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    utente anonimo at |

    Il saggio di Hulnick fornisce a mio parere un interessante approfondimento sul rapporto tra OSINT e le altre discipline dell’intelligence. La domanda insita nel titolo ripropone in modo provocatorio un ormai vecchio dilemma, e cioè se l’OSINT sia o meno Intelligence. L’autore conclude che l’OSINT è Intellligence. Tuttavia, anche senza voler fornire una risposta definitiva in un senso o nell’altro, potrebbe essere utile specificare meglio la domanda, ossia se l’OSINT sia o meno una “disciplina” dell’Intelligence, intendendo in questo caso l’intelligence come “attività”. Se considera infatti il significato di “intelligence” come organizzazione, non vi è infatti dubbio alcuno che gli organismi che svolgono attività d’intelligence hanno usato ed usano (e vorrei aggiungere continueranno ad usare) le fonti aperte. In questo senso, è un problema simile a quello che si pone con le cd. “operazioni clandestine”: se a livello teorico gli esperti sono divisi sul se esse appartengano o meno all’intelligence intesa come attività, non vi è dubbio che nel corso della storia gli “organismi d’intelligence” di vari stati hanno svolto operazioni clandestine, e questo elemento va tenuto in considerazione se l’osservazione empirica deve essere alla base della conoscenza. Il documento non affronta il rapporto tra OSINT e analisi. In questo settore, vi sono casi in cui – a mio parere – la differenza tra le informazioni fornite da fonti aperte e quelle clandestine tende a sfumare, almeno nella sua utilità a fini analitici. E’ il caso particolare della cd. “analisi previsionale” o estimativa, mutuando una brutta traduzione dall’inglese americano, in cui molte volte non vi sono “segreti” da scoprire (come ad esempio un documento segreto in cui sono previste particolari direttive di politica estera) ma “misteri”, come nel caso in cui si cerchi di prevedere la politica estera di un Paese A verso un Paese B, senza che i decisori politici del Paese A abbiano ancora adottato, ufficialmente o segretamente, nessuna decisione di politica estera verso il suddetto Paese B. Per quanto limitato, spero il commento possa fornire lo spunto per un dibattito che a me sembra interessante e attuale. Diego Baliani

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    AllegraBrigata at |

    Diego, tu devi essere il “Diego” di cui Silendo c’ha tanto parlato (bene) :)))) per cui ti do il mio personale e graditissimo benvenuto.

    Entrando nel merito del saggio, trovo il tuo commento corretta.

    Non ho letto il paper, lo farò a breve, ma credo acnh’io che si debba parlare di disciplina e di metodologia piuttosto che di “intelligence”. Secondo me le fonti aperte sono (lo sono sempre state e lo saranno nel futuro) oggetto di analisi da parte dei Servizi. Non potrebbe non essere così. D’altro canto però ritengo che, in relazione alla fonti aperte, si possa parlare di intelligence solo se unite alla raccolta clandestina.

    Mi spiego meglio con un esempio. Un grosso centro studi, che raccoglie ed elabora, magari a livelli altissimi, informazioni SOLO di fonte aperta è qualificabile come centro di intelligence ? A mio avviso no.

    Idem per l’attività del singolo analisita, magari “indipendente” (….ahahah), che fa analisi servendosi di sole fonti aperte. Fa “intelligence”? A mio avviso no.

    Ecco, secondo me, quindi, si può parlare di intelligence da fonti aperte solo se queste costituiscono un complemento della raccolta riservata.

    Comunque, leggo il paper e poi aggiungo qualche riflessione.

    Federico

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    AllegraBrigata at |

    Diego benvenuto anche da parte mia.

    Enrico

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    utente anonimo at |

    Cari Federico ed Enrico, piacere di conoscervi. Silendo è troppo buono. Il tuo commento centra esattamente il punto che volevo evidenziare: se molti autori divergono (anche in modo fazioso) sul se l’attività su fonti aperte del centro privato sia o meno “intelligence”, non vi è dubbio che la medesima attività lo diventa qualora un servizio d’intelligence commissioni una ricerca da fonti aperte a tale centro privato. In questo caso, dal mio punto di vista, ciò che segreto non è l’attività di raccolta ed elaborazione in sé (che può anche avvenire interamente su fonti aperte), ma l’obiettivo della ricerca e il committente dell’attività. Quindi, secondo me l’organizzazione che svolge l’attività è sicuramente un criterio distintivo, almeno nella prassi. Diego Baliani

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    Silendo at |

    Dieguito carissimo, leggo con piacere che hai fatto le prime conoscenze :))

    Ti avverto!! Non prendere Fede troppo sul serio ahahahah

    Anch’io, colpevolmente, non ho avuto ancora il tempo di leggere il paper ma, e tu lo sai, sono d’accordo totalmente con te (e con Federico).

