli intell. studies made in UK che ad un certo punto hanno sentito il bisogno di creare un centro studi che si occupasse di intelligence da un punto di vista politologico: il Brunel Centre (BCISS, trovate il link a sinistra nell’apposito elenco… dateci un’occhiata… soprattutto alla produzione accademica…).

    Negli USA, invece, gli studi sull’intelligence addirittura nascono all’interno della CIA e sono soprattutto nel settore dell’analisi (vedi Sherman Kent). Comunque, il taglio è sostanzialmente politologico.

    Ok?

    Cosa possiamo trarre da queste esperienze? Che in genere sono i docenti di scienze politiche o di storia che si approcciano allo studio dei meccanismi che regolano il funzionamento dei Servizi segreti (nei diversi settori: analisi, ricerca, processo decisionale, ecc.).

    Lo stesso Sherman Kent altro non era che un importante docente di Harvard (o Princeton, scusate ma adesso non ricordo con precisione) che accettò di andare a lavorare prima all’OSS, poi presso l’attuale INR/State e poi alla CIA.

    Insomma, il primo passo lo fa l’Accademia.

    In Italia ?

    In Italia non c’è assolutamente interesse accademico (a parte le due Università citate…).

    Sì, c’è qualche docente… che in qualche “ristretto” ambito disciplinare (per esempio Gori di Firenze nel settore della previsione strategica).. ma si tratta quasi sempre di rapporti ad personam e che comunque “intersecano” l’argomento intelligence.

    Cosa fare ?

    Un paio di idee ce le ho e le tengo per me solo per scaramanzia.

    Una cosa che, credo, si possa fare (se si è appassionati cultori della materia) è di studiare per iniziare a pubblicare. Evitando di lasciare che a parlare di intelligence siano presunti “analisti strategici” ecc…

    Voglio dire, in parole povere, che ciascuno con le proprie capacità si dovrebbe puntare ad innalzare il livello del dibattito.

    Faccio un esempio banalissimo: Giovanni ha l’occasione di organizzare un convegno sull’argomento? Oltre a invitare chi DEVE invitare (….) prova ad invitare anche tale Goodman che a Londra è lo storico distaccato presso il JIC (l’equivalente del DIS italiano).

    Ciccio con la palla ha un interesse specifico sulle tecniche analitiche nel campo dell’intelligence ? Raccoglie il materiale esistente (facile al tempo di internet) e pubblica un fior di articolo che non sia “per fare analisi strategica dovete studiare e poi, col tempo e l’onestà, vi si assestano le informazioni” (Fede sei un mito….) ma che contenga lo stato dell’arte.

    Già fare questo sarebbe qualcosa.

    Insomma, parlare, scrivere e dibattere con competenza.

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  15. avatar
    Silendo at |

    “ciascuno con le proprie capacità si dovrebbe puntare ad innalzare il livello del dibattito”

    Scusate, c’è un “si” di troppo. Chiedo umilmente venia.

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  16. avatar
    utente anonimo at |

    Jackal, ma tu hai la doppia cittadinanza??

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  17. avatar
    Silendo at |

    Bourne, aspetta, chiariamo per non fare confusione tra di noi.

    Se tu parli dell’esperienza di Petraeus in Iraq parli di quali tecniche si usano nel campo della counter-insurgency.

    Questo rientra più nel settore degli studi strategici che non in quello degli intell-studies.

    Il fatto che Petraeus abbia usato l’intelligence tattica in un certo modo, ad esempio, non cambia la natura dell’inquadramento disciplinare.

    Ora, gli studi strategici sono sicuramente il contenitore nel quale rientrano anche gli studi sull’intelligence però attenzione: non sono gli studi sull’intelligence strettamente intesi.

    L’esperienza dell’US Army in Iraq non mi sembra ci dica qualcosa sul funzionamento dei Servizi di Intelligence. Ci dice qualcosa su come svolgere efficacemente contro-insorgenza.

    Concordi?

    PS nel post di prima c’era anche un “di” di troppo :)))

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  18. avatar
    utente anonimo at |

    Bene Silendo, Federico et altri…

    Almeno adesso con i post degli ultimi giorni dispogo di materiale in più per il mio lavoro…

    Grazie.

    Bourne

    Reply
  19. avatar
    AllegraBrigata at |

    :O Bourne ma così ci fai sentire delle cavie da laboratorio :OO

    F.

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  20. avatar
    utente anonimo at |

    Certo Silendo che concordo, forse l’enfasi che metto nell’affrontare l’argomento dall’esterno qualche imprecisione me la fa commettere però ci siamo!

    Spero che anche voi abbiate capito il senso di ciò che dico rispetto al mio ambito disciplinare!!!

    Bourne

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  21. avatar
    utente anonimo at |

    “Un paio di idee ce le ho e le tengo per me solo per scaramanzia”

    Silendo, in piena sincerità ti dico: fai bene!

    Perché – a parte la scaramanzia – le idee di questi tempi, valgono più dell’oro! (e sono più rare delle relative pepite 😉

    Riguardo quello che dici sono perfettamente d’accordo con te (a parte una noterella simpatica e da ridere sui convegni, per la quale se inviti ad un evento un certo “James” magari ti capita che “Bond” non viene più, perché “james” gli sta antipatico. Oppure se inviti due università, entrambe ti danno un ultimatum per costringere l’altra a rinunciare eccetera…. ma questo è nell’essere delle cose. (P.S.: sono cose che ho visto/sentito direttamente, ma non ho mai organizzato un convegno 😉

    Sullo studiare e pubblicare (con tutte le varie modalità oggi disponibili) sono d’accordissimo: la “comunità” poi in un modo o nell’altro (nel bene e nel male) penserà a assegnare il “ranking” adeguato ai contributi più validi.

    Indubbiamente parlare, scrivere e dibattere con competenza serve. E serve molto. Così come è anche giusto porsi in maniera proattiva e “vedere cosa ognuno di noi può fare per la cultura dell’Intelligence e non cosa la cultura dell’intelligence può fare per noi” (ergo, accorciarsi le maniche e cominciare a lavorare sodo) ma… basterà per “accendere il motore” della ricerca accademica nel campo dell’intelligence, così come noi stiamo tentando di delinearla?

    Perché – se non ho capito male quello che stiamo dicendo un po’ tutti – è solo quella (la ricerca e la cultura Accademica…) che ha qualche speranza di poter essere significativa in rapporto ad una possibile evoluzione (o rivoluzione) dei “metodi, sistemi, processi & organizzazioni” dell’intelligence istituzionale…

    Giovanni

    P.S.: domando scusa per eventuali miei concetti espressi in modo non del tutto cristallino, ma questo “parlare scrivendo” -tipico di questo media- spesso porta a conseguenze simili. O forse ho solo bisogno di un altro caffè (che chiedo al Presidente del Caffeina Intel Club di voler conteggiare ai fini del mio tesseramento).

    Reply
  22. avatar
    utente anonimo at |

    Di passata…

    In fondo il problema, a ben vedere, è analogo, essendo le due comunità, quella dell'”intelligence” e quella accademica, almeno in Italia, due realtà sovrapponibili, quanto ad autoreferenzialità e familismo amorale.

    Vuoi vedere che non ci sono l’accademia e l'”intelligence” che vorremmo perché entrambe le istituzioni funzionano in base alle medesime dinamiche?

    Graf von Spee

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  23. avatar
    AllegraBrigata at |

    Infatti Graf!!!!! PIENAMENTE D’ACCORDO CON TE!!!

    F.

    Reply
  24. avatar
    daniele67 at |

    silendo nel post 14 dici : Una cosa che, credo, si possa fare (se si è appassionati cultori della materia) è di studiare per iniziare a pubblicare. Evitando di lasciare che a parlare di intelligence siano presunti “analisti strategici” ecc…

    niente di più vero, quello che noto maggiormente è la mancanza di umiltà degli adetti ai lavori, c’è gente che dopo 2 anni di “lavoro” si qualificano analisti….ma il conto torna, la mancanza di accademicità crea questo….ed il loop si chiude!!!!questo gatto…per quanto tempo ancora si morderà la coda…????

    ai posteri l’ardua sentenza????

    con stima

    Daniele67

    Reply
  25. avatar
    Silendo at |

    Per Giovanni:

    Io ritengo (ma magari sbaglio alla grande…) che se il livello, lentamente, si alza è giocoforza che determinati soggetti che niente hanno da apportare alla cultura del settore vengano, mano a mano, emarginati. Certo, sono processi moooolto lenti ma bisogna comunque essere positivi e pro-attivi.

    Passi in avanti ne sono stati fatti.

