Studi Strategici ed Intelligence… for dummies

Il programma di politica estera di Veltroni…

Published by Silendo on Ottobre 15, 2007

… in un’analisi di Stefano Silvestri, Presidente dell’Istituto Affari Internationali 
(da Affarinternazionali.it )

Veltroni: un “manifesto” a metà

Walter Veltroni si è accorto che il mondo sta cambiando. Normalmente i programmi di politica estera dei nostri partiti, a parte alcune dichiarazioni di fede in favore o contro gli Stati Uniti e l’Alleanza Atlantica e un trito peana filo-europeo, consistono in una uggiosa elencazione delle giaculatorie diplomatiche abituali, dalla pace in Medio Oriente all’aiuto alla sviluppo, cercando di non saltarne nessuna (in genere senza riuscirci). Veltroni ha abbandonato questo canone, puntando ad affrontare di petto un solo tema centrale, quello della globalizzazione e della sua governabilità.

La novità è di rilievo e va apprezzata nel suo giusto valore: è un’opera di opportuna sprovincializzazione del dibattito politico italiano. Naturalmente però, come tutte le cose nuove, si espone anche a critiche: non tanto per i suoi contenuti, in genere largamente condivisibili, ma per quello che è rimasto fuori e che pesa sulla credibilità del programma stesso. Non è quindi con malanimo che svolgeremo le nostre critiche, ma piuttosto per invitare lo stesso Veltroni e i suoi collaboratori ad allargare il loro orizzonte e a precisare meglio la loro strategia, così da armarsi per affrontare le sfide che potrebbero incontrare ove avessero successo. E comunque per aiutare il dibattito su queste tesi ad affrontare i problemi del mondo nella loro complessità.

Strategie vs. obiettivi
Nulla da dire sul punto centrale della strategia veltroniana: a un mondo sempre più multipolare deve corrispondere un rafforzamento delle istituzioni multilaterali, sia di quelle universali come la Nazioni Unite, sia di quelle regionali come l’Unione Europea. Tuttavia un’azione politica di alto livello non può limitarsi a indicare l’opportunità di strumenti migliori: deve anche preoccuparsi degli ostacoli, delle minacce e delle strategie necessarie per raggiungere l’obiettivo. È importante, ad esempio, che Veltroni, riconoscendo l’esistenza di fatto dell’Europa a più velocità, si dichiari disposto alla costituzione di un “nucleo forte”, un’avanguardia, all’interno dell’Unione Europea, perché essa divenga “global player”, ma dovrebbe aggiungere che per l’Italia non è affatto scontata la presenza in tale gruppo, specialmente se si parla di Politica Estera e di Difesa, se essa non realizzerà anche un rafforzamento e una maggiore efficienza delle sue politiche e dei suoi strumenti (dall’economia alla difesa e alla sicurezza). Scommettiamo pure sulla “generazione figlia del programma Erasmus”, ma chiariamo anche che un’Europa attore internazionale dovrà assumersi responsabilità e oneri anche molto costosi e pericolosi, verso i quali la “generazione Erasmus” non è apparsa sinora molto disponibile.

Questo è un documento che potremmo definire “sereno” (altri potrebbero maliziosamente definirlo “buonista”) poiché sembra fornire risposte semplici e positive a problemi gravissimi come la violazione dei diritti umani, lo sviluppo economico, le ingiustizie sociali, le epidemie. La parola chiave è “solidarietà”, da esprimere con maggiore forza e maggiori risorse. Ma come articolare e dove dirigere tanta solidarietà? Le minacce della globalizzazione sono significative e richiedono anch’esse una sostanziale solidarietà multilaterale. Nell’intero documento la parola terrorismo è nominata una volta, solo per dire che bisogna dialogare con il mondo arabo (la complessa realtà islamica, ben più larga del solo mondo arabo, non viene citata) e che i rapporti di “amicizia e lealtà” con gli Stati Uniti, “implicano, se necessario, esprimere diversità di opinioni così come negoziare pragmaticamente la propria agenda”.

Un po’ poco, e anche un po’ oscuro: cosa significa quel “negoziare pragmaticamente”? Forse l’accettazione del quadro delle alleanze variabili prospettato dall’amministrazione Bush? Ma non è in netto contrasto con l’affermata necessità di rafforzare il multilateralismo?

Un’altra grande assente da questo quadro è la criminalità organizzata transnazionale, malgrado la sua immensa e crescente importanza economica e politica (e i suoi collegamenti con il problema degli Stati falliti, con il finanziamento di turpi dittature e naturalmente con il terrorismo). Benissimo individuare il Mediterraneo come il “nuovo hub mondiale dei commerci con l’Oriente e delle rotte energetiche” (e ottimo l’accenno alla Turchia che il nostro “interesse strategico” vuole nell’Ue), ma il nostro Mediterraneo, così come quelli caraibico e indonesiano, è anche un hub della criminalità organizzata e dei traffici illeciti.

Il nodo dell’immigrazione
Altrettanto sorprendente è l’assenza di ogni riferimento ai temi dell’immigrazione. Certamente è necessaria una nuova politica dello sviluppo che, nel lungo termine, potrebbe mutare i dati di questo problema. Ma l’immigrazione è ormai una parte importante, e crescente, della nostra economia e delle nostre società ed è sempre più presente nelle relazioni internazionali. È un’enorme opportunità, potenzialmente una grande ricchezza, ma è anche vissuta dalla stragrande maggioranza dei cittadini europei come un problema e una minaccia. Sarà difficile impostare una nuova politica di solidarietà internazionale se non si affronterà in modo seriamente innovativo la questione, uscendo dalla semplice e limitata logica della repressione.

Nel complesso questo “manifesto” sembra dire le cose che più fanno vibrare i cuori degli elettori italiani (ed europei). Con la sola eccezione della questione migratoria, infatti, esso sembra disegnato per aderire perfettamente alle opinioni e alle preoccupazioni europee e italiane, così come sono state individuate dall’ultimo sondaggio condotto dal German Marshall Fund e dalla Compagnia di San Paolo di Torino recentemente presentato in Italia da quest’ultima, insieme alla Fondazione della Camera dei Deputati e allo IAI ( Transatlantic Trends 2007). Grandi maggioranze desiderano un’Europa maggiormente protagonista, impegnata per la pace e lo sviluppo, portatrice di una visione “civile” e non “militare” delle relazioni internazionali, vicina all’America, ma lontana da Bush. È una visione piena di ottimismo, che non può non piacere anche a un leader politico, specialmente di sinistra. Forse potrebbe anche portarlo alla vittoria. Ma prima o poi bisognerà fare i conti anche con il lato oscuro della globalizzazione, e per allora sarà necessario affrontare alcuni temi sgradevoli.

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italia, Leadership e classe dirigente

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Un appassionato di relazioni internazionali e studi strategici. In particolar modo di questioni connesse con l'intelligence.
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