    Il criterio qualificante è l’organizzazione, senza dubbio.

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    TheBat at |

    Nello studio dell’Intelligence l’OSINT è classificato pariteticamente al SIGINT o HUMINT. Vero, e sono d’accordo con voi, che, invece, dovrebbe essere complementare a quelle riservate, ma bisogna pure ammettere che l’OSINT è quella disciplina da dove si possono reperire i primi campanelli d’allarme (vedasi la stessa crisi del Caucaso o il Darfur/SUDAN…), oppure è quella fonte in cui si reperisce quasi i 2/3 delle informazioni che serve al Basic Intelligence. Forse per questi motivi che la Comunità Intelligence l’ha parificata allo stesso livello delle altre fonte d’informazioni.

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    Silendo at |

    TheBat, per prima cosa ti do il benvenuto. Credo, colpevolmente, di non averlo fatto in precedenza. Scusami.

    Riguardo all’OSINT credo sia importante sottolineare che lo studio delle “fonti aperte” ha avuto un grosso sviluppo soprattutto negli Stati Uniti e da metà degli anni 90 in poi. Altri sistemi di intelligence hanno dedicato inizialmente ben poca attenzione alla materia.

    Per una serie di motivi.

    Innanzitutto perchè, come sappiamo tutti, proprio in quel periodo gli studi strategici “scoprirono” l’importanza dell’informazione come arma e risorsa nell’ambito dei conflitti (vedi il concetto di “Information Warfare”, gli studi della Rand Corporation e di Arquilla in modo particolare, ecc). Un processo, questo, che, per l’appunto, si sviluppò negli USA e da lì si diffuse al resto del mondo.

    In secondo luogo per motivi culturali interni alla Comunità di Intelligence USA.

    Con la fine della Guerra Fredda molti ritennero che il ruolo delle spie fosse destinato a ridimensionarsi (illusi!) e che, al contrario, centrale sarebbe diventata la raccolta informativa mediante fonti aperte.

    Nacque, quindi, un vero e proprio mercato dell’OSINT (in gran parte alimentato da ex agenti ed analisti dell’Intelligence che, proprio in quegli anni, andavano in pensione…) e, di conseguenza, iniziarono a circolare saggi, paper, studi sull’argomento. Molti dei quali, sia detto senza remore, totalmente sconclusionati e/o privi di qualsiasi valore*.

    Anche il settore (allora) para-accademico degli “intelligence studies” dedicò molta attenzione a questa sotto-disciplina.

    I motivi sono piuttosto ovvi. Studiare e analizzare l’OSINT è molto più facile che studiare ed analizzare lo Humint o le altre sotto-discipline “riservate”.

    Secondo me – e magari sbaglio – sono essenzialmente questi i motivi storici per i quali l’OSINT ha, nel corso degli anni, ricevuto via via maggiore attenzione.

    *Tra l’altro, sarebbe interessante capire se la rivalità tra Dipartimento della Difesa e CIA ebbe un qualche ruolo in tutto questo.

    Confesso che alcune volte mi viene il sospetto che, sotto sotto, ci fosse anche un interesse, da parte degli ambienti dell’intelligence militare USA, a depotenziare la CIA facendo passare il concetto che le spie non servissero più a molto 😉