    Riguardo, infine, ai metodi, sistemi, processi & organizzazioni ecc … direi di sì. Solo con una ricerca che abbia un minino di serietà ‘scientifica’ si può migliorare (sempre considerando che non di scienze esatte stiamo parlando…).

    Tra l’altro non dobbiamo neanche sovrastimare quanto c’è da fare. Non stiamo certo parlando di DNA o microbiologia molecolare :))

    Però, pensa un po’ Giovanni, quanto potrebbe apportare (di positivo) al settore uno studio (dico la prima cosa che mi viene in mente) sul ruolo del Cesis o del Sismi nel processo decisionale di vertice. Oppure (altro esempio) uno studio sulla cultura dell’intelligence dei nostri decisori (studio storico, eh… con documenti, dati, fatti) ecc…

    Cose che, all’estero, sono state fatte da anni.

    Per Daniele:

    Per prima cosa ringrazio per la stima e la ricambio :)

    Perchè non provi ad informarti sul background accademico di chi si presenta come “esperto” o “analista” del settore? Non ci vuole moltissimo a farlo… 😉

    Tu ti lamenti di persone che dopo due anni si attribuiscono qualifiche. Io parlo di persone (magari sono le stesse eh…) che vivono di analisi politico-strategiche senza mai avere studiato l’ABC della Scienza Politica o delle Relazioni Internazionali o degli Studi Strategici e che magari, testato direttamente, non sanno dove andare a cercare informazioni basilari che un qualunque studente di studi strategici del III anno di Sc.Pol. conosce perfettamente!!!

    Vedi, fino a quando il livello culturare in questo settore di studi non si “alza” un pochino è giocoforza riscontrare i “difetti” di cui stiamo parlando.

    Il circolo vizioso è questo: un livello non eccelso tra gli esperti (vi prego di capire che mi riferisco alla media… ce ne sono tanti davvero capaci) permette ai meno preparati di continuare a restare “in vita” e pienamente operativi.

    Dubito, insomma, che il nostro illustre connazionale (che sostiene che per diventare analisti strategici è necessario… del tempo) avrebbe potuto dire ‘sta minkiata ad una sessione dell’Oxford Intell. Group o ad un convegno organizzato dalla Georgetown (per fare i primi due esempi che mi vengono in mente) senza essere preso a botte di risate.

    PS Che poi, anche qui, non bisogna essere pessimisti. L’ambiente già conosce molto bene chi è davvero preparato e chi no. I soggetti di cui sopra, per esempio, anche se magari hanno una certa visibilità, sono generalmente valutati molto male dai ‘tecnici’…

    Reply
  26. avatar
    Giano08 at |

    dopo giorni, riesco a leggere tutti i commenti al post (giorni impegnati!):

    x Giovanni:

    “L’unica proposta che mi viene da fare è quella di tentare di costituire dei “gruppi di interesse”, influenti, convergenti sullo scopo. Chiamiamola lobby, chiamiamola come vogliamo. Ma – ad oggi – mi pare l’unica soluzione. ”

    penso che hai ragione, che purtroppo in Italia ci si muove solo per cordate. cosa dette e ridetta anche qui. ma assodato questo, come si passa dall’idea alla pratica?

    fatemi qualche esempio… io non ne ho di idee in tal senso…

    per Graf von Spee

    è così… fanno quel che vogliono e quando vogliono entrambe (accademie e intelligebnce dico), se la cantano e se la sonano…

    per Silendo:

    “Io ritengo (ma magari sbaglio alla grande…) che se il livello, lentamente, si alza è giocoforza che determinati soggetti che niente hanno da apportare alla cultura del settore vengano, mano a mano, emarginati. Certo, sono processi moooolto lenti ma bisogna comunque essere positivi e pro-attivi.”

    purtroppo temo che non sia così facile. perchè se come abbiamo detto il sistema è autoreferenziale, allora anche se SILENDO capisce e sa cosa dice, ma io comando (in generale, a qualsiasi livello o istituzione) e dico che un tal M è bravo, preparato, allora voglio lui che ne so… consulente al parlamento o a parlare in tv!

    tanto decido io… no? e io so chi sa e chi no.

    credo, invece, che si dovrebbe creare qualcosa di organizzato e antitetico a tutto quello che ci sta per mettere in campo una forza di fuoco che non possa essere facilmente ignorata da chi “comanda”; o per lo meno abbia più possibilità di SILENDO di essere notata.

    e torno così al punti uno che scrivevo in risposta giovanni.

    saluti a tutti

    bella discussione

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  27. avatar
    grafvonSpee at |

    E’ vero.

    In Italia ci si preoccupa soltanto di “come” fare intelligence, senza che a monte, nè all’interno né all’esterno degli organismi, vi sia una minima analisi sul “perché”, sul “dove” e sul “quando” farla.

    Dipenderà forse dal fatto che, oltre a non aver mai avuto una politica estera, abbiamo da sempre abdicato anche ad avere una credibile politica interna di ordine pubblico?

    Graf von Spee

    Reply
  28. avatar
    utente anonimo at |

    Buongiorno, apprezzo molto quello che scriver il professore siciliano denominato SILENDO.

    Queste sono delle cose interessanti sotto il profilo culturale e soprattutto politico.

    Inoltre vanno esperimentati i quesiti perchè aiutano a capire nella complessità l’ ordine geopolitico, l’ interazione strategica tra stati.

    Un cordiale saluto al professore Silendo

    Reply
  29. avatar
    Silendo at |

    :)) Ti ringrazio (posso usare il “tu”?) per il “professore”… ma non sono siculo… 😉

    Reply
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    Silendo at |

    Per Giano: aspetta. Ribadisco che io sto parlando della questione della cultura e della ricerca nel settore degli studi di intelligence e non del reclutamento. Per non fare confusione…

    La mia (del tutto modesta) diagnosi è che il settore è privo di ricercatori veri. Ci sono, IN LINEA GENERALE, o i tecnici (nulla quaestio) o presunti esperti (ribadisco: sto generalizzando…).

    Se la diagnosi è corretta (e può benissimo non esserlo) allora risulta evidente che gli stregoni possono avere gioco facile proprio perchè mancano veri ricercatori, veri esperti. Ok?

    Hanno vita facile perchè non abbiamo ancora raggiunto una soglia critica di gente competente (intendo: con profilo accademico).

    I vuoti in natura non esistono: se esiste un settore e se in questo settore non c’è gente competente è naturale che tale settore si riempia di mediocri.

    Mi spiego?

    Questa è la mia idea.

    Reply
  31. avatar
    Giano08 at |

    lo so che non parlavi del reclutamento.

    ma anche nei settori non istituzionali, ci sono sempre persone che si appoggiano a “i poteri forti” (per usare un termine volutamente generico) o anche dette lobby (a vario titolo).

    per cui, se anche te sei bravo, e hai altri 9 amici bravi… poi che fai? la ricerca senza finanziamento, non va da nessuna parte.

    e, come ho detto, il finanziamento arriva sempre “agli amici degli amici”.

    e, per di più, anche a voler provare la carta della “qualità”, non ci starebbe modo a queste condizioni di porre chi caccia i soldi per la ricerca davanti alla scelta “me e il mio gruppo o quei vecchi tromboni che tu politico pensavi fossero bravi” (insomma… proporre un prodotto migliore), perchè da quel poco che vedo, chi vuole provare a far qualcosa non va da nessun parte se non è “parato”. e quindi.. non si arriverebbe manco a proporre il proprio prodotto a chi finanzia.

    se poi mi dici che tutto questo si può fare anche senza soldi… allora ok.

    e che stiamo aspettando?

    ciao ciao

    Reply
  32. avatar
    AllegraBrigata at |

    Giano, siamo d’accordo. Non credo che nessuno dubiti di quello che dici. Però Silendo sostiene che, sicuramente ci vuole accesso a risorse, ma è necessario anche essere preparate e maggiormente consapevoli.

    Da un lato le risorse non sono sufficienti se non si eleva il livello di chi studia queste cose.

    Io, Davide, posso pure darti in mano 100.000 euro ma se tu, di tuo, non sei preparato non si va da nessuna parte.

    Davide

    Reply
  33. avatar
    Silendo at |

    Giano, ha ragione Davide.

    Io non penso che tu descriva una situazione errata. Anzi…. purtroppo proprio non è errata.

    Però, secondo me, la differenza tra il mio approccio ed il tuo è che io penso che l’intervento dall’alto non sia di per sè sufficiente.

    Mi spiego: è ovvio che se domani nasce un centro studi (VERO!) che fa ricerca (VERA!) selezionando e istruendo ricercatori (VERI!)… allora siamo a cavallo!

