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    utente anonimo at |

    C’ho buttato un occhio alla veloce (in realtà penso che mi dovrò stampare ‘ste benedette 44 pagine … ) e non mi sembra malaccio! Di certo l’attuale CESIS assumerebbe un ruolo ben maggiore … tuttavia mi sembra che ci sia ancora poca chiarezza nella “fascia di interposizione” tra forze armate e agenzie …

    Eule

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    Silendo at |

    Sto studiando i progetti di riforma proprio in questi giorni, per motivi di lavoro.

    Devo dire che questo progetto ha dalla sua che è piuttosto articolato e cerca di coprire tutti gli aspetti (primari e non) della questione.

    Però ha limiti consistenti in alcuni punti chiave: innanzitutto le competenze dei due Servizi sono a dir poco fumose. Ottima base per conflitti burocratici. Chi si occupa ad esempio di controspionaggio ? E di counter-intelligence (che non è la stessa cosa del controspionaggio) ? In pratica si ripropone tale e quale la dualità dell’attuale legge, la 801/77.

    Anzi, in alcune cose sembra addirittura normativizzare i conflitti. Evidentissima la questione dei Centri che entrambi i Servizi possono aprire. Negli anni ’90 c’è stata una gara, tra SISMI e SISDE, ad aprire Centri, rispettivamente, in Italia ed all’estero. Questo progetto di legge, in pratica, lascia tale questione irrisolta, affermando anzi che entrabi i Servizi possono aprire Centri all’estero o in Italia.

    Riguardo al Cesis, viene sì creato (finalmente) un Dipartimento per le Informazioni e la Sicurezza presso la Presidenza del Consiglio che sembrerebbe sostituire il Cesis, ma all’ultimo comma dell’articolo in questione si ripropone un Comitato Tecnico Esecutivo che è la copia esatta dell’attuale Cesis…. !

    Ed ancora… le assunzioni. Onestamente non si capisce se quel 70% di dipendenti del ruolo unico degli organismi informativi sia costituito di personale esterno alla P.A. o interno o misto (esempio di drafting legislativo carente…).

    Indubbiamente però può costituire un’ottima base per discussioni parlamentari. Insomma, un buon punto di partenza.

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    utente anonimo at |

    Già … il drafting legislativo! Un giovane laureato in Legge con un corso alle spalle che cerca di mettere sulla carta le idee (spesso confuse) di qualche politico. Sarei curioso di sapere se gli organi interessati dalla riforma hanno voce in capitolo (o possono mettere le parole in bocca a qualcuno in sede di lavori parlamentari) o devono prendere quello che arriva …

    Eule

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    Silendo at |

    Spesso ci sono ottimi Consiglieri parlamentari ma non sempre è così. C’è da dire, però, che i Funzionari del Parlamento sono tecnicamente di alto livello e, quando serve, compensano le carenze di qualche giovane Consigliere.

    Nel caso specifico i progetti di legge più seri sono stati scritti da persone preparate e… sì… gli uffici interessati dicono la loro.

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    utente anonimo at |

    Le tue parole mi turbano! Di fronte a tanta preparazione, come mai rimangono “buchi” così grossi da colmare? E non solo sull’argomento in oggetto, ma anche in altri campi ho notato una “superficialità” o una disconoscenza della materia oppure uno splendido costrutto, tuttavia inapplicabile.

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    Silendo at |

    Beh, il drafter mette in forma giuridica le idee del politico, per cui in genere i “buchi” o le mancanze sono dovute all’impostazione di base politica e non al drafter di turno.

    Inoltre in Italia, come saprai, la legislazione è complessa, stratificata, spesso incoerente, per cui orientarsi nella normativa esistente non è proprio cosa facile.

    Insomma, a mio modesto parere, un’eventuale “colpa” è da rintracciarsi nella classe politica e non nella maggiore o minore preparazione degli staff di supporto.

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    utente anonimo at |

    Domanda estemporanea: ma è sempre stato così o col passare degli anni la classe politica è andata sempre più “deteriorandosi”? Lo diceva (mi pare) pure quel saggio che hai postatop qualche tempo fa sulle elites …. ma a me pare che andiamo sempre peggio, che la preparazione di base del “politico generico-medio” sia davvero di bassa lega …

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    Silendo at |

    Partiamo dal presupposto che “classe dirigente” non si nasce (miii che affermazione…!!!) ma si diventa. Insomma, è una cosa che si impara e ci vogliono anni.

    La classe politica, in quanto sottocategoria della più generale “classe dirigente”, non fa eccezione… anzi.

    Se consideri che da “Mani Pulite” la classe politica è uscita distrutta per due terzi (non entro nel merito del valore, o disvalore, di tale classe politica) e che il terzo che s’è salvato era quello formatosi alla scuola comunista (e quindi, in quanto tale, quello che stava dalla parte sbagliata della storia…) capirai come vanno le cose.

    In più, aggiungi che i partiti in questo decennio non sono stati minimamente in grado di formare una classe dirigente. Il caso di Forza Italia è esemplare, ma anche gli altri non hanno saputo far meglio. Siamo andati verso una personalizzazione della leadership. Fenomeno assolutamente naturale e tipico della maggior parte delle democrazie avanzate, solo che da noi sono scomparse le strutture di partito, è scomparso l’apprendistato politico, la militanza, insomma… tutte quelle esperienze che servivano a selezionare e formare,nel corso degli anni, i dirigenti politici.

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