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    utente anonimo at |

    Concordo che lo studio dell’OSINT ha ricevuto un forte impulso negli USA per ragioni che sono specifiche a quel Paese, ma ritengo utile sottolineare alcuni punti. Primo, forse non è un caso che gli studi sull’OSINT hanno ricevuto un forte impulso negli anni ’90, ossia il periodo dell’esplosione di Internet e dell’utilizzo di nuovi mezzi di informazione. In questo senso, non è uno sviluppo specifico degli USA (se non nella fase iniziale), ma riguarda tutto il mondo. Secondo, il primo punto non deve far coincidere l’OSINT con Internet, come fa quella nuova categoria di ricercatori definibili come “wikipedianti”. Se non ci si limita ad Internet, si scopre che nel corso dei secoli l’OSINT è stato un importantissimo strumento di informazione. Mi riferisco ad esempio ai rapporti delle Ambasciate ed ai resoconti degli uomini d’affari all’estero, o dei viaggiatori in genere, per esempio. E’ cambiata la tecnologia, ma l’essenza e l’utilità della fonte è la stessa. Lo stesso vale per tutte le altre discipline dell’intelligence. Una volta l’esploratore si doveva intrufolare nel campo del nemico e osservare direttamente, per poi tornare a riferire (se ci riusciva). Oggi si può usare lo stesso sistema, oppure i satelliti o ancora gli aerei. Se si è fortunati, si può usare anche Google Earth. Questo per dire come lo sviluppo dell’OSINT sia stato favorito dalla diffusione di Internet e, soprattutto, dalla diffusione dei media occidentali in tutto il mondo. Giornalisti, corrispondenti, ricercatori (ma anche operatori umanitari) vari sono presenti – con densità diversa – in gran parte delle aree calde del mondo, anche se non tutte, e forniscono in tempo reale o quasi una quantità di informazioni su molte tematiche che un tempo erano di esclusivo interesse della cd. spie. Il problema allora diventa quello di capire la fonte, di determinarne l’affidabilità e la competenza, così come l’attendibilità della notizia fornite – e questo è un problema che si pone anche con le fonti clandestine. Partendo dal presupposto che i servizi continueranno ad usare le fonti aperte, più che discutere sul se l’OSINT è intelligence o meno, è più interessante cercare di capire se, nella prassi degli Stati, il mix di fonti clandestine e aperte utilizzato sia stato in qualche modo legato a determinati parametri, come (1) le priorità strategiche del Paese e (2) i limiti del bilancio dell’intelligence nazionale (3) i limiti di personale a disposizione dei servizi, ad esempio. Diego

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    Silendo at |

    Mi trovi assolutamente d’accordo.

    Molto interessante la domanda che poni: “è più interessante cercare di capire se, nella prassi degli Stati, il mix di fonti clandestine e aperte utilizzato sia stato in qualche modo legato a determinati parametri, come (1) le priorità strategiche del Paese e (2) i limiti del bilancio dell’intelligence nazionale (3) i limiti di personale a disposizione dei servizi, ad esempio”

    Uhm….

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    TheBat at |

    Silendo: grazie del benvenuto nel Blog. Sono io che mi devo scusare per non essermi presentato prima…..

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    AllegraBrigata at |

    Benvenuto anche da parte mia, Diego.

    Ho solo una riflessione a margine di quanto da te scritto.

    Secondo me, per rispondere alla tua domanda-riflessione sul perchè ed in quale mix i Servizi di intelligence adoperano le fonti aperte, è necessaria un’indagine empirica comparata. Cosa piuttosto difficile per i motivi che tutti sappiamo, tu e Silendo forse più di tutti.

    Credo, inoltre, che si possa ulteriormente completare quanto da te scritto (nei punti 1, 2 e 3) aggiungendo: (4) la cultura analitica della comunità di intelligence nazionale, (5) l’esatta natura del rapporto con il decisore finale (Silendo docet…).

    Forse, soprattutto, il punto 5 rispetto al 4.

    Roberto

    ps complimenti per le tue analisi sull’Osservatorio Strategico. Silendo ti riferirà nello specifico cosa ne penso.

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    utente anonimo at |

    Cari TheBat e Roberto, vi do anch’io il mio benvenuto. Roberto, ti ringrazio e concordo sui tuoi punti: attendo notizie da Silendo. I punti, che sono a questo punto 5, possono essere la bussola per una ricerca empirica, ma anche dei criteri da proporre per il futuro. Ad esempio, un Paese che ha risorse economiche ed umane limitate nel settore dell’intelligence può sopperire mediante un’oculata individuazione di (limitate) priorità strategiche, mantenendo un monitoraggio geografico/ tematico di portata nazionale e mondiale (a basso costo) mediante l’investimento su ricercatori/analisti OSINT (dotati delle necessarie capacità tecniche e/o linguistiche) per le aree non prioritarie, a cui si può aggiungere infine un fondo di riserva per l’eventuale attivazione di nuove strutture necessarie a far fronte ad esigenze impreviste. Per inciso, nel caso in cui un area o un tema diventino all’improvviso “obiettivo difficile” in seguito allo scoppio di una crisi o di un conflitto, il materiale OSINT raccolto in precedenza potrebbe risultare di grande valore. Diego

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    Silendo at |

    Roberto: hai ragione! Lo sai che non avevo pensato a questi due punti? Soprattutto all’ultimo.

    Incredibile :))

    Diego, è un po’ la linea di Steele, o sbaglio?