    Ma, preso atto dell’immobilismo (diciamo pure: menefreghismo) del mondo accademico (e governativo) su questo specifico ambito si studi non vedo cos’altro fare se non provare ad aggirare l’ostacolo aumentando il livello medio di conoscenza della materia.

    Ribadisco: non penso che si risolva il problema così. Ma di sicuro si innesta un circolo virtuoso che qualche miglioramento lo porta.

    Se invece si resta tutti ad aspettare l’intervento dell’alto mi sa che fra 10 anni siamo ancora qui a lamentarci 😉

    Reply
  34. avatar
    daniele67 at |

    ragazzi…un ot: potevate venire a paestum!!! bevevamo un bicchiere insioeme e negli ultimi interventi…ci facevamo anche 2 ristaine affettuose!!!!:-)

    daniele67

    Reply
  35. avatar
    AllegraBrigata at |

    Daniele, dicci. Come mai ? Interventi comici ? :)

    F.

    Reply
  36. avatar
    Silendo at |

    Sì Daniele. Ti richiediamo formalmente un breve commento :)

    Reply
  37. avatar
    daniele67 at |

    buongiorno!! scusa ma ieri sera mi sono staccato per fare 2 chiacchere tranquille con giovanni! Nella mattinata il convegno è stato veramente interessante, con interventi che, a me, sono piaciuti,magari domani ti posto in privato i nomi ai quali mi riferisco (ma credo che tu li conosca), vediamo stamattina come va, cè l’intervento di giovanni e di un ingegnere che mi sembra interessante!!! domani “ti relaziono” ok??:-) buona giornata

    Reply
  38. avatar
    Silendo at |

    Grazie Daniele. Quando vuoi sono (siamo, chi non è andato) tutt’orecchi :)

    Reply
  39. avatar
    utente anonimo at |

    sta iniziando ora Speciale! A piu tardi! Daniele 67

    Reply
  40. avatar
    AllegraBrigata at |

    Cosa fare?

    Un centro studi vero e leggero. Internet permette di abbattere i costi, pur avendo ovviamente bisogno di una sede fisica.

    Un direttore amministrativo appena appena capace ed in grado di reperire quel minimo di fondi che serve. Un direttore per la ricerca che conosca veramente la materia (…. mah… chissà chi potrebbe essere). Un ristretto giro di gente appena appena preparata, molto seria, con mentalità scientifica e che voglia ricercare.

    Nessun ‘resident’. Non all’inizio.

    Si può fare anche al di fuori di un’Università.

    Reply
  41. avatar
    Silendo at |

    :) mentre ti leggevo mi veniva in mente l’IGIER-Bocconi…

    http://www.igier.uni-bocconi.it/folder.php?id_folder=176&tbn=albero

    Non che si tratti di una struttura di ricerca come quella da te descritta.

    E’ stata solo un’associazione di idee…

    Reply
  42. avatar
    Giano08 at |

    ottima idea AllegroBrigatista…

    quando si inizia? :)

    (ovviemente io facico fotocopie e porto il caffè eh! ;))

    Reply
  43. avatar
    AllegraBrigata at |

    Andrea ha ragione. Alla fine, oltre a quello che stai già sviluppando anche una cosa del genere potrebbe risultare utile.

    Ma le segretarie le porta Federico, mi raccomando.

    En.

    Reply
  44. avatar
    Zabetta at |

    Veramente volevo propormi io come segretaria :).

    Reply
  45. avatar
    daniele67 at |

    silendo…c’è posta x te!!!:-)

    Daniele

    Reply
  46. avatar
    Giano08 at |

    federico… se ti serve una mano a selezionare il personale (femminile) di coadiuvazione e assistenza, conta anche su di me….

    😉

    Reply
  47. avatar
    Silendo at |

    Infatti ci mancava proprio la persona che deve prendere le misure alle ragazze.

    Se ti offri volontario…

    Reply
  48. avatar
    utente anonimo at |

    Silendo e Giano, a proposito di “misurazioni” e “selezioni” femminili. Io lo so che sono nuovo in questa comunità ma… se ci fosse un lavoretto simile anche per me…

    D’altronde un grande sarto ha sempre bisogno di più di un garzone di bottega (per le misurazioni appunto).

    Ci conto ;-)))

    Cari saluti a tutti voi.

    Giovanni

    Reply
  49. avatar
    Silendo at |

    Ma certo Giovanni.

    Accettiamo sempre dei volenterosi pronti a sacrificarsi applicandosi in attività noiose e spesso anche pericolose!!!

    Reply
  50. avatar
    utente anonimo at |

    :-))))

    (Giovanni)

    Reply
  51. avatar
    Giano08 at |

    sì sì,

    credo che una mano… ci serva.

    ma si deve chiede a federico: è lui che passa la materia prima da quel che ho capito :)

    Reply
  52. avatar
    utente anonimo at |

    breve commento sul Convengo di Paestum:

    escluso l’intervento di 3/4 relatori, il Convegno ha confermato, purtroppo, lo stato penso della cultura dell’intelligence nel nostro Paese.

    quando è andata bene, la ridottissima platea (circa 35 persone compresi i relatori) si è trovata davanti personaggi che hanno parlato d’intelligence, raccontandola alla “vecchia maniera” e cioè indissolubilmente legata alle tradizionali tecniche investigative o di raccolta informativa, proprie delle forze di polizia.

    in altri casi, ci si è trovati di fronte a buffi soggetti che hanno fatto una sorta di comizio politico lamentando la perdita di capacità fare attività informativa da parte dell’Arma dei Carabinieri, considerando tale perdita l’unico limite/difetto del nostro sistema d’intelligence.

    per non parlare di relatori che, a mio avviso, sono andati abbondantemente “fuori traccia” dissertando su norme e procedure antiriciclaggio, dell’opportunità di regolamentare il collegamento informativo tra agenzie di investigazione privata e servizi di sicurezza, della necessità di canalizzare i fondi pubblici per i cc.dd. “cooperanti” italiani all’estero su Società di “mercenari” italiane ed evitare quindi il foraggiamento di quelle britanniche o comunque di area anglofona.

    per non parlare del Prof. B…O, noto psichiatra e criminologo e sedicente esperto di intelligence che oltre ad avere delle idee molto confuse sull’intelligence…si è abbandonato in più di un’occasione a rumorose “ronfate”…disturbando platea e relatori!!!

    barry lyndon

    Reply
  53. avatar
    utente anonimo at |

    errata corrige: “escluso l’intervento di 3/4 relatori, il Convegno ha confermato, purtroppo, lo stato PENOSO della cultura dell’intelligence nel nostro Paese”

    Reply
  54. avatar
    AllegraBrigata at |

    Ero presente e concordo!!!! Alcuni interventi sono stati al limite tra il patetico ed il folle.

    Reply
  55. avatar
    grafvonSpee at |

    Ahhh…che razza di pappatoia di lusso che è diventata in Italia l’attitività di sedicente “esperto di intelligence”!!!

    Basta conoscere un po’ d’inglese, passare due o tre ore al giorno al computer a “copincollare” datate analisi anglosassoni, tradurle e spacciarle per proprie, un po’ di amicizie giuste per qualche seriosa comparsata in TV e il gioco è fatto: è nato un esperto d’intelligence!

    Quanti guai ha fatto ‘sto 11 settembre!

    Reply
  56. avatar
    utente anonimo at |

    spezzo solo 1″piccola”lancia in favore del convegno: era il primo in assoluto, la pretesa di parlare di intelligence in modo “open” è ardua…(leggasi impossibile..!!!) anche per me gli interventi validi sono stati 4 circa, e penso che saremo d’acordo su quali….!! se qualcuno vuole postare in pvt con me…volentieri!!!

    p.s. nota lieta: nell hotel, c’era anche un altro convegno, ignoro la materia, ma c’era 1 discreta presenza di dolci donzelle, ed un paio di partecipanti al convegno, ilvenerdi sera, hanno anche avuto contatti….:-)

    ps.2. ne organizziamo uno noi!????:-)

    daniele67

    Reply
  57. avatar
    AllegraBrigata at |

    Daniele un attimo. Questo non è stato assolutamente il primo convegno. Io in genere non ne seguo molti, Silendo sì. I precedenti potrà elencarteli lui senza problemi. Ce ne sono stati davvero di grossi, anche a livello internazionale.

    Io sono assolutamente contento che sia stato organizzato e la mia critica riguardava alcuni esperti. Di certo non l’idea del convegno e l’attività organizzativa .