    A questo punto mi (e ti) domando: pensi ad un’attività OSINT “appaltata” all’esterno (extra-Servizio) o una specializzazione interna (un apposito Dipartimento)? Un mix?

    Ed in tal caso, che tipo di apporto può essere effettivamente fornito dai centri di studio?

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    utente anonimo at |

    no, nessun appalto, parlo di capacità interne. condivido solo una parte del pensiero di Steele, e comunque la storia del post-11 settembre dimostra un nuovo impulso verso le fonti clandestine e la guerra dell’informazione. sono convinto che i centri studi servano meglio al loro scopo se rimangono “indipendenti” (caso mai utilizzabili per lavori ad hoc), è il loro punto di forza. mi riferivo piuttosto ad un’organizzazione interna flessibile, in cui l’OSINT permetta al servizio di coprire anche quei settori ritenuti non prioritari (ma che un giorno potrebbero diventarlo). In questo caso, nel momento in cui il servizio ha una capacità di monitoraggio e analisi OSINT interna, l’eventuale costituzione di nuove strutture necessarie per nuovi (e magari improvvisi) requisiti diviene più agevole e veloce (utilizzando i fondi di riserva di cui accennavo). In poche parole, la branca OSINT che segue il tema o l’area divenuti all’improvviso prioritari costituisce un nucleo in potenza per creare nuove unità che lavorino su fonti clandestine. Inoltre, può aiutare ad anticipare l’emergere di nuovi requisiti nel futuro. diciamo che parlo di un’organizzazione estremamente flessibile. Diego

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    AllegraBrigata at |

    Due domande, caro Diego.

    La prima: che ruolo vedi per i cnetri studio indipendenti ? Voglio dire, pensi che sia possibile e necessaria una collaborazione tra questi e le strutture di intelligence statali ? Io ovviamente penso di sì ma mi piacerebbe avere il tuo parere. Se possibile.

    La seconda domanda: nel nostro sistema di intelligence dove inseriresti questa unità OSINT ? Sismi ? Sisde ? Cesis ? In tutte e tre ?

    grazie,

    Federico

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    utente anonimo at |

    Mi intrometto nella discussione con alcune riflessioni personali sul saggio e su quanto scritto negli altri commenti.

    (non voglio tirarmela, per cui scusate se faccio riferimento a cose vissute)

    Ho partecipato una volta ad un seminario sul tema. 4 o 5 anni fa. I partecipanti erano quelli che potete immaginare, così come la sede (magari c’era pure qualcuno di voi).

    Il primo punto è che l’approccio all’OSINT varia a seconda dell’utilizzatore dell’intelligence. Come viene anche espresso nel paper, chi è preposto a conoscere attività illegali, considera la fonte aperta inappropriata, o inutile (la famiglia X non pubblica i propri piani sul giornale Y, fu detto).

    Chi ha interesse a conoscere aspetti tecnici o tecnologici, o caratteristiche di un apparato o sistema trova, oggigiorno, quasi tutto sulla rete o nella “letteratura grigia” (mi sembra meglio definirla così, anzichè “gray intelligence”, come fa l’autore del paper).

    Secondo: si tratta di una “fonte”, così come quella umana, tecnica o chi più ne ha, più ne metta. Normalmente basarsi su un’unica fonte non è mai consigliabile, ma si fa quel che si può …

    Terzo: temo ci sia una certa riluttanza intellettuale da parte di certe persone a riconoscere che i grandi misteri che non riescono a risolvere possano essere risolti (o quasi) leggendo fonti aperte. Direi che ho trovato questo atteggiamento non solo in alcune persone di una certa età, ma soprattutto in “professionisti” poco formati (e poi avere un faldone classificato sulla scrivania fa molto figo ad alcuni …).

    Quarto: come disse qualcuno … non si manda una spia dove si può mandare un boy scout. Quindi se si può risparmiare qualche soldo, perchè non farlo?

    Quinto. Il problema di fondo è sempre lo stesso: cosa vogliamo intendere con intelligence? Il processo? il prodotto?

    Detto ciò, secondo me (che non capisco un c…) OSINT è una fonte di informazione. PUNTO.

    Visto e considerato che di fonte si tratta, è verosimilmente plausibile (con tutte le clausole che si vogliono apporre sulla sicurezza) che l’attività di ricerca che sfrutti questa fonte possa essere condotta in proprio, ovvero in outsourcing (in fin dei conti si possono comprare anche foto da Iconos, senza dover mandare un satellite chissà dove o aspettare che l’orbita sia quella giusta…).

    Chi la deve fare? Chi la ritiene un valido ausilio alla propria attività di ricerca; chi ha necessità di imbastire in fretta un report su un particolare argomento; chi sa quali ne sono i limiti e, soprattutto, dove andare a cercare.

    Eule

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    nota33 at |

    Caro Federico, penso sia utile una relazione con i centri studi indipendenti, però ragionerei su due punti. Primo, uno dei punti di forza di un centro studi indipendente è che è, appunto, “indipendente”, e come tale ottiene un certo tipo di credibilità ed accesso a determinati tipi di fonti. Qualora, per un qualsiasi motivo, si spargesse la voce che tale centro lavora in modo sistematico con una struttura d’intelligence (e tu sai meglio di me quanto poco a volti durino certi “segreti”), il centro potrebbe vedere minata la credibilità delle sue analisi, o addirittura divenire obiettivo specifico della disinformazione straniera. Secondo, un appalto totale della ricerca e raccolta su fonti aperte potrebbe creare una dipendenza eccessiva del servizio da un centro che non ha né la missione e né i doveri di un servizio d’intelligence, e comunque segue il fine del profitto con tutte le implicazioni del caso (fine alieno ai servizi). Con questo, non intendo dire che rapporto non ci debba essere. Voglio dire invece che potrebbe risultare saggio per un servizio mantenere capacità OSINT sia per mantenere la propria indipendenza dai centri indipendenti – e di conseguenza la capacità di gestire il rapporto con essi – sia per mantenere il flusso di informazioni da fonti aperte qualora, per un qualsiasi motivo, i centri indipendenti cessassero di fornire i loro servizi. Aggiungo una specificazione. I miei suggerimenti (che potrebbero anche essere banali, non conoscendo a fondo la realtà delle nostre strutture) partono dalla realtà dell’Italia, e non valgono in generale per il “mondo”. Nel nostro caso specifico, siamo un Paese di dimensioni intermedie che potrebbe non avere l’interesse o la capacità economica di dotarsi di particolari capacità clandestine: in questo caso, l’OSINT (e la cooperazione internazionale, con le dovute precauzioni) possono essere due strumenti validi per fornire una copertura minima, e certamente limitata, a capacità “scoperte”. Sul luogo fisico di tali capacità, mi sembra ragionevole una struttura OSINT unificata nel DIS, per diversi motivi: riduce le spese, evita duplicazioni nella ricerca e raccolta, permette di concentrare la ricerca in quei settori in cui le due agenzie, interna ed esterna, hanno necessità particolari per motivi contingenti (ad es. perché temporaneamente scoperti in un dato settore) o strutturali (un settore è utile ma non prioritario e non raggiungibile con i fondi a disposizione). Riprendendo poi gli spunti di Eule, l’OSINT non è solo fonte d’informazione, può essere un veicolo della disinformazione e dell’inganno diretti verso l’esterno, può essere un mezzo di divulgazione all’esterno capace di garantire copertura alle fonti clandestine da cui l’informazione deriva, può essere mezzo di condivisione delle informazioni con gli alleati, tra le altre cose. Diego

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    AllegraBrigata at |

    Grazie per la tua risposta Diego. Mi trovo pienamente d’accordo con quanto scrivi.

    Eule, aggiungo solo una cosa a quanto da te riportato. Riguarda il primo punto.

    Una cosa che, secondo me, deve essere più spesso chiarita è che l’utilità delle fonti aperte tende ad aumentare mano a mano che dal tattico si passa allo strategico.

    Mi spiego meglio facendo un esempio elementare ed un po’ stupido: se voglio avere informazioni su una famiglia mafiosa (chi ne fa parte, dove nascondono i soldi e così via) difficilmente (ma non è cimunque impossibile) attingerò informazioni da fonti aperte. E’ più probabile che servano meglio lo scopo fonti riservate.

    Se invece voglio avere un quadro generale, d’insieme, sulla mafia le fonti aperte (atti dei processi, dati statistici, ecc) avranno un ruolo importantissimo!

    Scusatemi per l’esempio. E’ davvero il primo che m’è venuto in mente.

    Volevo soltanto indurre ad una riflessione, banale ma che molto spesso non viene fatta (non parlo di te, Eule, chiaramente): l’osint dà una grossissima mano nell’analisi del contesto strategico, molto meno sul piano tattico.

    Federico

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    utente anonimo at |

    Concordo Federico!

    Eule

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