    Graf: ad averla la conoscenza dell’inglese…e magari passassero davvero due ore sul computer. Già sarebbe una forma di applicazione e di studio.

    Andrea

    Reply
  58. avatar
    Silendo at |

    Sì, Daniele. Ha ragione Andrea :)

    Ci sono stati almeno altre tre convegni di fama internazionale.

    Piccola storia dei convegni sull’intelligence in Italia.

    Devi sapere che, a meno di non ricordare male, l’apripista in materia è stato il Prof. Germani, del Centro Studi “Gino Germani”. Se non erro nel 95 fu ad un suo convegno, mi pare in ambito LUISS, che, per la prima volta nella storia dei Servizi italiani, i due Direttori si sedettero a parlare pubblicamente nell’ambito, appunto, di un seminario.

    Poi ci fu il mega-convegno di Priverno nel 2001 (http://www.radioradicale.it/scheda/146675/224101-lintelligence-nel-xxi-secolo-organizzato-dal-centro-alti-studi-per-la-lotta-al-terrorismo-e-alla-vi) organizzato dal Centro Germani, dal CEAS e dalla Link (http://www.future-intel.it/index.html).

    Ricordo che, tra le altre persone, conobbi e frequentati in quei giorni, quella che poi sarebbe diventata un’altissima dirigente del National Intelligence Council della CIA e una docente della George Washington Un. Bene, entrambe erano sconvolte dall’alto livello del convegno e, lo confessarono dopo qualche giorno, dal fatto che gli italiani fossero stati in grado di organizzare una cosa del genere.

    Negli anni successivi, sempre a Priverno, si susseguirono diversi convegni, anche se ad essere onesti il livello degli stessi non raggiunse quello del 2001.

    Nel 2003, poi, sempre Germani e la Link, assieme alla Sherman Kent School (l’Università della CIA…), organizzarono a Roma un altro mega-convegno di livello internazionale. Peraltro praticamente chiuso al pubblico (per entrare si dovette avere l’ok dell’FBI e della CIA, se non ricordo male).

    Gli atti sono poi stati pubblicati nel volume: “New Frontiers of Intelligence Analysis”. Qualche mese dopo uscì una recensione sulla rivista della CIA: https://www.cia.gov/library/center-for-the-study-of-intelligence/csi-publications/csi-studies/studies/vol50no1/12_Bookshelf.htm

    Tra questi convegni, che io (credo non a torto), reputo in assoluto i migliori che abbiamo avuto in Italia, ci sono stati tanti altri convegni più piccoli (ma non per questo non validi…).

    Reply
  59. avatar
    daniele67 at |

    beata ignoranza…mea culpa!!! io ero a conoscenza solo di priverno, ma visto che l’iniziativa non è continuata…ho dedotto che non fosse stato un granche!!!! Non ero a conoscenza del fatto che fosse gia successo che i due direttori si fossero pubblicamente confrontati,anche se qui non erano i direttori e…non si sono confrontati!!!

    lodavo solo l’iniziativa, ne vorrei altri, magari!!! e sono d’accordo su max 4 interventi validi!!!!

    sempre con la solita stima!!!

    Daniele67

    Reply
  60. avatar
    AllegraBrigata at |

    Sulla bontà dell’iniziativa siamo tutti d’accordo :)

    Diciamo che si “questionava” la bontà di alcuni relatori…;)

    Enrico

    Reply
  61. avatar
    daniele67 at |

    Enrico concordo in pieno!!!:-)

    daniele

    Reply
  62. avatar
    utente anonimo at |

    Ma i 12.500 euri del master dell’università di Malta, vale la pena spenderli? Qualcuno può testimoniare personalmente in merito?. Grazie

    Reply
  63. avatar
    AllegraBrigata at |

    Credo proprio che non costerà più quella cifra. Riguardo all’opportunità, direi che tutto dipende da cosa ti aspetti. Se lo fai per avere la certezza di entrare nei Servizi direi che anche 1.000 euro sono buttati. Se invece lo fai perchè vuoi aprirti una professionalità un master può essere un buon investimento….

    Reply
  64. avatar
    utente anonimo at |

    Sono d’accordo con la tua prospettiva, soprattutto se i costi saranno inferiori. Hai notizie sui prossimi costi? Grazie

    Reply
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    AllegraBrigata at |

    No, onestamente no. Mi dicono che è in fase di profonda ristrutturazione. Che dovrebbe durare non più di sei mesi, con un compattamento delle lezioni che non dovrebbe andare a discapito del numero di ore frontali però non so dirti nulla dei costi. Tranne, appunto, che costerà di meno.

    So solo questo :)

    Reply
  66. avatar
    AllegraBrigata at |

    Silendo e soci guardate un po’ questo articolo di repertorio :))

    dal New York Times del 6 aprile 2004:

    The CIA’s Dissidents

    By David Ignatius

    Tuesday, April 6, 2004; Page A21

    ROME — The political dissection of Sept. 11 continues, but for the intelligence community, one lesson is already obvious: Analysts must do a better job of “connecting the dots,” seeing patterns in disparate pieces of information and alerting policymakers forcefully to the dangers.

    If the intelligence community keeps doing what it was doing before Sept. 11, 2001, it risks making more mistakes that could have disastrous effects. The danger of the status quo was underlined by the intelligence failure in assessing Iraq’s weapons of mass destruction; analysts signed off on estimates that provided a rationale for war but that, in hindsight, appear to have been wrong.

    So what is the CIA doing to shake up its people and procedures? Can it break down the walls of secrecy and bureaucracy that prevent analysts from communicating more effectively with colleagues at other U.S. intelligence agencies — let alone with foreign intelligence and security services? Can the CIA reinvent itself for the threats of the 21st century — and bring outsiders into that process?

    Last week I attended a CIA-sponsored conference here that was described as an “experiment” with these disruptive ideas. The conference, “New Frontiers of Intelligence Analysis,” brought together officials from intelligence and police agencies of nearly 30 countries. The sessions were all unclassified, and I was one of several journalists and a dozen or so academics who were invited.

    “We are in a world where transnational terrorist threats exceed the ability of any one nation to deal with them,” explained Carol Dumaine, the conference organizer, in opening the meeting.

    Dumaine, at 45 already a 24-year veteran of the agency, heads a small group called the Global Futures Partnership that spent two years arranging the conference with the Link Campus of the University of Malta in Rome. Her team is also organizing similar seminars at Harvard, Stanford and other leading American universities. Its members see their role as in-house dissidents and agents of change, and the very fact that they are in business suggests that top CIA officials know they have a problem and want to fix it.

    As at any conference, the quality of the presentations varied, but the best of them were mind-bending. An American technologist described how to use the tools of computer gaming to give intelligence analysts the same advantage that card counters have at blackjack. An American anthropologist who conducted a two-year study for the CIA of its analytical culture explained the cult of the “expert” — and the danger that the more expertise analysts have, the more likely they are to reject anomalies that don’t fit the patterns they’ve learned to discern.

    The anthropologist contrasted the cautious world of the analysts with changes in what was once a similarly conservative culture among surgeons. Today status goes to the surgeons who are innovators and risk-takers, and the profession accepts the idea that it will lose some patients in practicing good, aggressive medicine. “That change has not occurred in the intelligence community,” he said.

    What I liked was that many of the speakers told the analysts things they probably didn’t want to hear. A British scholar said he feared a culture of mediocrity in the intelligence world; he contrasted it with the 1940s, when the brilliant but eccentric code-breaker Alan Turing pedaled to Bletchley Park each day wearing a gas mask. A German warned bluntly: “Too few analysts know enough about Islamic culture to penetrate the mind of a jihadi terrorist.” An American professor said that to understand today’s threats, “we need more tolerance for views that are not our own.”

    The analysts’ need for more openness and sharing collides with the limits that have traditionally been imposed by the collectors of secret information. But the Rome conference left me wondering if the world can afford to play by the old secrecy rules as it deals with global terrorist networks. An Italian summed up the lesson this way: “To fight a network, you need another network.” Personally, I’d prefer the risk of putting too much information into that network rather than too little.

    At the end of the three days, the CIA’s deputy director for intelligence, Jami Miscik, talked about some of the criticism she had heard of “the cognitive rigidity of analysts” and “the parochial effects of experts.” She said she warns her analysts that the “the biggest danger is inherited assumptions that get handed down from generation to generation.”

    The CIA, working with other intelligence services around the world, needs to break the old culture that allowed Sept. 11 and the WMD mistake to happen. They made a good start last week in Rome. We’re living in a world where business as usual is too dangerous. Change is good, especially in the normally closed and bureaucratic world of intelligence.

    Reply
  67. avatar
    daniele67 at |

    buongiorno,

    lo stesso articolo, nella stessa data c’era anche sul “washington post”: http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/articles/A53317-2004Apr5.html

    L’opinione del giornalista in questione: David Ignatius è tenuta in buona considerazione negli Usa ed in buona parte dalla stampa internazionale.

    Se qualcuno avesse tempo e volesse leggere altri articoli, anche più recenti, scritta da lui, posto un altro link:

    http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/linkset/2005/03/24/LI2005032401639.html

    buona giornata a tutti

    daniele

    Reply
  68. avatar
    AllegraBrigata at |

    Daniele mi hai fatto scoprire che ho sbagliato a scrivere!!!! L’articolo che ho incollato era proprio quello del Washington Post e non del New York Times.

    F

    Reply
  69. avatar
    daniele67 at |

    ed io???neanche ho “controllato”???:-) se lo sa il mio capo mi pescia lla grande!!!!:-))))ah ah ah ah ah ah!!!

    daniele

    Reply
  70. avatar
    AllegraBrigata at |

    shhhhhhhh

    nega anche l’evidenza

    :))

    Reply
  71. avatar
    daniele67 at |

    consiglio sempre validissimo!!!!in tutte le occasioni!!!! :-)

    Reply
  72. avatar
    AllegraBrigata at |

    Esatto!!! Vedo che ci capiamo :))

    F.

    Reply
  73. avatar
    utente anonimo at |

    Concordo! :-)

    E poi, come diceva quello: “…è evidente che si debba negare ogni evidenza!”.

    Molti saluti a tutti

    Giovanni

    Reply
  74. avatar
    utente anonimo at |

    Il tuo post è interessante e vorrei dare la mia opinione.

    La cultura intelligence è presente in Italia ma occorre fare delle precisazioni. L’intelligence (e la ricerca di cui parli) in questione è quella del livello strategico (che supporta il livello politico-militare). Tale tipo di intelligence presuppone che gli specialisti siano in possesso di un bagaglio culturale relativo all’area/regione d’interesse (Balcani, Medio Oriente, and so on…), un adeguata esperienza (training on job per esempio…), un tutor “operativo” (ossia non preparato solamente sulla teoria) e (come lessi anni fa’ su un articolo da OSINT della Mil Intel Community USA) in possesso di una giusta dose di predisposizione geneteica che nessun corso, master o scuola possono fornire o insegnarti). Quando questi elementi mancano il risultato è la formazione di “esperti” dell’intelligence “ogni tempo e ogni spazio” ossia esperti della branca intelligence senza una adeguata esperienza sul campo, in grado di fornire analisi e valutazioni che a volte sono il copia ed incolla di articoli, studi, valutazioni di siti, blog e compagnia cantando, conoscitori delle problematiche a grande scala ma che disconoscono i dettagli tecnici che fanno la differenza.

    La base della conoscenza dell’intelligence così come la costruzione di una casa si fà partendo dal basso ossia dal livello tattico e non si diventa esperti costruendo il tetto prima delle fondamenta…

    Si diventa poi “esperti di intelligence” troppo in fretta. Un master e via…

    Vorrei scrivere di più e l’argomento mi interessa anche perchè era uno dei prossimi argomenti previsti del mio blog (http://intelcenter-blog.blogspot.com)

    Complimenti per il tuo blog, lo trovo interessante.

    Cactus

    Reply
  75. avatar
    AllegraBrigata at |

    Il tuo intervento mi trova d’accordo e credo che trovi d’accordo anche gli altri partecipanti al blog di Silendo, Silendo compreso.

    Non sono d’accordo solo sulla questione dell’esistenza di una cultura dell’intelligence. Dal mio personale punto di vista credo che esista una tecnica, una tradizione magari, limitata all’intelligence in quanto struttura (e già qui con molti limiti). Assolutamente non al di fuori.

    Ecco, se le cose stanno così io non penso si possa parlare di cultura bensì, semmai, di mestiere.

    F.

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  76. avatar
    Silendo at |

    Ciao Cactus e grazie per i complimenti. Ti invito a segnalare il link al tuo post quando sarà pronto :)

    Nel merito della questione: ha ragione Federico. Mi trovo anch’io d’accordo con quanto dici. Soprattutto quando sottolinei che l’esperienza si acquisisce con anni di pratica e non (soltanto) attraverso corsi di formazione, di qualunque corso si tratti.

    Reply
  77. avatar
    utente anonimo at |

    Per cultura dell’intelligence intendo conoscenza. Ciò non implica affatto capacità. Si può essere dei buoni professori ad un corso ma è possibile che sul campo non si sia capaci di applicare quanto insegnato. Nel campo dell’insegnamento dell’ intelligence strategica ciò è molto comune a mio parere. Date un occhiata ai cv di alcuni “esperti”. Se la cultura intelligence deve sottointendere lauree in scienze politiche, incarichi piu’ o meno (a volte per niente) collegati all’intelligence e tesi/tesine su questo e quest’altro argomento allora esiste una cultura.

    Ultimamente ho letto un articolo sull’intelligence mining pieno zeppo di termini quali “cardinalità” “endogenesi” e via dicendo.

    Scrivere e parlare così fà cultura e riempie (forse) le aule ma non crea lo specialista di intelligence bensì l’acculturato di intelligence.

    Cordialmente

    Cactus

    http://intelcenter-blog.blogspot.com

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  78. avatar
    Silendo at |

    D’accordissimo.

    Però mi chiedo: perchè si pubblicano certi articoli??? Perchè certi docenti, presunti esperti, tengono corsi??? Perchè vengono invitati ai convegni?

    Secondo me la risposta è che questo avviene perchè nel nostro Paese non c’è la professionalità dell’intelligence.

    Lo stesso campo “intelligence” è molto poco definito al punto che spesso il termine “intelligence” viene usato come sinonimo di “sicurezza” o di “analisi” o di “studi strategici” ecc.

    Ora, tutto questo è reso possibile sostanzialmente dalla mancanza di una professionalità e quindi di una cultura in materia.

    Reply
  79. avatar
    utente anonimo at |

    In linea di massima concordo con te ma occorre fare dei distinguo. Le professionalità intese come personale civile e militare con un know-how tale da non sfigurare con i colleghi stranieri ci sono. Forse cio’ che manca e’ la professionalita’ intesa come cultura aggregatrice di conoscenza e di metodo (di lavoro).La nostra storia (italiana) e’ piena di uomini e donne di valore assoluto che sono stati dei fari in numerose discipline. Ecco, sono stati dei fari nel buio che li circondava. Il nostro Dna e’ sempre lo stesso. Comunque non voglio fare dei discorsi troppo “pieni di aria”. Sono un pragmatico. Quando ti domandi perche’ lo fanno, ti dico che a mio parere lo fanno perchè parlare a livello strategico e’ alla portata di molti e non occorre essere un gran specialista. Un analisi strategica la si puo’ fare anche a “spanne” in quanto tratti aree di migliaia di chilometri quadrati e con proiezioni a 6/12 mesi come minimo. Questo lo possono fare in molti. Concordo sulla confusione sui termini. Vi e’ un uso non corretto del termine a volte che ingloba nell’intelligence molte sottodiscipline diverse fra loro. Quindi c’e’ chi ha fatto indagini sul suolo nazionale che parla di humint in un Teatro operativo e via dicendo. Ognuno dovrebbe parlare di quello che sa e che sa fare. Senza parlare poi dei lavori fatti dagli specialisti che diventano il vanto dei “generalisti”, cosi’ come vi sara capitato di esprimere una valutazione scritta o verbale e vedervela “venduta” (senza nemmeno menzionarne la partenità) da chi vi ha ascoltato o letto . Nel campo dell’intelligence molte volte il buon lavoro di uno diventa il buon lavoro di tutti ma se per caso il buon lavoro dovesse rivelarsi alla luce dei fatti un cattivo/mediocre lavoro allora diventa l’errore/incompetenza del singolo.

    Concludo con il motto dei “green slimes” : ” chi raccoglie conoscenza raccoglie dolore”

    Cordialmente

    Cactus

    http://intelcenter-blog.blogspot.com

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  80. avatar
    Silendo at |

    Esatto, intendevo proprio questo:

    a) le buone professionalità ci sono ma sono numericamente limitate e non raggiungono la massa critica. Tra l’altro le poche buone professionalità sono sostanzialmente limitate ad un solo ambiente (i tecnici);

    b) molti si auto-nominano analisti strategici proprio perchè, esattamente come dici tu, è facile riempire di ‘contenuti’ un articolo o un intervento di taglio strategico. E’ sufficiente essere buoni lettori di stampa per disegnare (si fa per dire) scenari.

    Reply
  81. avatar
    utente anonimo at |

    Concordo in pieno.

    C’e’ da aggiungere che un intelligence seria:

    – non e autoreferenziante

    – e’ predisposta alla critica;

    – e’ aperta alle innovazioni senza dimenticare il passato e le sue lezioni;

    – cura e sviluppa sia parte strategica che quella tattico-operativa;

    – cresce e stimola i tecnici e gli specialisti;

    – fa’ a meno dei guru;

    – si basa in buona parte sulla passione ed il sacrificio delle persone che la alimentano.

    Cordialmente

    Cactus

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    AllegraBrigata at |

    Infatti!

    Federico

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    AllegraBrigata at |

    Soprattutto non è autoreferenziale.

    Le migliori intelligence, la storia lo insegna, sono quelle più aperte alla società. Anche nei regimi non democratici.

    Roberto

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    utente anonimo at |

    Ciao Cactus!

    quell’articolo cui ti riferivi (quello della cardinalità ed endogenesi insomma…) credo che sia mio… Ovviamente mi spiace che non ti sia piaciuto o comunque che ti abbia fatto pensare ad una visione del concetto di “cultura” che non condividi e che, a dir la verità, non condivido nemmeno io (e per questo motivo la cosa mi dispiace sinceramente).

    Se c’è una cosa che dico sempre infatti è che NON sono (e nemmeno sarei capace di essere) un “analista strategico” ma solo qualcuno che si occupa di “metodi, sistemi e tecnologie” per l’Osint. D’altro canto NON sono affatto laureato in scienze politiche (nè in nessuna altra disciplina, se vogliamo dirla tutta…) e tantomeno sono mai riuscito a riempire delle aule…

    Riguardo l’articolo, ciò che posso dirti – con grande sincerità e umiltà – è che accetto sempre di buon grado ogni tipo di critica (da quelle positive a quelle più feroci) e ti invito – sempre se ti va – a parlarne qui (se il padrone di casa autorizza ovviamente 😉 oppure, se lo desideri, anche direttamente via mail. Davvero non ho alcun problema in questo, anzi la considero un momento di confronto e crescita. In secondo luogo – anche qui con grande sincerità – forse proprio perché non sono un “Accademico” non ho potuto far a meno di usare quei due termini per esprimere i concetti che volevo illustrare. Se avessi avuto una cultura diversa – derivante magari da una formzione più classica – sarei riuscito anche ad esprimere quei concetti in modo meno… “sboroso” (passatemi il termine vi prego!) ma egualmente chiaro ed approfondito. Ma, tant’è… non posso far altro ormai che dispiacermi per questo e stare più attento per il futuro.

    Insomma quel mio scritto non intendeva costituire un “pilastro” di ciò che è la “teoria dell’intelligence oggi” (me ne guarderei bene… c’è gente molto più in gamba di me per questi scopi). Voleva solo proporre l’idea di applicare qualcuno dei metodi dell’OSINT a casi molto particolari di corpus di informazioni classificate. Un po’ come certe grosse aziende che considerano si il proprio patrimonio informativo come “riservato” (ovviamente…) ma al loro interno sviluppano dei “reparti Osint” proprio per accrescere la consapevolezza delle prestazioni della propria base di conoscenza (ovviamente in casi in cui questa base di conoscenza supera certe – notevoli – dimensioni…).

    Ecco Cactus, quello che ho cercato di fare è stato proprio quello che dici giustamente tu: “Ognuno dovrebbe parlare di quello che sa e che sa fare”. Ovviamente qui entra in ballo il problema della “autovalutazione” (e magri la relativa sovrastima…) su quel che uno sa fare o no… ma questo è un problema un po’ di tutti :-))) Certamente – te lo assicuro – non ritengo di esser “l’esperto definitivo ” di metodi e sistemi Osint al mondo… ma nemmeno in Europa, ed in Italia. Sono solo qualcuno che fa una professione… i cui risultati ed il cui livello di qualità sono tranquillamente sotto gli occhi di tutti e tutti hanno la libertà di giudicare e valutare secondo il loro metro.

    Un ultima considerazione sul “perché si pubblicano certi articoli?”. Beh in linea di massima non c’è dubbio che fra le tante molle che spingono un autore a mettere “nero su bianco” le proprie idee ci sia quella del “gradimento” del lettore. E’ per forza così, credo. Altrettanto ovviamente l’autore (un po’ come fanno i bambini piccoli :-))) ci rimane male quando le critiche non sono entusiastiche come egli si aspettava. Ricollegandomi a quel che dicevo prima, un Autore scrive anche e soprattutto perché crede (o qualcuno gli fa credere…) che ciò che dice possa essere condiviso. Anche qui, spessissimo, l’autore piglia la famose “bastonate sui denti” :-)))

    Qualche volta – specie quando la pubblicazione non viene realizzata – come dire – “a scopo di lucro”… – l’autore ha l’ardire di poter contribuire in un qualche modo – nel bene e nel male – all’accrescimento o allo sviluppo di un dibattito culturale. Ebbene in questo caso io penso: “che gli autori pubblichino tranquillamente (anche – magari – baggianate). Poi saranno i lettori, gli esperti, i commentatori (che sicuramente non saranno tutti degli sprovveduti) a giudicare ed – eventualmente – affondare”. Come pare sia successo nel caso del mio “intelligence mining 2.0”.

    Ma che il mio articolo (o magari altri articoli di altri più o meno autoreferenziati autori) sia un “pilastro” o una accozzaglia di baggianate, ha una importanza relativa. L’importante è che ci siano risorse – come questa – che leggono, si confrontano, discutono e assegnano una specie di “ranking” ai vari individui “che scrivono” (il mio ranking sarà un po’ bassino oggi… :-)))

    Ad ogni modo – scherzo un po’ per alleggerire questo post che è diventato quasi un (brutto) poema – ad ogni modo, dicevo, mi sa che devo cominciare a preoccuparmi: non è infatti la prima volta che mi trovo a voler chiarire lo scopo di quel mio articolo… magari è stato solo un caso fortuito o magari è stato il frutto di una cattiva digestione… ma significa che sto perdendo colpi… o che sto invecchiando. Il ché è peggio.. :-))))))))

    Comunque se mi avete letto fin qui, devo solo ringraziarvi (e spero di non aver detto ulteriori cavolate ;-).

    Cactus ti ringrazio ancora per il tuo commento e la tua critica (rinnovo: bisogna considerarle tutte costruttive, anche quelle “distruttive”…) sul mio articolo e spero – sinceramente – che ci sia l’occasione per parlarne ancora. E anche parlare di tante altre cose di comune interesse.

    Molti carissimi saluti a tutti

    Giovanni (Nacci)

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  85. avatar
    Silendo at |

    Ciao Giovanni, intervengo solo un attimo nella discussione perchè a porre quella domanda (“perchè si scrivono certi articoli”) sono stato io.

    Voglio chiarire che la domanda era generica/retorica e non riguardava l’articolo che, scopro adesso, è il tuo. Articolo che non ho (purtroppo) mai letto.

    Reply
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    utente anonimo at |

    Silendo carissimo,

    per me nessun problema circa la tua domanda, che scherzi 😉 Anzi, l’ho voluta citare perché mi è sembrata una ottima domanda, proprio perché credo che la “motivazione” sia molto spesso l’aspetto più significativo delle cose. Ecco perché ho ripreso la tua frase 😉

    Salutoni!

    Giovanni

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    utente anonimo at |

    Caro Nacci,

    non volevo assolutamente denigrare il tuo articolo che trovo in molte parti veramente interessante e il mio esempio su alcuni dei termini da te utilizzati (cardinalita’,endogenesi, etc) nel tuo “intelligence mining 2.0” era relativo solo ad una maniera di rendere a volte “high level” (leggasi da conferenza, da master e compagnia cantando) il concetto di OSINT quando invece dovrebbe/potrebbe essere semplice e linerare. Con questo non voglio dire che il tuo approccio sia sbagliato. Nella settimana a venire mi riprometto di tornare sull’argomento se il padrone di casa me lo permette. Ho visto che metti passione nel tuo articolo e nel tuo post si vede che sei una persona intelligente e disponibile al dialogo. L’apertura mentale e’ la base dell’intelligence.

    Alcuni degli errori di valutazione dell’intelligence USA sono da imputare ad una scarsa predisposizione ad imedesimarsi, all’empatia. Questo e’ purtroppo un loro limite culturale e contraddistingue una loro forma mentis che vede loro sempre dalla parte della ragione in tutte le analisi e valutazioni. Fortunatamente la tecnologia li aiuta molto cosi’ come il fiume di denaro che investono nell’intelligence a tutti i livelli ed in tutti i settori.

    Credo che lo tsunami OSINT abbia creato non pochi problemi alla dark side dell’intelligence “da guerra fredda” ossia dell’intelligence ove solo il termine KGB o SS25 erano classificati. L’OSINT (messa in sistema) attualmente e’ valutato che copra circa l’80% dell’intelligence in generale.Il restante 20% e’ informazione classificata che in parte dopo pochi giorni potrebbe essere declassificata in quanto l’OSINT ha gia’ fornito gli stessi dettagli (anche se rimane il problema della fonte…). Tornando a noi ribadisco il mio apprezzamento sull’articolo da te scritto.

    Cordialmente

    Cactus

    http://intelcenter.blogspot.com

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    AllegraBrigata at |

    Ciao Cactus.

    “Alcuni degli errori di valutazione dell’intelligence USA sono da imputare ad una scarsa predisposizione ad imedesimarsi, all’empatia”

    Io non credo sia tanto una questione di mancata immedesimazione quanto di carenza a livello Humint.

    Silendo cosa ne dici ? :)

    Vittorio

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  89. avatar
    utente anonimo at |

    Io parlavo dell’intelligence in generale. Per quanto riguarda quanto dici sull’ Humint USA non sono assolutamente d’accordo.

    Carenza? Stiamo scherzando? Semmai bisognerebbe dire che la macchina ce l’hanno, e’ l’autista che a volte da’ i numeri…

    Cordialmente

    Cactus

    http://intelcenter-blog.blogspot.com

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  90. avatar
    Silendo at |

    :))

    Siamo arrivati al problema centrale degli studi e delle analisi sull’intelligence: le fonti e i dati.

    Come si può sciogliere il nodo riguardo la Humint ? 😀

    Ci vorrebbero dati oggettivi e pubblici. Magari Vittorio e Cactus hanno accesso a conoscenze riservate e questo rende difficoltoso, per non dire impossibile, un confronto su questo argomento.

    Dico la mia.

    Per capire il funzionamento di una struttura di intelligence la via migliore è lo studio dei fallimenti e dei successi. In genere i fallimenti grossi diventano pubblici e questo dà la stura a commissioni di inchiesta che, spesso, indagano moooolto a fondo nel sistema (soprattutto in ambito anglosassone). Ok?

    Se parliamo di intelligence di livello strategico e di Humint statunitense allora parliamo di CIA.

    Allora, se c’è una cosa che si evidenzia chiaramente in circa 20 anni di studi sui fallimenti strategici dell’IC USA (dalla caduta dell’Iran in poi…) è la mediocrità della rete Humint della CIA.

    Ciò è evidente soprattutto tra il 2001 ed il 2003 (Twin Towers e WMD iraqene). Addirittura le commissioni di inchiesta sulla questione iraqena hanno rilevato che la CIA non aveva una proprio rete informativa in Iraq. Nonostante il target fosse stato, per più di un decennio, la priorità nel sistema di pianificazione dell’IC.

    Quindi, dagli anni 90 in poi la vera carenza dell’Intelligence strategica USA è stata:

    a) totale inadeguatezza delle reti HUMINT

    b) mediamente basso livello degli analisti.

    Reply
  91. avatar
    AllegraBrigata at |

    Rispetto chiaramente il parere di Cactus ma dal mio punto di osservazione si evidenzia senza dubbio una grossa carenza a livello Humint. Esattamente come la qualifichi tu, Silendo. A livello strategico.

    D’altronde basta leggere gli atti parlamentari e presidenziali, oltre appunto ai documenti delle commissioni di inchiesta per averne conferma.

    L’operatività degli stessi pochi soggetti sul campo ha limiti (riscontrati e testati) notevoli.

    L’altro giorno, per esempio, commentavamo con Silendo un documento del DNI sul ruolo dei contractors. In questo documento si affermava, da fonte ufficiale quindi, che il peso dei contractors è diventato così rilevante anche per una carenza struttuale di Humint cui l’Intell Comm. ha dovuto sopperire riassumendo gli “ex”. Per aggirare il loro blocco delle assunzioni hanno dovuto assumerli come asset esterni.

    vittorio

    V.

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  92. avatar
    Silendo at |

    Vittorio però mi pare non fosse McConnell. Credo fosse l’intervento pubblico di uno dei vice: o Fingar o il Deputy Kerr.

    Reply
  93. avatar
    utente anonimo at |

    Il discorso relativo all’H USA e’ estremamennte complesso. Lasciamo perdere atti parlamentari e presidenziali e compagnia cantando. Arrivare poi a dire inadeguatezza e basso livello degli analisti mi sembra eccessivo. Il fatto e’ che e’ facile parlare degli insuccessi (chi fa puo’ sbagliare chi non fa non sbaglia e puo’ giudicare, e su questo di maestri e’ pieno il pianeta…) perche’ sono agli occhi di tutti mentre i successi molte volte non si conoscono. Per quanto riguarda l’H USA occorre sottolinerare che non si puo’ parlare solo di Langley (che e’ una sorta di ombrello per l’estero). Non sono ne pro ne contro gli USA e cerco di essere oggettivo. Un altro aspetto e’ la magnitudo degli interessi USA nel mondo, della necessita’ di avere operatori, analisti, specialisti, agenzie, software, conoscitori di lingue rare, etc etc…, in grado di funzionare, operare e fornire un prodotto costantemente aggiornato e quanto piu’ possibile valido. inoltre io metto in guardia sulla maniera degli statunitensi di fare la lista dei propri errori e delle proprie debolezze/inefficenze/carenze. Sono tra i maestri delle black psyops e l’intero pianeta (compresa la intel community internazionale) puo’ alla fine diventare un enorme target audience. Come scrivevo all’inizio l’argomento e’ estremamente complesso e non lascia spazio a facili interpretazioni/giudizi.

    L’H e’ a mio parere e tra le varie discipline intel quella piu’ suscettibile di cadere nella soggettivita’ delle valutazioni personali in quanto l’uomo e’ l’elementi principale. Diverso e’ il discorso del SIGINT o dell’ IMINT dove la tecnologia la gioca da padrona (il rischio e’ la deception e compagnia cantando ma anche qui il discorso e’ lungo e complesso).

    Cordialmente

    (e’ un piacere leggervi)

    Cactus

    (http://intelcenter-blog.blogspot.com

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  94. avatar
    Silendo at |

    Cactus, su questo non ti seguo.

    Mi spiego meglio.

    Qualunque analisi si deve basare su una una valutazione dei dati/fatti. Ok?

    Anche un’analisi che riguarda il funzionamento di un Servizio o di una branca di un Servizio. Concordi?

    Ora, è evidente che ciascuno può avere/non avere accesso a informazioni riservate.

    Fatto sta che chiaramente nessuno, qui, può ragionare su queste. Se qualcuno di noi è parte di certe strutture è chiaro che non può venire a dirlo ed è comunque chiaro che non può portare elementi ad un dibattito pubblico come questo. Ci siamo?

    L’unica cosa su cui si può ragionare sono i dati pubblici. Concordi?

    Gli unici dati pubblici sull’IC USA sono quelli che derivano dalle commissioni di inchiesta.

    Presumo che tu le conosca e saprai che tutto sono meno che accurate.

    Al contrario, sono documenti moooolto complessi che necessitano di molta applicazione oltre che una buona dose di “mestiere” per essere capiti.

    Hanno tanti limiti (come qualunque documento di questo pianeta!) però, perdonami, di certo non si può dire che vanno lasciati da parte.

    Tra l’altro il sistema americano non è come il nostro. Il controllo parlamentare e governativo è penetrante ed il sistema stesso pecca persino di eccesso di trasparenza.

    Se poi tu mi dici che tali atti e documenti sono inadeguati, superficiali o addirittura frutto di disinformazione… permettimi… posso anche fidarmi al buio della tua parola ma nello stesso identico modo potrei dirti che così non è… invitandoti anche tu a fidarti al buio della mia.

    Non so se mi spiego? :)

    Qui non è in discussione chi ne sa di più, deve essere chiaro.

    Nessuno sa chi c’è dietro uno pseudonimo (vabbeh, io per qualcuno lo so…) per cui l’unico modo per discutere è portare, ciascuno con i propri limiti (io in primis!) dati a sostegno delle proprie affermazioni.

    Ad esempio: sugli enormi problemi connessi all’analisi strategica in ambito CIA ci sono due fior di documenti: https://www.cia.gov/library/center-for-the-study-of-intelligence/csi-publications/books-and-monographs/curing-analytic-pathologies-pathways-to-improved-intelligence-analysis-1/index.html e https://www.cia.gov/library/center-for-the-study-of-intelligence/csi-publications/books-and-monographs/analytic-culture-in-the-u-s-intelligence-community/index.html più una valanga di conferme da fonti indipendenti.

    Tutto frutto di disinformazione?

    Personalmente ne dubito ma fino a quando qualcuno non lo dimostra, permettimi, continuerò a ragionare sui dati esistenti.

    Questione del rapporto tra pubblicità degl insuccessi e pubblicità dei successi.

    Questa è un’altra cosa molto dibattuta nel settore :)

    Se parliamo di successi o insuccessi di livello strategico non è proprio così.

    I successi si conoscono eccome. Solo che spesso si conoscono con un certo ritardo. Quando oramai sono diventati storia.

    Ora, se parliamo degli esperti stile “Porta a porta” è chiaro che neanche conoscono la letteratura. Ma se parliamo di studiosi seri tali successi vengono attentamente “sviscerati” per trarre ammaestramenti. Come e quanto gli insuccessi. E’ sufficiente leggere gli studi delle due principali riviste internazionali in materia per averne conferma.

    Affermi poi che gli interessi USA sono enormi e richiedono uno sforzo enorme. Mai negato e sono pienamente d’accordo.

    Il punto è: il budget e le risorse dell’IC USA sono sufficienti?

    O meglio, l’Intelligence USA ha gli strumenti per svolgere appieno il proprio lavoro?

    Io direi proprio di sì però attenzione: ho volutamente sottolineato la questione delle WMD iraqene perchè – chiunque è del settore lo sa, – l’Iraq non era una missione secondaria per la Comunità. Come, chennesò, gli effetti sulla sicurezza dei mutamenti climatici in Antartide :))

    No, l’Iraq è stato la priorità numero uno dal 1991 al 2003.

    Quando poi emerge, da tutte le commissioni di inchiesta (Presidenziali, indipendenti e parlamentari) che la CIA non disponeva di fatto di una vera e propria Humint strategica all’interno del Paese (target: leadership e processo decisionale WMD) affidandosi, nella sostanza, ai soli ispettori UN… allora qualche sospetto sul malfunzionamento della Humint CIA ti viene o no ? ;))

    Ombrello CIA? Io parlavo proprio della Humint di livello strategico (escludendo quindi il Dipartimento della Difesa) all’estero. In relazione a questo parlare di ombrello, permettimi, non è proprio corretto perchè era proprio la CIA avere la leadership della Humint di questo tipo. Ma forse ho malinteso il tuo discorso. In tal caso ti chiedo venia :)

    Utlima questione. Neanche io ne faccio un argomento “pro o contro” gli USA. Ci mancherebbe altro.

    Questo tipo di dibattito lo lascio ai tavolini del bar :))

    PS preciso, perchè non voglio che ci siano dubbi, che qui chiunque è libero di esprimere pareri senza problemi. Però, per mantenere una forma di ordine nel dibattito, ritengo sia importante chiarire quando si sostiene una cosa sulla base di una propria, rispettabilissima, sensazione/idea e quando invece ci si può confrontare su dati.

    Tutto qui 😉

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  95. avatar
    AllegraBrigata at |

    “Arrivare poi a dire inadeguatezza e basso livello degli analisti mi sembra eccessivo”

    Perchè ti sembra eccessivo?

    “inoltre io metto in guardia sulla maniera degli statunitensi di fare la lista dei propri errori e delle proprie debolezze/inefficenze/carenze. Sono tra i maestri delle black psyops e l’intero pianeta (compresa la intel community internazionale) puo’ alla fine diventare un enorme target audience”

    …. uhm… idea personale indimostrabile: sopravvaluti molto l’Intell Comm. USA…

    Anche se così fosse quale sarebbe lo scopo? Farsi ridere dietro da mezzo mondo? …. uhm…

    Sei sicuro invece che dopo i fallimenti degli ultimi anni sia difficile ammettere che l’Intelligence USA ha enormi limiti oggettivi proprio perchè in passato siamo stati vittime, un po’ anche auto-vittime, del “marchio CIA”???

    Ovvero l’opposto di quanto sostieni? 😉

    v.

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  96. avatar
    utente anonimo at |

    Beh ognuno ha la sua opinione. Io non soppravaluto gli USA.Credo che gli USA non sono ne piu’ ne meno competenti di altri e che il loro grande vantaggio sia tecnologico, di budget e non di iomini intesi come capacità. Ma l’intel non e’ solo l’uomo anche se l’uomo e’ importante. Budget e tecnologia a supporto dell’intel sono aspetti particolarmente importanti. Poi non credo che nell’ambito del rispetto delle professionalità intel (a qualunque Pease appartengano) si possa dire che facciano ridere. L’intelligence talebana, congolese o kosovara ai miei occhi e’ professionale e capace. Poi dei risultati si puo parlare ma credo che tsroncare una intera community non sia corretto. Eppoi chi e’ senza peccato…

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  97. avatar
    Silendo at |

    Non so se ti stai rivolgendo a me o a Vittorio ma deve essere chiaro che mai e poi mai mi sognerei di svalutare l’Intelligence USA.

    Se pensi questo siamo proprio sulla cattiva strada.

    E’ semplicemente cercare di fare un’analisi il più possibile fattuale dei meccanismi di funzionamento di una Intelligence, qualunque essa sia.

    Il mio appunto non riguardava di certo la tua sacrosanta opinione (ben venga… soprattutto se diversa dalla mia…). Riguardava l’importanza dei documenti e dei fatti che si possono trarre da questi documenti. Capito?

    E’ una questione di metodo.

    Se tu mi dici: la mia idea è diversa dalla tua è perfetto.

    Se però dici: la mia idea è diversa dalla tua e devi mettere da parte i documenti… beh allora possiamo pure smettere di parlare di studi sull’intelligence ed esprimere solo valutazioni personali libere :)

    Mi spiego?

    Non siamo più in un campo “scientifico”. Siamo in un campo diverso 😉

    PS sul fatto poi che nessuno possa scagliare la prima pietra… non sai che porta sfondi ;))

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  98. avatar
    utente anonimo at |

    L’ultimo post era relativo ai commenti di Allegra Brigata:mi sono dimenticato di scriverlo e di firmarmi (Cactus)

    Sai nella foga della digitazione.

    Cactus

    Reply
  99. avatar
    AllegraBrigata at |

    Cactus guarda che non volevo dire che fanno ridere. Affermavo che non vedo logica nel voler disinformare mezzo mondo facendo credere di essere poco efficienti.

    Semmai l’interesse sarebbe il contrario: disinformare diffondendo un’idea di potenza ed efficienza dei loro apparati di Intelligence.

    Mi sono spinto un po’ oltre perchè ho una certa esperienza in questo ambito. Nel senso che diverse volte mi capita di constatare l’incredulità delle persone, anche di persone abbastanza esperte, quando si confrontano con i limiti delle strutture Intell made in USA.

    noto che la prima reazione è incredulità che sfocia spesso in dichiarazioni simili alle tue.

    Con questo non voglio svalutare le tue idee. Era solo un voler apportare una mia esperienza.

    Vittorio

    Reply
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    utente anonimo at |

    Caro Vittorio, ognuno ha le sue esperienze, io ho le mie e tu le tue…e non sono un accademico ne un amante della teoria pura. Anch’io parlo per esperienza come te. E anch’io ho le mie sperienze da apportare. Si vede che le abbiamo avute differenti.

    Sulla tua idea di PSYOPS non sono completamente d’accordo, la mia era una provocazione un po’ spinta ma non del tutto improbabile e va letta fra le righe anche perche’ il discorso sarebbe troppo lungo e complesso da condensare in una serie di post.

    Ti e vi leggo con interesse

    Cordialmente

    Cactus

    http://intelcenter-blog.blogspot.com

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  101. avatar
    AllegraBrigata at |

    “ne un amante della teoria pura”

    Lo siamo tutti. Qui dentro nessuno è amante della teoria pura 😉

    En.

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  102. avatar
    Silendo at |

    Cactus fai bene :)

    La teoria “pura” in questo settore non esiste (a meno che non ti riferisci al blaterare di presunti esperti, il che è diverso) e neanche ha ragione di esistere dato che siamo nel campo delle scienze socio-politiche ed amministrative e non nella cosmologia…

    Diciamo però che il settore ha bisogno di evidence-based research…

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